Serie A 1930-31 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: MARCIA TRIONFALE
La Juventus di Edoardo Agnelli fa il gran colpo, assumendo l’allenatore dell’Alessandria, Carlo Carcano, è il centro propulsore della sua squadra, Giovanni Ferrari, cui aggiunge, oltre ad alcuni comprimari, l’attaccante padovano Vecchina. Il Bologna si dota di un uruguaiano di gran classe, l’interno Fedullo, del giovane mediano Montesanto (dal Venezia) e dell’estrema Reguzzoni della Pro Patria, gran cannoniere. Il Napoli, affidato alle cure di William Garbutt, si svena per Colombari, centromediano del Torino, titolare della Nazionale nell’impresa di Budapest. Il presidente Maresca di Scrracapriola spende per lui 250 mila lire e un tifoso, al primo campitombolo in campo del nuovo asso, se ne uscirà con una esclamazione destinata alla storia (e a essere “riciclata” qualche decennio più tardi per lo svedese Jeppson): «È caduto ’o Banco ’e Napulel». La Roma innesta altri due campioni: il portiere Masetti (dal Verona) e l’ala Costantino (dal Bari), oltre all’interno argentino Lombardo (dall’Honory). I campioni dell’Ambrosiana invece si limitano a un gruppetto di rincalzi (il terzino Miltone dal Lecce, il mediano Parodi dal Derthona, l’ala Mariani dal Novara), oltre all’estrema Luigi Ferrero, ottimo attaccante della Pistoiese.
In avvio di campionato la Juventus batte subito i pugni sul tavolo: con otto vittorie di fila stabilisce un record destinato a durare e prende un vantaggio di cinque punti sul trio Bologna, Roma, Napoli, mentre l’Ambrosiana con un pessimo avvio è subito tagliata fuori dal discorso di vertice. La sconfitta interna col Napoli e il pari a Trieste rallentano i bianconeri, ma è solo un problema di messa a punto. Dalla prima domenica del 1931 gli uomini di Carcano inanellano altri cinque successi di fila e sono campioni d’inverno al giro di boa, il 1° febbraio 1930, con 4 punti su Roma e Napoli, 5 sul Bologna e addirittura 8 sul Genoa. Nel girone di ritorno spiccano due batoste: 0-5 al Testaccio dalla Roma il 15 marzo (vi verrà addirittura girato un film, con Angelo Musco) e 0-4 sul campo del Bologna il 24 maggio. Per il resto la Juventus è un rullo compressore, che il 21 giugno 1931 battendo proprio l’Ambrosiana con un gol di Orsi è Campione d’Italia con un turno di anticipo. In coda, pollice verso per il Livorno, staccato dal Casale all’ultimo tuffo, e il Legnano.

I CAMPIONI: LEONI E AGNELLI
Edoardo Agnelli, figlio del senatore Giovanni, fondatore della Fiat, è affezionato alla sua Juventus e negli anni è andato organizzando la società in modo impeccabile. I mezzi economici per assicurarsi i migliori elementi non gli mancano, come braccio destro ha scelto l’amico barone Giovanni Mazzonis, vicepresidente, oculato amministratore e rigido censore dei costumi degli atleti. L’ingaggio di Carlo Carcano dopo il fallimento di Aitken è decisivo, pur in un’epoca in cui la figura dell’allenatore è ancora considerata secondaria. Carcano capisce di tattica, ma soprattutto è un ottimo preparatore e di concerto col presidente organizza una rete di “spie”, ragazzini prezzolati che sorvegliano le abitazioni dei giocatori più “allegri”, per cosi dire (in primis Renato Cesarmi), cosi da consentire alla società di intervenire con opportune correzioni di rotta a base di salate multe. In campo, lo schieramento parte dal trio difensivo che fa le fortune anche della Nazionale di Pozzo: Combi in porta, protetto dai terzini Rosetta e Caligaris. In mediana, Barale e Rier a marcare le ali avversarie e il centromediano Varglien I, dallo scatto bruciante, a tamponare il centravanti. L’attacco conta su una coppia di mezzeali strepitosa: Giovanni Ferrari è un motorino instancabile, un metronomo del gioco capace di correre allo stesso ritmo per tutta la partita gestendo la manovra e andando di persona a concludere come un provetto fromboliere. Renato Cesarmi è partner ideale, un artista del pallone (celebre la “rabona”, che in Italia ancora nessuno aveva visto, col piede destro portato dietro la gamba sinistra a colpire, sovente di tacco, il “tacco alla Cesarmi”), da cui zampillano a profusione gol e invenzioni. Il suo connazionale Orsi è la stella di un trio di punta efficacissimo con l'aia destra Munerati, rapido e asciutto goleador, e il centravanti Vecchina, forte e preciso nelle conclusioni.

I RIVALI: COLPI DI TESTACCIO
Una grande Roma, in quegli anni, su un campo divenuto leggenda. Toto Castellucci scrisse gli ingenui versi di una canzone, appunto “La canzone di Testaccio”, sulla musica del tango “La guitarrita”: «Campo Testaccio/ci hai tanta gloria/nessuna squadra ce passerà./Ogni partita /è una vittoria/ogni romano è bon tifoso e sa strilla’...». Sorgeva oltre piazzale Ostiense, oltre la stretta via di Caio Cestio, sulla destra del cimitero: era stato costruito su iniziativa del presidente giallorosso Renato Sacerdoti, tutto a spese del club, 1.530.000 lire, e inaugurato il 3 novembre 1929 (2-1 al Brescia). Aveva due tribune in legno per i popolari, una capienza complessiva di 30mila tifosi che facevano un baccano d’inferno, trascinando la squadra, alitando sul collo dei giocatori. Nacque la leggenda del Testaccio, anche se in realtà, oltre al famoso 5-0 sulla Juventus, il campo ospitò pure rovesci decisivi, come la sconfitta col Milan del 18 gennaio 1931 che diede il via libera ai rivali bianconeri in fuga verso lo scudetto. Era comunque una grande Roma: Masetti in porta, Ferraris IV e De Micheli terzini, Degni e D’Aquino mediani laterali, il fuoriclasse Fulvio Bernardini centromediano (il più classico del calcio italiano); in attacco, Fasanelli e Lombardo interni, Costantino e l’argentino Chini Luduena sulle corsie esterne e “Sciabbolone” Volk poderoso ariete centrale. La squadra chiuse in perfetta media inglese, centrando il primato stagionale di gol realizzati (87 in 34 partite!) e quello del minor numero di gol subiti (31), oltre a vincere con Volk la classifica cannonieri.

IL TOP: IL TUTTOFARE
Ci siamo già più d’una volta occupati di Virginio Rosetta, in queste pagine, e d’altronde il campione si staglia nitido sul fondo della storia del calcio italiano sia per le sublimi doti tecniche sia per aver aperto ufficialmente la via al professionismo, pur se rigorosamente mascherato. D’altronde era impensabile che, col sottobanco imperante, un fuoriclasse potesse accontentarsi delle briciole per dispensare un talento capace di fare la differenza. Rosetta era nato attaccante, divenne il più grande difensore della sua epoca proprio per la capacità di fare tutto. Unico neo, il colpo di testa, per il resto il tempismo negli interventi, la pulizia della battuta, la precisione del passaggio e la stessa efficacia negli inserimenti in zona gol ne facevano un autentico “mostro”. In un cacio in cui i ruoli erano spesso solo nominali, Rosetta fu forse il primo campione “tuttofare”, guardato con ri spetto da compagni e avversari per la qualità superiore.

IL FLOP: TEATRO STABILE
Cosa avrebbero potuto aspettarsi di più i tifosi del Genoa, anzi, del Genova 1893, secondo la dizione italianizzata voluta dal Regime? Tramite i buoni uffici di un comune amico, il club rossoblu nell’autunno del 1930 riuscì a ingaggiare per 25mila pesos Guillermo Stabile, il capocannoniere della prima Coppa del Mondo della storia, giocatasi in Uruguay: 8 gol in4 partite e la fama di “Filtrador”, soprannome dovuto al caratteristico modo di infiltrarsi nelle aree di rigore, “rapido come la luce”, con movenze di dribbling appena accennate per slalomeggiare tra i difensori e poi castigare il portiere con terrificanti sventole. Arrivò, accolto trionfalmente dalla tifoseria, il 14 novembre 1930, sbarcando dal “Conte Rosso” che aveva fatto scalo a Barcellona. Due giorni dopo si giocavo in casa la partitissima contro il Bologna, lui si disse pronto a scendere in campo e il transfer fu firmato la domenica stessa dal segretario della Figc, che aveva seguito la comitiva del Bologna per vedere la partita. Scese in campo, il nuovo fenomeno, piccolo, squadrato, mobilissimo, e infilò tre gol. Semplicemente inarrestabile. Era un fenomeno, che tuttavia si fermò in pratica lì, così come d’altronde il suo curriculum nella “Selección” era limitato alle partite del Mondiale. Nelle successive domeniche pagò l’ambientamento, non facile in squadra, sia per il dualismo con Banchero, sia per l’indolenza dei compagni, propensi a delegargli in toto l’incombenza di vincere le partite. Poi, domenica 29 marzo 1931, successe il patatrac: il campionato era fermo per la partita della Nazionale a Berna, il Genova giocava in amichevole contro l’Alessandria: al primo minuto, Stabile venne lanciato verso il gol, il portiere Rapetti gli uscì incontro e l’impatto fu devastante. L’attaccante tentò invano di saltare l’ostacolo, i piedi restarono bloccati, cadde all’indietro e la gamba destra si spezzò. Portato immediatamente in ospedale, le radiografie dimostrarono la frattura del perone “con tre scheggiature”. Venne ricomposta, ma la carriera era compromessa. Tornò in campo solo un anno e mezzo dopo, per l’avvio del torneo 1932-33, e nella primavera successiva una frattura, due centimetri più sotto, alla stessa gamba peruno scontro con Galluzzi ne segnò ulteriormente la sorte. Il Genova aveva il più forte centravanti del mondo, eppure finì al quarto posto. Il sortilegio del decimo titolo continuava.

IL GIALLO: PUTIFERIO... GENERALE
Il 24 maggio 1931 la stracittacidina della Capitale è particolarmente attesa: la Roma insegue a soli tre punti la Juventus, impegnata nella diffìcile trasferta Bologna. Si gioca sul campo della Lazio, la partita è vibrante: l’arbitro Gama Malcherdi Milano, uno dei principi del fischietto, annulla un gol del giallorosso Costantino per dubbio fuorigioco e poi nega un rigore per un mani in area di Fantoni II. La Lazio va in vantaggio con Pastore, in avvio di ripresa Volk pareggia, ma dopo due minuti Fantoni I riporta avanti i biancocelesti. A tre minuti dalla fine, il forcing giallorosso produce il 2-2 grazie a un gol di Bodini II e a questo punto la Roma “sente” la vittoria, mentre i rivali cercano di buttare il più possibile il pallone in tribuna. All’epoca non ci sono le squadre di raccattapalle e le forniture di palloni di oggi, sicché a un certo punto il terzino De Micheli, Binato, è costretto a uscire dal campo a inseguire la sfera per poterla rimettere in gioco; mentre sta per raggiungerla, uno spettatore illustre a bordo campo le sferra un beffardo calcio, così aumentando la perdita di tempo. Non è un tifoso qualuque, ma il generale Giorgio Vaccaro, consigliere della Federcalcio, futuro segretario generale del Coni e presidente della stessa Figc. De Micheli lo conosce bene (Vaccaro presiede anche il Circolo Canottieri Aniene) e, irato per il gesto lo insulta e lo colpisce con un ceffone. L’altro glielo rende immediatamente, deve accorrere l’arbitro per dividerere i due, con l’aiuto dei carabinieri. Poco dopo, Gama fischia la fine, la Roma non è riuscita a raggiungere il successo che sembrava a portata. Ancora scosso, De Micheli si avventa di nuovo sull'avversario”, accendendo in pochi minuti una rissa gigantesca tra giocatori e pubblico, sedata solo da una carica dei carabinieri a cavallo. Conseguenze disciplinari: un turno di squalifica al campo di entrambe le squadre, 4 giornate di squalifica a De Micheli, 3 a Bernardini, 2 al laziale Ziroli. E in breve nasce un giallo: si diffonde la voce chela provocazione sia stata premeditata, così da impedire la conquista tricolore dei giallorossi. Una tesi mai provata.

LA RIVELAZIONE: IL CAMPIONE... CÈ
Renato Cesa rini è arrivato in Italia nella primavera del 1930: cappellone a sghimbescio, fascia bianca al collo, uno sguardo tra l’irridente e l’ironico. E un “oriundo”, va ad aggiungersi a “Mumo” Orsi, che l’ha consigliato alla dirigenza bianconera; anche lui viene dall’Argentina, ma è italiano di nascita: ha visto la luce a Senigallia, in provincia di Ancona, l’11 aprile 1906, e nove mesi dopo i suoi genitori emigrarono nella terra delle Pampas per cercarvi fortuna. Non la trovarono. Renato ha conosciuto la miseria; poi, dopo aver lavorato in un circo grazie al fisico snodato da funambolo, ha sfondato nel calcio, giocando nell’Alvear e nel Ferrocarril, e debuttando a venti anni appena compiuti in Nazionale (Copa Chevallier Boutell, contro il Paraguay). Il suo approdo in bianconero è stato pirotecnico: ha giocato 16 partite segnando 10 gol. Il suo secondo campionato lo rivela fuoriclasse assoluto. Geniale, bizzarro nei comportamenti fuori dal campo (tiene per amica una scimmietta, non si risparmia nel lusso e nella vita notturna che spesso gli costa una multa da mille lire da parte dell’inflessibile vicepresidente Mazzonis), sul terreno di gioco è una polveriera di iniziative offensive. Giovanni Ferrari, che lo completa benissimo essendone come giocatore l’esatto contrario, ne ricorderà cosi le prodezze: «Tripli giochetti col tacco, testa “svitata”, arresti con tutte le parti del corpo, aveva un repertorio da artista». Vittorio Pozzo lo fa esordire in Nazionale, anche perché quando è in giornata non ce n’è per nessuno ed è pure capace, se gli viene chiesto nei dovuti modi, di assolvere compiti in marcatura, come contro l’interno spagnolo Aguirrezabala. Lo chiamano “Cè”, per l’intercalare di tutti gli argentini (un giorno Guevara per questo sarà soprannominato “Che”) e la simpatia, la classe anche fuori dal campo sono talmente contagiose da fargli perdonare le non poche mattane del carattere.

LA SARACINESCA: ALLA ROMA GUIDO IO
C’è una storia di calcio degli albori, dietro i voli di Guido Masetti, gran portiere della Roma, dietro le sue respinte di pugno che smuovono gli “ooh!” di meraviglia dei fedelissimi del Testaccio. È nato a Verona, è un ragazzone dalle spalle quadrate, sono stati i calciatori inglesi sotto le armi, in Italia per la Grande Guerra e di stanza nella città di Giulietta e Romeo, a farlo innamorare del pallone. In oratorio ne hanno comprato uno con le elemosine domenicali e il parroco per punizione ha nascosto l’oggetto della colpa sotto una catasta di legno. Guido l’ha trovato e si è poi fatto perdonare volando come un angelo. L’hanno preso nel Verona, ma soldi non ne circolavano. Una volta congedato da militare, si è ritrovato a doversi guadagnare la vita, papà ferroviere e tre fratelli. Ha trovato lavoro alla Lancia di Torino e ha smesso di giocare: stando fermo un anno, ha ottenuto lo svincolo e si è sentito libero. Ha fondato una squadretta di dilettanti, la Cavour, nel capoluogo piemontese, e il Torino gli ha fatto una prima avance. Ma un giorno ha conosciuto un arbitro, Del Bianco, amico di un dirigente della Roma, Baldoni, che lo ha invitato nella capitale per un provino. Risultato: «Come te» ha sentenziato l’allenatore Burgess «in giro ce ne sono almeno cento!», ma Fulvio Bernardini ha gridato: «Siete matti! Quel ragazzo ci sa fare!». Il presidente Sacerdoti lo ha scritturato e Fulvio da quel giorno ha preso ad addestrarlo sui calci di rigore, che diventeranno la sua specialità. A fine carriera avrà fatto i conti con 31 penalty subiti: 4 fuori, 17 in gol e ben 10 parati. Masetti diventa campione nella Roma, amatissimo dai tifosi e dai compagni, per l'allegria che porta nello spogliatoio. Unico limite, per un amante della regolarità come il Ct Pozzo, quel pizzico di “follia” che ne fa il prototipo dei portieri. La temerarietà nelle uscite, certe iniziative estemporanee figlie del carattere guascone qualche volta procurano guai. Vincerà lo scudetto a 35 anni, Guido Masetti, nella sua storia di grande calcio tinta di giallo e di rosso.

IL SUPERBOMBER: IL CANNONE “SIGGHEFRIDO”
Rodolfo Volk è nato a Fiume (il 14 gennaio 1906) e del nordico ha i caratteri somatici: biondo, fisico prestante, tanto che i tifosi romanisti non appena lo hanno visto giocare lo hanno soprannominato “Sigghefrido”, come un eroe dei Nibelungi. Poi è diventato “Sciabbolone”, per via delle micidiali incursioni in area di rigore, a bulloni spianati verso il gol. Racconterà Bernardini che prendeva tante botte, Volk, e aveva un modo solo di restituirle: il gol. Ha giocato a calcio nella Gloria, poi il servizio militare, come geniere telegrafista, lo ha portato a Firenze, e qui ha giocato nelle file della Libertas e poi della Fiorentina sotto falso nome: gol a grappoli, firmati Bolteni (i militari ufficialmente non potevano giocare). Arriva alla Roma una volta smessi i panni grigioverde, nel 1928, e i gol cominciano a grandinare. Della sua potenza si favoleggia: la cannonata che esplode sembra sollevare il pallone dall’erba e proiettarlo verso la rete con una forza incontenibile. Volk segna il primo gol della Roma nei campionati a girone unico e il primo alla Lazio ed è anche il primo a vincere la classifica marcatori in Serie A. Lo stile non è impeccabile, ma la mobilità e la potenza bastano a farne il punto di riferimento di tutto il gioco della squadra, pilotata dal genio di Bernardini. Gioca quattro stagioni in giallorosso, fino al 1932, totalizzando 103 gol in 157 partite, una media impressionante. Poi andrà a vivere il declino al Pisa, alla Triestina e infine alla Fiumana.



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La Juventus vincitrice del campionato


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