Serie A 1931-32 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: BATTAGLIA NEL FANGO
Campagna acquisti pirotecnica: la “pesca” in Sudamerica, grazie alla scappatoia degli “oriundi”, si scatena: l’Ambrosiana ingaggia l'argentino Demaria, attaccante del Gimnasia, e l’interno Hector Scarone, “E1 Mago” dell’Uruguay Campione Olimpico e del Mondo. La Juventus risponde con due argentini: l’attaccante Maglio e il centromediano Monti. Il Genova ingaggia dall’Huracan l’attaccante Esposto, il Bologna l’uruguaiano Sansone, la Lazio ben sette brasiliani. L’avvio della Juventus, appesantita dalla scottatura in Coppa dell’Europa centrale e dai ritardi di Monti, è incerto, mentre il Bologna assume il comando, tallonato da Roma, Ambrosiana (che dal 25 gennaio 1932 si chiamerà Ambrosiana-Inter) e Casale. Dalla sesta giornata, però, la Juventus toma in corsa: con cinque successi di fila si ritrova alla decima giornata seconda a un solo punto dal Bologna. La sconfitta interna con la Lazio il 27 dicembre ne compromette la caccia al titolo d’inverno, che si tinge di rossoblu con due giornate di anticipo, il 10 gennaio 1932. I rossoblu di Lelovich chiudono l’andata con 3 punti sulla Juventus. Il Bologna mantiene un discreto margine * sui rivali fino a primavera, quando crolla all’improvviso: le due consecutive sconfitte, a Genova e in casa dell’Ambrosiana, consentono alla Juventus il sorpasso alla ventiseiesima giornata. Due domeniche dopo, il 1° maggio 1932, scontro diretto a Torino, combattuto e spietato: il debole arbitro Lenti di Genova non riesce a frenare il gioco pesante e Monti con un terrificante fallo mette fuori uso Schiavio, provocando tra i due, poi compagni in Nazionale, una lunga inimicizia; scrive Il Littoriale che si vide «Monti farglisi sopra e colpirlo c pestarlo ripetutamente con intenzione al ginocchio, tanto che il valoroso attaccante felsineo fu trasportato a braccia fuori dal campo quasi svenuto. L’arbitro Lenti o non si è accorto del grave fatto, o credette opportuno non dare il seguito che sarebbe stato doveroso e necessario al brutto episodio». La Juve, in svantaggio, rimonta fino a vincere, ipotecando lo scudetto, che conquista in anticipo di due turni il 29 maggio 1932. In coda, retrocedono in B il Brescia, finito a pari punti col Bari e battuto allo spareggio, e il Modena.

I CAMPIONI: LA MIA BENDA SUONA IL ROCK
Agnelli, ancora su consiglio di Orsi, va a pescare in Argentina per rinfrescare la sua Juventus: Luis Monti, leggendario centromediano della “Seleccion” seconda all’Uruguay sia alle Olimpiadi che alla Coppa del Mondo, e l’interno Maglio. Inoltre, dopo Ferrari, ecco un altro talento dall’Alessandria, il mediano Bettolini; cresciuto come elegante talento della terza linea, è sbocciato come campione quando il club grigio lo ha messo a pensione, arricchendo la sua dieta, limitata dalla miseria a... tanti caffelatte. È un combattente, che svetta di testa con la benda da pirata sulla fronte, preziosa per evitare ferite dalle cuciture del pallone. Superato il rodaggio iniziale e la delusione europea, la squadra nel girone di ritorno avanza come una corazzata. In difesa, viene scontato col frequente impiego di Ferrerò l’infortunio di Caligaris contro la Roma (operazione al menisco), per il resto con Bertolini e Varglien I sulle fasce e il coriaceo Monti a fermare in tackle i centravanti e a lanciare l’azione con battuta lunga e precisa, il reparto funziona a meraviglia; in avanti Ferrari, con le spalle più coperte da Bertolini, può sbizzarrirsi nelle incursioni a rete, coadiuvato da Cesarini e dai tre confermatissimi attaccanti, le ali Munerati e Orsi e il centravanti Vecchina.

I RIVALI: IL CALCIO IN FRAC
II Bologna ha cambiato guida: il 12 gennaio 1931, a metà del campionato precedente, Hermann Felsner se ne è andato alla Fiorentina, in lotta per la promozione in A. Le norme lo consentono e d’altronde il previdente patron Bonaveri aveva già ingaggiato un aiutante, l’ungherese Gyula Lelovich (Lelovics, storpiato dagli adetti alla dogana), cui ha prontamente passato il testimone. A fine stagione, conquistata la promozione, Felsner vuole in viola due suoi pupilli rossoblù: il mediano Pitto e l’attaccante Busini, mentre l’attacco patisce la defezione per ritiro del grande Geppe Della Valle. La Fiorentina ingaggia in Uruguay il centravanti della “Celeste”, Petrone l’“artillero”, e questi pretende come appoggio il connazionale Raffaele Sansone, geniale assist-man del Penarol. Il Bologna allora si muove: concede il nulla osta ai viola per Pitto e Busini, ma in cambio chiede il secondo uruguaiano. Felsner accetta e quando Sansone, dirottato dall’altra parte dell’Appennino, mette piede in campo, trova immediata intesa col connazionale Fedullo e si rivela un fuoriclasse. L’arretramento di Martelli sulla linea mediana con Montesanto e Baldi ristabilisce gli equilibri difensivi e la squadra produce un girone d’andata fantastico: con il “gatto” Gianni in porta, i terzini Monzeglio, elegante libero di posizione, e Gasperi, roccioso e indomito volante, i mediani di fascia Montesanto e Martelli, il raffinato Baldi centromediano dalle eccellenti doti costruttive (“il centromediano in frac”), base di lancio del quintetto offensivo: i due interni uruguaiani, complementari tra loro, il centravanti Schiavio, mobilissimo uomo di sfondamento, e le ali Maini e Reguzzoni. Il calo nel girone di ritorno fa tramontare il sogno-scudetto.

IL TOP: ROMANZO A FORTI FINTE
Raffaele Sansone nel 1931 è un ragazzo di ventun anni che vive bene a Montevideo: papà Pantaleone, originario della Lucania, è impiegato alla Borsa valori, lui gioca a calcio nel Penarol arrotondando i guadagni come addetto al carico e scarico merci in un cantiere. Finché il connazionale Petrone lo coinvolge nell’avventura italiana e i dirigenti viola, giunti oltreoceano per accaparrarsi il centravanti della “Celeste”, propongono anche a lui un contratto da favola: 25mila lire per due anni, più 2.500 lire al mese, nell’epoca in cui il sogno, diffuso da una canzone in voga, è guadagnarne mille. Faele convince papà e prima di salire sul piroscafo viene avvicinato dal console italiano: «Niente Florencia, ma Bolonia: stessi soldi, nessun problema». Faclc arriva a Bologna, ad accoglierlo trova il connazionale Fedullo, che tanto si è speso per convincere i dirigenti a vestirlo di rossoblù, c si trova subito a suo agio. In campo ubriaca di finte il “duro” Martelli rivelandosi un campione. Conosce l’arte del gioco e come piegarla al servizio della squadra; con Fedullo forma una coppia di interni favolosa, che farà per anni le fortune della squadra.

IL FLOP: BRASILAZI0, CHE DISASTRO
Quella degli “oriundi” del Sudamerica è ormai una mania. Ne è contagiata la Lazio presieduta da Francesco Stame, che già durante la stagione precedente ha ingaggiato in Brasile i cugini Giovanni e Ottavio Fantoni. I risultati non sono stati subito esaltanti, ma la pista piace e quando alla guida della squadra in sostituzione di Ferenc Molnar viene chiamato il brasiliano Amilcar Barbuy, diventa quasi... un’ossessione. La campagna di rafforzamento del 1931 è a senso unico: il 23 luglio arrivano il terzino Del Debbio, la mezzala Tedesco, il mediano “Pepe” Rizzetti, l’ala Guarisi; il 6 agosto, l’interno Castelli, l’ala De Maria e il mediano Serafini. Garantisce Baibuy e l’entusiasmo per la “Brasilazio” fa sottovalutare ai dirigenti il valore del giovane interno Foni, ceduto a cuor leggero al Padova in Serie B e destinato a diventare un terzino di valore mondiale. Purtroppo l’esito della grande operazione sarà lontanissimo dalle attese. Appesantita da un avvio di campionato da incubo (un punto nelle prime quattro partite), la squadra raggiunge il centro-classifica, per scendere peraltro di nuovo nel girone di ritorno c ritrovarsi poco lontano dalla zona retrocessione.

IL GIALLO: COLPO DI MAGLIO
Chi è Juan Felix Maglio? Ha spopolato come attaccante nel San Lorenzo e nel Chacarita ed è stato un punto fermo della Nazionale, con cui ha giocato dal 1925 al 1931 nove partite, segnando cinque gol. Suo padre, Juan Maglio Pacho, è un famoso compositore e bandoneista di tango argentino. Il ragazzo arriva alla Juventus nell’estate del 1931, subito dopo l’ultima apparizione in Nazionale, contro il Paraguay il 4 luglio, assieme a Monti. Maglio ha 27 anni e in campo dimostra subito la sua classe, ma qualcosa non “gira”. Abituato al dilettantismo, non gradisce la durezza degli allenamenti imposti da Carcano e poi è titolare, sì, ma in pratica rincalzo prima del centravanti Vecchina e poi dell’interno Cesarini.
Il rendimento è comunque eccellente - 17 presenze, 6 gol - fino al 28 febbraio 1931, in campo contro il Milan. Dopodiché, sparisce. Per qualche giorno è mistero fitto, attenuato dal gran momento che la Juventus, grazie all’impegno di Cesarini, vive nelle settimane successive. Cosa è dunque accaduto? Lo rivelerà un giorno Giovanni Ferrari: «Se ne andò dicendo che non gli piaceva allenarsi faticosamente come l’allenatore Carcano voleva. Forse era solo un ragazzo viziato». O forse è la nostalgia a riportarlo in patria. In effetti il giocatore, ottenuta la liberatoria dalla Juventus, tornato in Argentina diventa professionista, assunto dal Gimnasia y Esgrima di La Piata, poi giocherà ancora nel Chacarita, nel Ferrocarril e nel Velez, senza più tornare in Nazionale. Perché ormai il meglio della carriera è alle spalle.

LA RIVELAZIONE: I SACRIFICI DELL’ARMADIO
II 6 agosto 1931 dalla motonave “Duilio” sbarca sul molo di Genova un gruppo di giocatori provenienti dal Sudamerica. Tra questi, l’ingegner Gola, inviato dalla Juventus, riceve Juan Maglio e Luis Monti. Quest’ultimo è il leader | della Nazionale seconda alle Olimpiadi 1928 e alla Coppa del Mondo 1930, Orsi ne ha raccontato mirabilie. È stato una stella del San Lorenzo, ora a trent’anni militava nello Sportivo Palermo e ha giocato in Nazionale poche settimane prima, il 4 luglio, contro il Paraguay per la Coppa Chevalier Boutell, segnando tra l’altro l’unico gol dei suoi. Quale sorpresa allora nel trovarselo di fronte più... largo che lungo, con l’aspetto dell’impiegato appesantito dalla buona tavola più che del calciatore. Probabilmente, è il fisico massiccio che inganna: Monti è alto 1,67 c il suo peso forma è di 76 chili, tanto che lo chiamano “Doble ancho”, armadio a due ante. Quando sale sulla bilancia, cc ne sono almeno novanta. Scende in campo per un paio di amichevoli e la resa è disastrosa: lento c pesante, il gioco gli passa attorno, pare un ex campione lasciatosi andare dopo i trent’anni. A quel punto, come racconterà Vittorio Pozzo, «pregò i suoi dirigenti di lasciarlo fuori squadra. Si sarebbe preparato come intendeva lui e, quando si sarebbe sentito a posto, si sarebbe presentato direttamente, pronto a riprendere servizio. Fu il suo, nella contingenza, uno dei più impressionanti esempi di fermezza di carattere, di volontà e di abnegazione a cui io abbia assistito nella mia carriera. L’uomo andava in campo al mattino presto, e colla sola assistenza del massaggiatore, il povero Angeli, lavorava nella neve o nel fango, sudando ogni volta come per effetto di un bagno turco. Si pesava ogni giorno, si controllava, stava a regime nel mangiare e nel bere, e camminava sempre molto. Al mattino presto quando, in macchina, andavo in visita nella zona, lo trovavo sul viale di Stupinigi che, con due o tre maglioni addosso, alternava corse a marce. Era secondato da dirigenti esemplari, ma fece tutto da solo, animato dal suo fermo volere. Quando si senti pronto, si presentò, riprese il suo posto di centromediano in squadra e fece trasecolare tutti quanti. Era ridiventato mobile, pronto, scattante. Aveva, particolarmente, un modo di servire le ali, in linea diretta, con traversoni di quaranta o più metri, bassi o a mezza altezza, che tacevano aprire tanto d’occhi. Non esitai: portai subito Luisito in Nazionale». In effetti, quando il campionato prende il via, Monti è al suo posto e si segnala ben presto come il miglior centromediano del campionato. Una forza della natura: terribile nei contrasti (Schiavio lo imparerà a proprie spese), ma anche impareggiabile nell’ergersi a leader attivando il gioco d’attacco con lunghi traversoni. E l’età non è più un problema: lascerà la Juventus soltanto nel 1939!

LA SARACINESCA: GATTO D’ACCIAIO
Mario Gianni è stato portiere fin da bambino. Nato a Genova ma trasferitosi presto con la famiglia a Pisa, ha debuttato nell’Audax Pisa a quindici anni. L’anno dopo è stato scritturato dal Pisa ed è diventato presto un’attrazione. Lo chiamano “il gatto magico” per il colpo di reni. Per il Bologna ha sempre avuto una forte simpatia, tanto che, quando era militare a Milano, ogni volta che vi arrivava lo squadrone rossoblù andava in stazione ad accogliere i colleghi prodigo di premure. Poi nel 1924 ha coronato il sogno, diventando il portiere del Bologna, non senza aver preteso prima, oltre a un adeguato ingaggio, un posto alla Cassa di Risparmio per arrotondare il bilancio. Ha vinto subito lo scudetto, lo ha replicalo nel 1929 e in questo torneo si segnala nuovamente tra i migliori. A 29 anni ha raggiunto la maturità e anche le incertezze di piazzamento sui tiri da lontano che ne costituivano il limite sono un ricordo. È il portiere meno battuto del campionato.

I SUPERBOMBER: L'ANGELO E L’ARTIGLIERE
Sono in due a dividersi il trono dei cannonieri. A Firenze furoreggia Pedro “Perucho” Petrone, detto in patria l’“artillero” per la terrificante efficacia e potenza dei tiri. È centravanti puro, con la Celeste ha segnato 23 gol in 29 partite dal 1923 al 1930. All’arrivo in Italia qualcosa non funziona: le scarpe. Occorre una visita a Bologna dall’amico Sansone per trovare le calzature adatte e da quel momento non ce n’è per nessuno: segna 25 gol in 27 partite, è una furia. La sua favola durerà poco. L’anno dopo litigherà con l’allenatore e si rovinerà scappando a Montevideo e restando bloccato dalla Fifa. Tutta diversa la storia di Angiolino Schiavi», idolo dei tifosi bolognesi. Gioca per hobby, lavorando nella ditta di abbigliamento della famiglia, che ha origini comasche. Il suo stile è fatto di istinto, tecnica e coraggio. Entra in area a gomiti spianati, non teme i contrasti, negli spazi stretti difende il pallone e supera gli avversari, poi parte la “stecca”: tiri formidabili da ogni posizione. Il suo score nel Bologna a fine carriera sarà impressionante: 241 reti in 348 partite, con la sfortuna di non apparire nelle graduatorie assolute per aver cominciato a giocare molto prima del girone unico, a 17 anni, nel 1922.



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I bianconeri al secondo scudetto consecutivo


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