Serie A 1932-33 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: EFFETTO DOMINIO
I campioni della Juventus si potenziano ulteriormente: dopo un anno di quarantena per norma Fifa (già sperimentato con Orsi), diventa disponibile il minuscolo Pedro Semagiotto, ala brasiliana proveniente dalla Palestra San Paolo, un granello di pepe dal gioco funambolico. Il Bologna risponde importando un altro uruguaiano, il centromediano Francesco Occhiuzzi dal Wanderers, mentre l’Ambrosiana-Inter, pilotata dal fresco presidente Ferdinando Pozzani detto “il generale Po”, attua un rimpasto generale, ingaggiando un gruppo di campioni: il portiere Ceresoli dall’Atalanta, l’interno argentino Demaria (dal Gimnasia), l’ala uruguaiana Frione (dal Wanderers), lo sfondareti Levratto dal Genoa e il bomber Mihalic dal Napoli. Di nuovo la Juventus parte piano, tanto da ritrovarsi al terzo turno con soli due punti, mentre in testa sono Genova e Torino. Quel giorno però, il 2 ottobre 1932, qualcosa è accaduto: Carcano ha mandato in campo come intemo destro un ragazzino del vivaio, Felice Placido Borei II, sottile come un giunco, nobilissimo di piedi. Dalla settimana dopo, i bianconeri avviano un filotto di nove successi consecutivi, anche perché dalla settima giornata Borei II diventa centravanti titolare al posto dell’infortunato Vecchina e comincia a segnare a mitraglia. Intanto dalla quarta giornata il Napoli di Garbutt ha preso il comando della classifica, prima in coabitazione con il Torino, poi da solo. Alla nona, la Juventus, in poderosa risalita, è seconda e la domenica dopo, mentre i partenopei cadono sul campo del Bologna, i bianconeri vincono il derby ed effettuano il sorpasso. Il 18 dicembre, travolgendo l’Ambrosiana-Inter, portano a 3 i punti di vantaggio sul Napoli, battuto in casa dalla Roma. Il 5 febbraio 1933 la Juventus è campione d’inverno con due lunghezze sul Bologna, riemerso da un avvio mediocre. Il duello è lanciato, ma i rossoblù perdono il centromediano Occhiuzzi per un grave infortunio e il loro rendimento cala, tanto che allo scontro diretto del 4 giugno giungono distaccati di 9 punti e addirittura scavalcati in classifica dall’ Ambrosiana-lnter. La Juventus non ha pietà: vince anche a Bologna e il 25 giugno è Campione d’Italia con distacchi abissali: 8 punti sull’Ambrosiana-Inter, 12 su Bologna e Napoli, a conferma di una superiorità schiacciante. In coda, la Pro Patria si stacca a due giornate dal termine, il Bari lotta fino allo striscione dell’arrivo, quando, sconfitto proprio dai bustocchi, li accompagna nella caduta in B, mentre si salva il Casale, grazie al pareggio casalingo col Milan.

I CAMPIONI: LA FRECCIA DEL SORPASSO
Curioso: i due successi di fila della Juventus dal 1930 al 1932 hanno cominciato a creare nel Paese la leggenda della squadra invincibile, tanto che il tifo per i bianconeri, le cui gesta - nella scarsità di mezzi di comunicazione - si tramandano soprattutto attraverso racconti e fatali esagerazioni, dilaga a ogni latitudine. Eppure è solo in questo campionato che la squadra prende il volo, sulle ali di un gioco che raggiunge alti livelli spettacolari, mancati nelle precedenti due edizioni. Il fatto è che su quell’impianto già solido vengono inseriti due fuoriclasse: il ventitreenne Pedro Semagiotto, soprannominato “Freccia d’oro” per la rapidità del passo e il gioco di gambe nel dribbling, e il ragazzo di casa Felice Placido Borei II, bomber leggero quanto spietato. Alla Juventus mancava giusto questo: una maggiore agilità ed efficacia del reparto offensivo, un po’ appesantito dall’età di Munerati (31) e Vecchina (30). Se si considera che in difesa rientra in piena forma Caligaris dopo l’intervento al menisco costato sei mesi di stop, ecco una squadra fantastica, che segna 83 reti e ne subisce appena 23: con Combi, Rosetta, Caligaris e il “centrale” Monti a chiudere la difesa a doppia mandata, con gli esterni di difesa Varglien I e Bettolini a presidiare le fasce e un attacco monstre: Sernagiotto (o Munerati) e Orsi sulle ali, Ferrari a cucire il gioco offensivo assieme agli estri di Cesarini o la sostanza di Varglien II (quando l’argentino viene richiamato in patria da problemi personali), Borei II a terminare ogni discorso tecnico con l’esclamativo del gol.

I RIVALI: IL BARONE RAMPANTE
Il Bologna vuole fortemente lo scudetto e basta questo a confermarlo: la squadra che ha appena vinto la Coppa dell’Europa Centrale viene potenziata nel ruolo chiave presidiato finora dal “centromediano in frac”, Gastone Baldi, che ha compiuto 31 anni e comincia a denunciare una certa usura. Così il nuovo allenatore, il barone Jozsef Nagy, giunto dalla Pro Vercelli a sostituire Lelovich (ingaggiato dal Livorno), pretende un’alternativa e per soddisfarlo si provvede ad attingere nuovamente al serbatoio uruguaiano, già così prodigo di soddisfazioni. Tramite le relazioni di Fedullo e Sansone, viene pescato Francisco Occhiuzzi, un torello dalle sembianze vagamente truci che si dice faccia paura agli avversari anche solo guardandoli con intenzione. In campo questi svetta nel gioco di testa nonostante la statura limitata e i primi impieghi da mediano sinistro ne rivelano la battuta potente del grande centromediano. Sicché, dopo l’avvio incerto, il tecnico esclude Baldi, inserisce Occhiuzzi e arretra in mediana l’ala Maini, lanciando al suo posto Donati. La squadra riprende quota, giunge a soli due punti dalla Juventus capolista, ma il destino ci mette una zampa: il 19 febbraio, al Littoriale, un durissimo scontro con il patavino Callegari costa a Occhiuzzi la frattura della tibia destra. 11 giocatore esce di scena, Nagy alterna Montesanto e Baldi al centro, ma lo spirito combattivo iniettato dall’uruguaiano nelle vene del gioco si è perso e la stagione vira verso un deludente terzo posto finale.

IL TOP: L’OTTO VOLANTE
Giovanni Ferrari è il classico esempio di campione universale. Nato ad Alessandria il 6 dicembre 1907, è cresciuto nel fertile vivaio locale, a 16 anni ha esordito nella massima serie (3 partite) e alla fine della stagione successiva, nel 1925, è stato ceduto per 5mila lire all’Internaples, al seguito dell’allenatore Carcano. La disavventura si è chiusa con la precipitosa fuga dei due dopo i tumulti seguiti alla concessione di un penalty all’Alba Roma nel ritorno della finale di Lega Sud; l’Alessandria ha dovuto sborsare 12mila lire per riaverlo. Il suo ruolo è attaccante, con medie gol torrenziali: dopo le 16 reti in 15 partite sotto il Vesuvio, a 19 anni in maglia grigia ne ha firmate 22 in 30, l’anno dopo 24 in 32, 30 in 54 nei due tornei successivi, prima di prendere il volo per la Juventus. Un bomber di squisita caratura tecnica, ma anche solido e combattivo come ha da essere un attaccante puro. Nel 1930 è dunque approdato a Torino, anche questa volta voluto da Carcano, e ha cambiato ruolo, come racconterà lui stesso: «Nella Juventus dovetti subire un radicale mutamento tattico: nell’Alessandria ero io il cannoniere; nella Juventus divenni l’uomo di spola, il motorino. I cannonieri c’erano già, non era necessario avvicinarsi troppo all’area. Piuttosto, bisognava servire le ali, specie Orsi, perché Cesarmi si dimenticava troppo spesso di farlo. Con tutto ciò segnai anche moltissimi gol. Nella squadra ero io, in genere, al secondo posto dei marcatori». Alla Juve vede anche i primi soldi “veri”: col presidente Edoardo Agnelli firma in bianco, riceve 22mila lire più i premi partita, un lusso per l’epoca, e nessuno deve pentirsene, perché sotto il quinquennio d’oro c’è la sua firma bene in chiaro. In una cronaca dell’epoca, eccolo giganteggiare in una partita combattutissima: «C’è in campo un uomo che, calmo in tanto divampare di fiamma agonistica, tiene in pugno la vittoria e domina la fortuna: Ferrari». E un celebre cronista degli anni Trenta, Ara, così lo racconta: «Chi, come lui, conosce tutti i segreti del modo di colpire il pallone, di punta, col dorso del piede, col tacco? Chi è capace di smorzare “tutti” i palloni alti e a mezzo metro di distanza, per violenti che siano?». Nella primavera del 1935 cotanto campione se ne andrà all’Ambrosiana-Inter, a costituire con Meazza «il duo più straordinario del mondo», come scriveranno i francesi ammirati alla Coppa del Mondo 1938, e a vincere, appunto, oltre ad altri due scudetti, il titolo iridato con la maglia azzurra. Ma non è finita: conquisterà un ottavo campionato nel 1941, a 33 anni, nel Bologna, il che ne fa ancora oggi il primatista di titoli tricolori assieme a Furino.

IL FLOP: LO SCONTRO DEL DESTINO
Francisco Occhiuzzi in realtà si chiamava Francesco ed era nato a Cosenza (il 28 agosto 1905). Poi la famiglia era emigrata in Sudamerica e si era rifatta una vita a Montevideo. Ci sapeva fare col pallone ed era diventato difensore di vaglia del Wanderers, quando arrivò un emissario del Bologna a proporgli un ricco ingaggio nella terra natia. Non si fece pregare e a 27 anni si ritrovò in Italia in una squadra fresca di corona europea e decisa a contendere lo scudetto alla Juventus. Partì difensore esterno di sinistra, poi venne spostato al centro, nel cuore dell’impostazione metodista. Prendeva il posto di Baldi e ne era tutto il contrario: piccolo e sbrigativo nel tocco per quanto l’altro svettava in statura e pareva indossare il frac ogni volta che officiava toccando il pallone. Ma era ugualmente efficace, perché atterriva gli attaccanti e in più sapeva rilanciare il gioco secondo i migliori dettami del ruolo. Bologna applaudiva: aveva il terzo asso d’oltreoceano, dopo gli artisti Fedullo e Sansone. Invece, il bel sogno si infranse nello scontro con un avversario (Callegari del Padova) il 19 febbraio 1933, prima giornata di ritorno: riportò una frattura scomposta alla tibia e per lui la stagione finiva lì. Sarebbe ritornato a tempo pieno solo l’anno dopo, senza più la brillantezza degli esordi, complice forse anche l’annata negativa della squadra. Tanto che nel 1934, ottenuto un permesso per una vacanza a Montevideo, non fece più ritorno. E nessuno si preoccupò di fargli cambiare idea.

IL GIALLO: FUGA PER LA SCONFITTA
Perché mai all’improvviso, così come vi era apparso, l’“artillero” Pedro Petrone nel 1933 sparisce dai vertici della classifica marcatori? Semplice: con l’apparire della primavera, l’asso uruguaiano effettua il colpo di testa più devastante della sua vita. Tùtto comincia il 19 febbraio 1933, con la Fiorentina settima in classifica e il suo centravanti secondo tra i bomber con 12 reti (in 15 partite). Quel giorno i viola perdono di misura in casa col Torino: gol di Bo dopo 12 minuti, reazione non esaltante, campionato compromesso. L’allenatore Felsner non gradisce l’abulia di Petrone e decide di scuoterlo, escludendolo di squadra la domenica successiva per sostituirlo con Borei I, fratello maggiore del giovane bomber juventino rivelazione della stagione. Due vittorie, ad Alessandria e in casa col Bari, rilanciano la squadra, ma la secca sconfitta a Milano con l’Ambrosiana-Inter fa riaffiorare i mugugni: la gente di fede viola reclama il suo idolo. Il tecnico l’accontenta e Petrone torna in campo il 19 marzo contro la Triestina. Non funziona: gli ospiti nel finale vincono di misura, ma c’è qualcosa di più. Per rendere più incisivi i suoi, a un certo punto Felsner chiede all’ala destra Prendato di spostarsi al centro, scambiandosi con Petrone, ma questi risponde picche al compagno. Allora il tecnico austriaco da bordo campo si rivolge direttamente a lui e ne viene platealmente mandato al diavolo. In settimana interviene il presidente, il marchese Luigi Ridolfi, infliggendo al giocatore la salatissima multa di 2mila lire. Il giorno dopo, Petrone diserta l’allenamento. Lo cercano a casa, non c’è. Dove è finito? Un mistero, tanto più che il suo passaporto è regolarmente custodito nella segreteria del club. La verità emerge dopo qualche giorno: il campione ha fatto le valigie ed è partito per Genova, da dove, procuratosi chissà come un nuovo passaporto, il 23 marzo si è imbarcato su un piroscafo per l’Uruguay. La faccenda desta scalpore, la Fiorentina sporge denuncia alla Fifa. Petrone toma dopo alcune settimane, ma scopre che il club non vuole più saperne di lui. Proverà a esibirsi come attrazione in un teatro cittadino, quindi tornerà in patria, farà in tempo a vincere il titolo 1933 col Nacional e poi - coi tempi lenti dell’epoca - lo raggiungerà la squalifica della Fifa fino a tutto il 1934, che in pratica ne anticiperà la chiusura della carriera. Morirà il 13 dicembre 1964, povero e malato, in una clinica di Montevideo, qualche mese dopo aver confidato in una corrispondenza del Calcio Illustrato tutta la sua nostalgia per la breve esperienza italiana.

LA RIVELAZIONE: L’ARTISTA DELLA SFORTUNA
L’ambiziosa Fiorentina pilotata da Felsner mette in vetrina un difensore di 23 anni di eccellenti qualità tecniche: Mario Pizziolo è abruzzese di Castellammare Adriatico, ha tirato i primi calci importanti nella Pistoiese e a 19 anni è approdato al club viola, con cui ha conquistato la promozione in A. Centromediano di raffinate doti tecniche, una frattura al braccio ne ha menomato la sicurezza nel gioco aereo e il tecnico lo ha spostato a destra. In questa stagione la maturità lo segnala tra i migliori del ruolo, tanto che Pozzo lo chiama in Nazionale, colpito dal suo tocco morbido e dal tempismo nel tackle, promuovendolo titolare. Il ragazzo, studente in Economia e Commercio, si segnala per la naturale eleganza e diventa una delle stelle viola. Peccato che la sua carriera sia costellata di incidenti: titolare alla Coppa del Mondo 1934, verrà tolto di mezzo dalla frattura di una gamba nel primo, durissimo scontro con la Spagna. Tornerà a giocare, ma nell’autunno del 1936, durante un allenamento collegiale a Rapallo, uno scontro con un avversario gli comprometterà i legamenti interni di un ginocchio. «Avrebbero dovuto portarmi a Parigi» ricorderà anni più tardi, «però l’operazione sarebbe costata alla Fiorentina l’intero incasso di una stagione. Anch’io decisi di non fame nulla. L’intervento comportava dei rischi: se andava bene, sarei tornato a giocare (ma per quanto?); se fosse andato male, sarei rimasto con una gamba più corta dell’altra e avrei zoppicato per tutta la vita. Decisi di mettere in naftalina la maglia azzurra e quella viola e tirai fuori di nuovo le dispense universitarie». Diventerà commercialista a Firenze, sia pure con frequenti digressioni nel mondo del calcio.

LA SARACINESCA: GRAZIE ZIO
Il fertile vivaio piemontese ha prodotto anche un grande portiere: Giuseppe Cavanna. nato a Vercelli il 18 settembre 1905. È cresciuto in Seconda divisione nella Vercellesi Erranti; a 19 anni è entrato nella Pro e ne ha difeso i pali fino al 1929, quando il sogno di un grande Napoli cullato dal presidente Giorgio Ascarelli lo ha portato nel Golfo. Della squadra azzurra è diventato un’istituzione: guardiano di grande reattività muscolare è dalla eccellente personalità, ha esordito in Nazionale B il 12 aprile 1931 in e Pozzo lo tiene in gran conto, tanto che lo inserirà nella rosa per la Coppa del Mondo 1934 anche se non lo farà mai esordire. Cavanna è il degno guardiano della gran difesa della squadra di Garbutt, con Vincenzi e “Pipporne" Innocenti a proteggerlo in area di rigore, protagonista del formidabile avvio di campionato che proietta la squadra al terzo posto finale a pari punti col Bologna. Giocherà all'ombra del Vesuvio fino al 1935, quando passerà il testimone a Sentimenti II, poi giocherà a Benevento, in C, prima di chiudere la carriera nel 1939, dopo due stagioni di nuovo nelle file della Pro, caduta in B. È zio materno di Silvio Piola, il più grande capocannoniere italiano di ogni tempo.

IL SUPERBOMBER: FARFALLINO DA PRIMATO
La Juventus, l’aveva nel sangue. Papà, ricco commerciante di di tessuti, aveva tirato calci nella squadra dei pionieri. Lui, Felice Placido Borei, detto “secondo” perché anche il fratello maggiore, Aldo, calcava (con fortuna) i campi di calcio, aveva però cominciato nei Balon Boys del Torino, non disponendo il club bianconero di un settore giovanile. Il vicepresidente Mazzonis lì lo aveva scovato e nel 1931 lo aveva portato tra i suoi. Carcano ne aveva intuito il talento, osservandolo volteggiare leggero tra i difensori avversari e mettere regolarmente in difficoltà quelli della prima squadra nelle partite di allenamento, e lo aveva aggregato ai “grandi”. Lo fece esordire da interno, poi si fece male il centravanti Vecchina e allora gliene assegnò la maglia. Un colpo di fulmine, tra lui e il campionato. Il Borellino prese a incantare, tanto leggiadro nel tocco e nello scivolare tra i rudi terzini avversari, quanto spietato il momento del tiro, che scoccava improvviso e preciso. Lo soprannominarono “Farfallino” e in effetti vibrava un duro contrasto tra la grazia delle sue danze e gli effetti devastanti per i portieri, a seguito di tiri che sembravano scoccati senza sforzo apparente. Pozzo, che lo fece prontamente esordire in azzurro, scrisse di lui: «Non ha tiro potente, indirizza il pallone con un colpo secco sempre là dove vuole che il pallone vada. Il portiere non ha tempo né per muoversi né per intuire».



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I bianconeri al loro terzo titolo consecutivo


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