Serie A 1934-35 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: TOTOFINISH
Il campionato passa da 18 a 16 squadre. È ancora l’Ambrosiana-Inter a fare la voce grossa sul mercato, ingaggiando altri tre assi sudamericani, Mascheroni, Porta e Devincenzi. mentre la Juve perde Sernagiotto ma acquista il Campione del Mondo Serantoni e il giovane difensore Foni dal Padova, anch’egli ex attaccante come Rosetta, di cui sarà il degno erede. L’avvio vede la sorprendente Fiorentina andare al comando e fare l’andatura dalla quarta giornata, inseguita prima dalla Lazio, poi dalla Roma, infine dalla Juventus, staccata di due punti il 3 febbraio 1935, quando i viola sono campioni d’inverno. Il distacco si allarga fino a tre lunghezze alla diciassettesima giornata, poi la sconfitta dei toscani a Vercelli e il loro successivo pari col Palermo favoriscono l’aggancio da parte dei bianconeri, che si staccano alla ventiduesima. Poi cadono sia Juve che Fiorentina e l’Ambrosiana passa in testa da sola raggiunta il turno dopo dai campioni uscenti. Il duello sull’asse Torino-Milano è appassionante: a quattro dalla fine la Juventus stacca i rivali, che la raggiungono due domeniche dopo. Le duellanti sono appaiate alla vigilia degli ultimi 90’: il 2 giugno 1935 i nerazzurri crollano sul campo della Lazio sotto i colpi di Piola, mentre la Juventus, vincendo a Firenze, conquista il quinto scudetto consecutivo.

I CAMPIONI IL LUNGO ADDIO
Suona (con rintocco trionfale) il gong della fine per la Juventus del quinquennio, che entra direttamente nella leggenda conquistando il quinto scudetto di fila nonostante una stagione che più accidentata non potrebbe essere. Si pane dalle defezioni eccellenti. Giampiero Combi, fresco di titolo mondiale, ha giocato l’ultima partita in bianconero il 29 luglio 1934 contro l’Admira in Coppa dell’Europa centrale. Viene sostituito dal venticinquenne Valinasso, niente più che un buon mestierante del ruolo, acquistato l’anno prima dalla Biellese. Poi, Rosetta, che perde le prime sette partite per la diatriba che lo oppone al club: ricevuta assieme a Caligaris la proposta della conferma con riduzione dei compensi, il trentatreenne difensore ha preteso di ricevere comunque i premi anche in caso di assenza dal campo e, ricevuto un diniego, se ne è andato. La società ne ha respinto la successiva resipiscenza, poi l’intervento diretto del presidente federale, Giorgio Vaccaro, riavvicina le parti e Rosetta accetta la nuova situazione economica. Ancora: l’allenatore Carcano, artefice della pluriennale cavalcata tricolore, lascia a dicembre sostituito dal grande ex Carlo Bigatto, assistito dai dirigente Gola. Ne parliamo a parte. Il 31 marzo, ventunesima giornata, gioca la sua ultima gara ufficiale in bianconero la colonna Raimundo Orsi, che anticipa l’addio all’Italia temendo la chiamata alle armi per la campagna coloniale contro l’Etiopia. Infine, il 3 febbraio 1935, nella partitissima con la Fiorentina, Serantoni si infortuna gravemente al ginocchio sinistro: si tratta di menisco e la sua stagione finisce lì, esattamente a metà. Con Valinasso in porta, Foni in luogo di Caligaris come partner di Rosetta, Depetrini a surrogare Monti dopo la frattura al piede subita a Highbury e Varglien II o il giovane debuttante Diena sulla fascia destra, Cesarini nel finale a dare il cambio a Orsi, la squadra realizza un capolavoro, vincendo il tricolore sotto lo striscione del traguardo. Pochi giorni dopo, il trionfo si ammanta di tragedia, quando la Juve perde il suo appassionato presidente, Edoardo Agnelli, l’uomo che l’ha fatta grande. Ed è questa la defezione più grave e irrimediabile di una singolare stagione dei contrasti. Niente sarà più lo stesso: occorreranno molti anni prima che un esponente della famiglia Agnelli tomi a occuparsi direttamente del club bianconero, con inevitabili conseguenze sulle potenzialità della squadra.

I RIVALI: TRIS D’ASSI
L’Ambrosiana-Inter torna all’assalto del titolo grazie al munifico presidente Pozzani, che ridisegna la squadra pescando nuovamente in Sudamerica. Da oltreoceano arrivano tre assi: il terzino uruguaiano Emesto Mascheroni, lòrmidabile nel gioco di testa, già terzino del favoloso Uruguay Campione del Mondo 1930, l’ala Roberto Porta, nazionale i ruguaiano, dall’Independiente, e Alfredo Devincenzi, arger tino, raffinato interno della Seleccion alla recente Coppa del Mondo.
In più, altri ottimi elementi come Eligio Vecchi, attaccante della Cremonese. Resta un rammarico: il “generale Po” era già riuscito a mettere le mani sul giovane centravanti laziale Piola, per formare con Meazza una coppia-gol devastante, quando la Lazio si è intromessa e il sogno è svanito. In ogni caso la squadra, allenata dall'ungherrese Gyula Feldmann, pur non giocando mai un calcio fluido e spettacolare, dopo un avvio incerto (doppia sconfitta con Juventus e Roma), parte all’inseguimento e inanella una serie di risultati positivi grazie alla straordinaria qualità dei singoli. Forte in difesa, con Ceresoli protetto da Agosteo e Mascheroni o Alle nandi, dal centromediano Faccio e dagli esterni Ghidini, ex promessa del Bologna costata un soldo di cacio, e Pitto; efficace in attacco, con Demaria e Devincenzi interni e il micidiale trio Frione-Meazza-Porta a folleggiare. La squadra macina risultati, ma una nuvola nera l’avvolge in gennaio, quando Frione si ammala di nuovo e questa volta così gravemente fino a morire ad appena 22 anni. Scossi dalla tragedia, i nerazzurri reagiscono, coronano l’inseguimento alla Fiorentina, passano in testa, ma dopo 22 giornate senza sconfitte perdono proprio l’ultima partita, in casa della Lazio, quella che conta di più, lasciando il titolo alla Juve. Una delusione cocente.

IL TOP: BAR CONDICIO
Attilio Ferraris IV ha vinto il titolo mondiale a 30 anni e si è trattato di un piccolo miracolo, essendo il giocatore stato “ripescato” dopo aver lasciato precocemente il calcio. Romano di Borgo Pio, divenne calciatore nella Fortitudo, designato “quarto” in quanto già tre fratelli maggiori - Gino, Paolo e Fausto - militavano nello stesso club. Debuttò in prima squadra contro il Pisa in semifinale Centro-Sud nel 1921, ad appena 17 anni, per l’assenza del centromediano titolare, Sansoni, bloccato da uno sciopero ferroviario, e in breve divenne un idolo dei tifosi del club capitolino, toccando nel 1926 l’esordio in Nazionale. La Juventus si fece avanti, ma papà Secondino rifiutò recisamente ogni offerta: «Non ho mai venduto mio figlio» rispose secco all'emissario bianconero. Nel 1927 la nascita della Roma offrì al campioncino in ascesa maggiore visibilità, con i gradi di capitano dei “lupi” giallorossi. Dotato di un fisico eccezionale, preso addirittura a modello per trattati scientifici, la sua esuberanza, il suo piglio e il suo gagliardo temperamento fecero breccia nel cuore del nuovo Ct azzurro, Vittorio Pozzo, che lo “scopri” in una partita ad Alessandria giocare in modo gladiatorio su un terreno zuppo di fango e subito lo prese tra i fedelissimi. Poi, la vita non proprio da professionista concessagli da un fisico straripante ne aveva fatto declinare il rendimento con l’avanzare dell’età. Aperto un bar a Roma, nella primavera del 1934, Attilio Ferraris aveva smobilitato. Fino all’intervento di Vittorio Pozzo, secondo il racconto di quest’ultimo: «Preoccupato di non avere che Monti per la posizione di centro mediano, ero andato a Roma e avevo parlato a lungo con Attilio Ferraris. Questi si era trascurato alquanto. Lunga conversazione sul gradino più alto della tribuna dello stadio. “Lei crede che io ce la possa fare ancora?”.
“Se tu fai quello che ti dico io, certamente”. “Guardi che io fumo trenta o quaranta sigarette al giorno”.
“Le diminuiremo gradatamente”. “Proviamo”. “Proviamo”. Venne, si ridusse giorno per giorno a fumare due o tre sigarette al giorno, riacquistò tutti i suoi mezzi di una volta». La frattura di Pizziolo contro la Spagna gli ha restituito il posto da titolare e il gladiatore romanista è stato tra i grandi protagonisti, pur essendo ormai senza squadra di club. La Roma lo aveva in pratica già lasciato libero e dopo il Mondiale proprio i “cugini” della Lazio sono i primi a farsi vivi: il presidente Eugenio Gualdi, che sta facendo le cose in grande (vedi acquisto di Piola dalla Pro), gli propone un contratto.
La Roma non si rimangia la parola, ma impone una curiosa clausola: una penale di 25mila lire in caso di partecipazione del giocatore al derby. La Lazio si afferma tra le rivelazioni della stagione e Ferraris IV ne è una delle chiavi di volta, al punto che in occasione della partitissima coi giallorossi il club accetta di pagare la penale pur di non lasciarlo fuori nella fondamentale circostanza. La stagione biancoceleste si chiude al quinto posto, complice la tragica perdita di Fantoni II, ma Ferraris IV è tornato campione, uno degli assi del torneo. Tanto che giocherà fino al 1939.

IL FLOP: SILVIO, RIMEMBRI ANCORA
La vecchia Pro Vercelli può contare ancora su un vivaio capace di produrre gemme. Nel 1930 con la candida maglia esordì in A contro il Bologna un sedicenne lungo e secco, Silvio Piola. A diciassette era già titolare c prese subito a segnare con regolarità. Nell'estate del 1934 il ragazzo ha appena 21 anni eppure conta già 51 reti in Serie A. La società, che a suo tempo ha invano combattuto una anacronistica battaglia per salvare il dilettantismo (nominale), si ritrova in pesanti ristrettezze economiche e mette in vendita l’ultimo gioiello. Lo compra l’Ambrosiana di Pozzani, poi il generale Vaccaro, potente presidente federale, lo dirotta alla Lazio, complice la ferma militare a Roma, che consentirà al ragazzo di continuare a giocare senza effettuare gravosi trasferimenti domenicali. Alla Pro, tuttavia, oltre al risanamento del bilancio non restano che lacrime sul piano tecnico. Piola non viene sostituito, l’allenatore Andrea Balzaretti fatica a mettere insieme una squadra competitiva e i risultati sono sconfortanti, con il primo punto conquistato contro il Brescia solo alla quarta giornata e la prima vittoria all’ottava, proprio contro la Lazio, che non schiera il celebre ex: a quel punto i bianchi contano già sei sconfitte e il loro destino è virtualmente segnato. Il tecnico viene sostituito dalla vecchia gloria Piero Leone, ma la situazione è ormai compromessa. La Pro chiude ultima in classifica, retrocessa in B con 20 sconfitte e appena 5 vittorie. Si chiude un'epoca per il calcio italiano.

IL GIALLO: MAI DIRE GAY
Il 10 dicembre 1934 un “riquadro” de La Stampa annuncia una notizia clamorosa: «Carlo Carcano ha lasciato in questi giorni la carica di allenatore della Juventus. A dirigere la parte tecnica della squadra, i dirigenti bianconeri hanno officiato Bigatto, che già aveva ricoperto queste funzioni nel periodo della gita a Londra della Nazionale azzurra». Tutto qui. Il resto dell’asciutto articolo è dedicato alla figura di Bigatto, già vincitore di due scudetti con la maglia bianconera (nel 1926 e nel 1931). Nient’altro verrà precisato. In quel momento la Juventus è seconda, lanciatissima all’inseguimento della Fiorentina, dunque non ci può essere motivazione tecnica. La ragione di un così clamoroso avvicendamento la conosce solo chi frequenta l’ambiente bianconero: il tecnico ha avuto atteggiamenti “particolari” nei confronti di qualche giocatore e uno in particolare si è risentito, pare Luis Monti. Le voci si rincorrono, si parla della relazione con un giovane giocatore sudamericano. La faccenda, portata dal vicepresidente Mazzonis all’ordine del giorno del vertice societario, ha provocato il licenziamento immediato del tecnico dei quattro scudetti. Una vicenda particolarmente amara, specie per le indiscutibili qualità professionali di Carcano, solo poche settimane prima in festa per il titolo mondiale, conquistato come allenatore degli azzurri, in questa veste voluto fortemente da Vittorio Pozzo. Carcano sparisce momentaneamente di scena. Tornerà presto ad allenare, prima solo dietro le quinte, poi anche ufficialmente.

LA RIVELAZIONE: ARA DI RIGORE
Per spiegare il boom della Fiorentina, che vince il platonico titolo d'inverno e accarezza per la prima volta il sogno-scudetto, bisogna partire dalla straordinaria figura del suo presidente, il marchese Ridolfi. Nome per esteso: Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, nato il 7 novembre 1895 a Galluzzo (il comune della Certosa, poi inglobato nella città di Firenze). Segni particolari: personalità eccellente in svariati campi, protagonista della vita culturale, economica, politica e sportiva d’Italia. Imprenditore petrolifero, è stato tra i fondatori della Fiorentina, nata nel 1926 dalla fusione tra la Libertas e il Club Sportivo Firenze, e ne è stato il primo presidente. Ha contribuito alla realizzazione dello splendido stadio “Berta” che ha ospitato i Mondiali e tra i suoi obiettivi c’è la grandezza della squadra. Ha fatto le cose al massimo, dopo la retrocessione, riportandola subito tra le elette e poi non ha badato a spese per non correre più rischi e anzi, possibilmente, farla entrare nel Gotha della Serie A. L’ingaggio di Petrone gli ha procurato più spine che rose, eppure i fatti hanno dimostrato che la fermezza paga. Anche senza l’“artillero” uruguaiano la squadra si è mantenuta a buon livello. Nell’estate del 1934 viene acquistato il portiere Amoretti, giovane rampante del Padova, e si provvede ad arricchire la rosa con elementi come Negro, interno di origini statunitensi prelevato dal Catanzaro e futuro campione olimpico, e i difensori Piccini e Querci. A guidare la truppa, dopo gli ungheresi Rady e Ging, viene assunto l’italianissimo Guido Ara, ex asso della Pro Vercelli. Ed è boom. Giocando un calcio di grande sostanza, la squadra, pur priva di stelle (il capocannoniere sarà Vinicio Viani. con appena 11 reti), vola, salvo declinare a primavera, quando Juve e Ambrosiana, che vantano rose più ricche, col loro rush finale fanno tramontare il sogno tricolore in riva all'Arno.

LA SARACINESCA: UGO SU MILLE CE LA FA
Ugo Amoretti, portiere della Fiorentina, è la sensazione stagionale: incassa appena 23 reti in 30 partite, esibendo riflessi pronti e gran colpo d’occhio. Nato a Sampierdarena il 6 febbraio 1909, ha imparato il calcio tra i dilettanti della Dominante, poi ha fatto il rincalzo nella Sestrese in A e nel 1929 nel Brescia. Alla fine di quel campionato l’Ambrosiana, causa infortuni di Degani e Smerzi, si era ritrovata senza portiere e aveva messo un annuncio sui giornali: «Cercasi portiere per squadra di calcio. Scrivere o presentarsi all’A.S. Ambrosiana, via Dogana». Ci provò anche lui, Ugo Amoretti, ma non venne preso: al suo posto il torinese Pietro Miglio, che poi fallì la prova. Così il Nostro tornò alla Sestrese e nel 1931 rivide la luce, ingaggiato dal Padova, con cui conquistò la promozione in Serie A e poi la difese con un superbo torneo. Nel 1933 lo ingaggia il Genoa, nel 1934 la Fiorentina ed è boom. Il ragazzo ha personalità, Pozzo lo tiene d’occhio come uno dei migliori guardiani del campionato. Passerà dopo due stagioni alla Juventus ed esordirà episodicamente in Nazionale, ma ormai il meglio della carriera se ne sarà andato.

IL SUPERBOMBER: IL CORSARO VERO
Realizzando 28 reti in 29 partite, Enrique Guaita, fresco Campione del Mondo, stabilisce il record assoluto di media gol dei capocannonieri della storia della Serie A a 16 squadre (quello per i tornei a 18 resta di Borei II, con 29 reti in 28 gare, campionato 1932-33). Nato in un sobborgo di Buenos Aires il 15 luglio 1910, si è affermato nell’Estudiantes La Piata come ala sinistra rapida e grintosa, dal gran senso del gol. Nicola Lombardo, emissario argentino del presidente giallorosso Renato Sacerdoti, lo ha portato alla Roma nel 1933 e il ragazzo ha sfondato in fretta, diventando un idolo della tifoseria, fino al soprannome di “Corsaro Nero”. Pozzo lo ha inserito in azzurro come oriundo e da titolare ha vinto la Coppa del Mondo. Cosi lo racconta il celebre Ara: «Solo Guaita ha quell’avanzare fulmineo col pallone tra i piedi che pare non una corsa su un campo, ma la volata d’un pattinatore sullo specchio ghiacciato di un verde lago marino. Solo Guaita sa puntare diritto sulla porta avversaria e avvicinarsi ad essa senza deviare di cinque centimetri dalla linea retta ideale che unisce il punto di partenza con quello a cui si vuole arrivare: la rete. Solo Guaita ha quel piglio autoritario e battagliero di affrontare petto a petto i terzini avversari che gli permette di sfondare tutte le barriere. In questi istanti si sente che, tra i cento modi con cui la situazione in atto può essere risolta, quello che Guaita ha scelto non c’è altro calciatore, per grande che sia, che lo possa applicare. Guaita non conosce sistemi di collaborazione in campo. Collabora solo con se stesso. Per lui c’è un giocatore solo in campo: Guaita. C’è un modo solo di giocare: puntare a quei tre pali incrociati alla cui ombra sta un avversario da battere. C’è uno scopo solo nel football: fare dei goals. 11 goal è per lui tutto l’alfabeto del gioco».



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La Juventus al quinto scudetto consecutivo, prima formazione a raggiungere tale primato.


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