Serie A 1933-34 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: FINALE COL BOTTO
Ferdinando Pozzani fa le cose in grande per riportare al titolo l’Ambrosiana-Inter, cementandone la difesa con l’asso uruguaiano Faccio, il nazionale Pitto e il terzino Agosteo, colonna della Pro Patria, e ingaggiando in attacco l’interno Demanzano dalla Triestina. La Juventus prende uno dei più forti “mastini” in circolazione, Depctrini della Pro Vercelli, e dalla stessa Ambrosiana l’attaccante Mihalic, già azzurro ma reduce da gravi problemi fisici. Il Bologna si limita a ingaggiare il mediano Corsi dal Padova, il Napoli è grande protagonista, regalando a Garbutt tre assi: il difensore Rivolta e l’ala Visentin dall’Ambrosiana e il poderoso Rossetti dal Torino.
L’Ambrosiana prende lo steccato in avvio, ma la Juventus, attardata dalla sconfitta di Alessandria, le si accoda già alla quarta giornata e la raggiunge due domeniche dopo. La coppia si scinde il 1° novembre, quando i nerazzurri travolgono i cugini nel derby, mentre i bianconeri cadono sul campo del Napoli e vengono raggiunti al secondo posto dalla sorprendente Triestina. Nello scontro diretto della decima giornata i nerazzurri vincono di misura c portano a 4 le lunghezze di distacco sui rivali, raggiunti al secondo posto anche dal Bologna. La sconfitta di due domeniche dopo in casa con la Fiorentina è solo un episodio: il 17 dicembre l’Ambrosiana è campione d’inverno con un turno di anticipo. Chiuderà il girone con 5 punti sulla Juventus e 6 sulla coppia Bologna-Pro Vercelli. Nel ritorno i nerazzurri tengono saldamente il comando, ma la Juventus si riavvicina alla ventesima giornata, quando l’Ascarelli di Napoli è fatale anche agli uomini di Arpad Weisz, e poi arriva a un solo punto alla ventiquattresima, approfittando della sconfitta interna dei rivali con il Livorno. Il faccia a faccia del 1° aprile a Torino si chiude sul nulla di fatto. Tutto deciso? Macché: al ventinovesimo turno l’Ambrosiana perde a Firenze e viene affiancata dalla Juventus, vincitrice a Brescia. I nerazzurri sono in debito di ossigeno, mentre i bianconeri volano: il 22 aprile l’Ambrosiana in casa non riesce a superare la Roma, mentre la Juventus regola agevolmente il Milan e sorpassa. Vincerà il campionato, il quarto di fila, con 4 lunghezze di vantaggio sui rivali.

I CAMPIONI: L’ALBERO DELLO ZOCCOLO
La Juventus non finisce di stupire. In due circostanze ravvicinate perde due pedine chiave, due travi portanti del gioco, eppure c proprio allora che riesce a produrre lo spunto decisivo per raggiungere e poi superare i rivali per il titolo. Mumo Orsi, impareggiabile estrema, si procura la frattura del perone destro il 24 dicembre 1933 contro la Lazio (e addirittura sul momento si diffonde la voce che Fantoni I, probabile responsabile dell’incidente, sia stato arrestato dopo il match: ovviamente non è vero): starà fermo tre mesi, rientrando solo con la Fiorentina a sette turni dalla fine. Va ancora peggio a Renato Cesarini, in gran spolvero nella prima parte della stagione, che si frattura un malleolo 1’ 11 febbraio 1934 in Nazionale contro l’Austria, in uno scontro fortuito con Nausch: per lui la stagione è finita e anche l’esperienza in azzurro, a pochi mesi dalla Coppa del Mondo. In più, dal mercato sono arrivati solo due rincalzi, Depetrini e Mihalic, pochissimo utilizzati. Insomma, lo “zoccolo duro” non solo regge, ma rilancia in grande stile, seconde scelte comprese. Cosi, oltre alla ormai tradizionale difesa d’acciaio (Combi, al canto del cigno, Monti caricato dalla prospettiva mondiale, sugli scudi assieme a Rosetta e Caligaris e agli esterni Varglien I e Bertolini), si segnalano il secondo dei fratelli Varglien, ottimo sostituto di Cesarini, tanto da eguagliarne il bottino di reti, e la prorompente vena realizzativa di Giovanni Ferrari, secondo marcatore della squadra con 16 reti, dietro al confermatissimo Borei II, a 19 anni vincitore della seconda consecutiva classifica marcatori, anche grazie all’appoggio delle due estreme Sernagiotto e Orsi, capaci di fare il vuoto col loro palleggio ubriacante.

I RIVALI: FACCIO DI BRONZO
II “generale Po”, al secolo Ferdinando Pozzani, ambizioso e facoltoso presidente dell’Ambrosiana, non è uomo da mezze misure. La delusione dell’anno precedente lo induce a cambiare volto alla sua squadra, con la rottamazione di alcune istituzioni nerazzurre, come l’anziano Gianfardoni. ma soprattutto il bizzoso asso Rivolta, ex ala trasformata in sontuoso difensore esterno, e l’attaccante Visentin, entrambi ceduti al Napoli. Lo sforzo maggiore in entrata è diretto a potenziare il reparto arretrato, con l’ingaggio di due assi: Ricardo Faccio, perno della difesa del Nacional campione d’Uruguay, la cui partenza provoca in patria al solo annuncio una sorta di sollevazione popolare, tanto da costringerlo a fuggire di notte verso l’Italia passando dall’Argentina.' e il veterano azzurro Alfredo Pitto, eccellente mediano della Fiorentina. Ne nasce una squadra formidabile, con lo splendido Ceresoli in porta, Agosteo e Allemandi terzini d’area Pitto e Castellazzi mediani laterali e il monumentale leader Faccio al centro (di lui scrive Bruno Roghi: «Leonino in difesa, abile ed attivissimo all’attacco. Fresco nella battuta, rapido nella corsa, ostinato e quasi sempre vittorioso nei corpo a corpo, impetuoso nei momenti infuocati della gara»): in attacco, gli interni Serantoni, inesauribile motore del gioco, e il classico Demaria, le estreme Frione I e Levratto a sostegno del solito torrenziale Meazza. A governare il timone, la raffinata mente tattica di Arpad Wcisz, allenatore tra i più sagaci del pano rama. Quello che a metà torneo sembra uno scudetto quasi “inevitabile” si trasforma nel finale in una cocente delusione, innanzitutto per la perdita di Frione, che a metà febbraio si ammala di pleurite ed esce di scena, e poi per il calo fisico della squadra in primavera, che induce Pozzani ad affiancare a Weisz un direttore tecnico (Bassi), col risultato di sfaldare definitivamente la squadra. Costretta ad accontentarsi del secondo posto, che vale comunque la qualificazione alla Coppa dell’Europa centrale.

IL TOP: IL DOLCE ADDIO
Giampiero Combi compie 31 anni nel novembre del 1933. Un'età avanzata, pei i canoni dell’epoca, non abbastanza tuttavia da farlo considerare sorpassato. Anzi, il portiere juventino è nel pieno del rendimento e proprio per questo ha deciso di lasciare in bellezza a fine stagione, dopo la partecipazione alla Coppa del Mondo, prevenendo il declino. La concorrenza del giovane Ceresoli ne sollecita l’orgoglio, cosi da fargli vivete un campionato di assoluto livello e prescindisi ai raduno azzurro premondiale in buone condizioni di forma, ancorché in smobilitazione psicologica, dovendo in azzurro fate da riserva al portiere dell’Ambrosiana. Poi, l’infortunio di quest ultimo in uno scontro con Arcari e il monto sulla scena, che Pozzo rievocherà così: «Sul campo della Fiorentina, in una parata un po’ azzardata, Ceresoli si ruppe un braccio. Proprio sotto ai miei occhi: che io stavo, in quel momento, appoggiato ai pali della porta nella quale egli lavoi ava. Addio, Campionato del Mondo! Combi lo vide partire per i ospedale, mi si avvicinò e mi disse, in piemontese: "M’touca a mi?” Tocca a me? “Souta, Piero”. Sotto, Piero, gli risposi. Mobilitò istantaneamente lo spirito, che già egli si era rassegnato a fungete da riserva, fisicamente e tecnicamente. In tre giorni già era a posto e diventò, per anzianità, capitano dell’undici nostro. In una settimana si mise completamente in ordine», Tornando a essere ciò che era da anni: un caposaldo della Nazionale, tra i grandi protagonisti del primo titolo mondiale azzimo. Dopodiché, tenendo fede al proposito nonostante le insistenze delia Juventus per un ripensamento, lascerà il calcio agonistico.

IL FLOP: IL GRIFONE SPENNATO
Ha dovuto rinunciare, per imposizione del Regime, al proprio nome, Genoa, italianizzato in Genova 1893. Al blasone, però, i tifosi non sono disposti a rinunciare, perché il Grifone rosso-blù, nonostante l’impetuosa avanzata della Juventus, è grande per antonomasia, forte dei nove titoli tricolori conquistati. Purtroppo da due anni il club si dibatte in una pesante crisi economica, che ha portato al progressivo depauperamento del patrimonio tecnico, con conseguente discesa dai piani nobili della classifica: dopo il secondo e il quarto posto nei primi due campionati a girone unico, l’undicesimo e l’ottavo nei due tornei successivi hanno segnalato la decadenza. In più, i dissidi col federale Giorgio Molfino hanno portato all’uscita di scena del presidente Vincent Ardissone, sostituito, in veste di commissario straordinario, da Aldo Tarabini, generale della milizia, specialista in disciplina: celebri le sue multe, cosi come la radiazione immediata di un giocatore (l’ala Giuseppe Maggi) colpevole di aver colpito l’arbitro in una partita di Prima divisione contro il Savona. La stagione, avviata con un perentorio quanto illusorio 3-0 alla Pro Vercelli, si dipana tra batoste terrificanti (1-8 sul campo della Juventus, 0-5 su quello dell ’Ambrosiana) e si chiude sul nulla di fatto del 26 aprile a Padova, quando la gloriosa squadra rossoblu cade per la prima volta in Serie B.

IL GIALLO: UNA QUESTIONE DI FIRMA
Nel Bologna, già campione europeo, che improvvisamente esce dalla lotta per lo scudetto, spicca un’assenza: l’interno Raffaele Sansone. Idolo della folla per la qualità ed efficacia del suo raffinato gioco, all’apice della gloria ha fatto ritorno in patria. Cos’è accaduto? Un errore di forma e di sostanza. Il presidente rossoblu, Gianni Bonaveri, al momento del rinnovo del contratto gli ha presentato la tavola già apparecchiata: 32mila lire per quattro anni, una cifra notevole, già accettata da Fedullo e quindi da prendere o lasciare. Non ha fatto i conti, il presidente, con l’orgoglio del campione, convinto di valere di più e comunque almeno una trattativa personale e non “a rimorchio” dell’amico. Così, anziché prendere, lascia. Fa le valigie e riparte per l’Uruguay. Spiazzato dalla situazione, il presidente non fa una piega, forse convinto che si tratti di un fugace colpo di testa giovanile. Invece “Faele” fa maledettamente sul serio e mentre il Bologna va in crisi tanto da trasferire la conduzione tecnica da Gama a un singolare “triumvirato” interno (le due vecchie glorie Genovesi e Perin più Schiavio, campione ancora in piena attività) e poi all’ungherese Lajos Kovacs, un “duro” fanatico della disciplina, il ventitreenne attaccante, svincolato dal Bologna, si accasa al Penarci. La parentesi si chiuderà in estate, a fine agosto, quando Renato Dall’Ara, nel frattempo subentrato come commissario a Bonaveri, presenterà a Sansone una nuova offerta: 50mila lire a lui e 500 pesos al suo club per la cessione; a quel punto il giocatore sarà felice di salire su un piroscafo per tornare nell’eldorado del calcio, in Italia, dove tra l’altro lo attende la bella Olga (detta Piera), la fidanzata rimasta ad attenderlo, che dopo due anni diventerà sua moglie.

LA RIVELAZIONE: L’ORO NEREO
La stagione positiva della Triestina addirittura briliante nelle prime giornate, poi dignitosa dopo il crollo di cinque sconfitte consecutive tra dicembre e gennaio porla alia ribalta un poderoso attaccante, Nereo Rocco, espresso dal vivaio locale. Esordiente nella massima serie a 17 anni, titolare l’anno dopo, da estrema sinistra si è trasformato in interno; in questo campionato l'allenatore C arlo Czapkay gii affida il compito di attaccante di riferimento, che lo porla all’esordio in Nazionale B in ottobre contro l’Ungheria a Vercelli e poi a quello nella rappresentativa maggiore, in occasione della partita di qualificazione mondiale contro la Grecia, risoltasi peraltro in un fiasco per l'emozionalissimo giocatore, sostituito nella ripresa da Ferrari. Dotato di buone qualità tecniche e di una notevole carica agonistica, Rocco diventa a sorpresa la "stella del club alabardato, molti anni prima di conoscere una ben più larga fama come allenatore. Giocherà nella squadra giuliana fino al 1937, poi passerà al Napoli per tre stagioni, per poi militare due anni in B nel Padova e chiudere nel 1947. a 35 anni, in Serie C nelle file della Libertas Trieste.

LA SARACINESCA: UN BRUTTO QUARTO D’IRA
Ha appena 23 anni, Cario Ceresoli, eppure è già tra le stelle della massima serie. Nativo di Bergamo, scoperto nell’Ardens nel 1929 dal talent-scout Giuseppe Ciatto, è diventato subito il portiere titolale dell’Atalanta. Secco e scattante, in campo è un fascio di nervi, con un colpo d’occhio prodigioso. Su di lui ha messo gli occhi l’Ambrosiana, che lo ha acquistato nel 1932 per farlo maturare alle spalle di Smerzi e Degani. ma Aipad Weisz, dopo l’infortunio del secondo, lo ha lanciato titolare con successo. In questa stagione il ragazzo si conferma campione, fino a risultare il guardiano meno battuto del torneo, con appena 24 reti incassate in 34 partite. Proverbiale il suo attaccamento alla maglia. Dopo la pesante sconfitta con la Fiorentina del 26 novembre - da 2-0 a un incredibile 2-4 finale - mentre la sera tira tardi nel solito bar sotto casa reagisce male agli sfottò pesanti di un gruppo di tifosi juventini, fino a distruggere una vetrina e mandare in frantumi bottiglie e bicchieri in un empito irrefrenabile d’ira; si salva, una volta tornato in sé, firmando un ricco assegno al proprietario per ripagare i danni. La sfortuna lo colpirà proprio nel momento chiave della stagione: fatto esordire da Pozzo in azzurro contro la Grecia e promosso titolare per la Coppa del Mondo, un’uscita azzardata su Arcari in allenamento a Firenze gli procurerà la frattura a un braccio e l’addio anticipato alla manifestazione iridata. Si rifarà a novembre, giganteggiando tra i “leoni di Highbury” nella “gloriosa sconfitta” contro gli inglesi, parando in modo miracoloso un rigore di Brook.

IL SUPERBOMBER: LA CORSA È LA VITA
Felice Placido Borei II si ripete, mantenendo una media impressionante, 32 reti in 34 partite, che porta il bilancio dei suoi primi due campionati di Serie A a 60 gol in 62 presenze. Un fenomeno, considerato che a fine torneo (il 19 aprile 1934) compie appena 19 armi. E che le sue “misure” ufficiali sono 1,77 di statura e 62 chili di peso. Eppure quella farfalla che volteggia elegante pizzicando l’area di rigore e saltando gli avversari come paletti di uno slalom ha una capacità di tiro micidiale. Un giorno si racconterà cosi: «Ero forte soprattutto nel fango, perché con un solo tocco riuscivo a superare l’avversario. Avevo un eccezionale controllo della palla e se sbagliavo uno stop mi dicevo; Felice, cambia mestiere. Dicevano anche che ero velocissimo e non era vero: nei cento metri non sono mai sceso sotto i 13”. Però avevo un guizzo improvviso e con il pallone al piede non rallentavo mai la corsa; da qui discendeva la sensazione di rapidità». Figlio di ricchi commercianti di tessuti, è stato un attaccante del Torino, Luciano Vezzani, a dirgli un giorno: «Somigli a un mio amico, che chiamiamo Farfallino», così attribuendogli un soprannome destinato a durare. Sulla mira infallibile, più tardi svelerà il suo segreto: «Quando arrivavo in azione solitaria in vista del portiere, anziché invitarlo a uscire come Meazza, gli... tiravo addosso e siccome era impossibile fare centro, la palla deviava verso destra o verso sinistra e quasi sempre si infilava a fil di palo». Chiuso dallo stesso Meazza e da Schiavio ai Mondiali, la sua decadenza sarà improvvisa come l’affermazione: nell’autunno di quello stesso 1934 partirà per il servizio militare e il suo fisico delicato soffrirà la dura disciplina, facendone decadere il rendimento. Nel 1935 poi, durante un allenamento, un ginocchio gli cederà di schianto, avviandone il rapido declino, tra operazioni, ritorni e nuovi cedimenti.



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I bianconeri al quarto scudetto consecutivo


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