Serie A 1929-30 - Inter


Il Racconto


I RIPESCAGGI ECCELLENTI
Il girone unico voluto da Leandro Arpinati nella sua riorganizzazione del calcio nazionale è dunque realtà: un campionato a 16 squadre che si chiama Serie A e raccoglie il meglio del football italiano dal Nord al Sud. Parteciparvi diventa una questione di merito e non di geografia.
Il primo intoppo si verifica tuttavia prima della fine del torneo precedente. Chiusa la prima fase, le prime otto dei due raggruppamenti sono automaticamente qualificate al torneo successivo. Nel girone A, tuttavia, piazzatesi all’ottavo posto sia Lazio che Napoli, si fa ricorso alio spareggio, come da regolamento. La prima partita si gioca il 23 giugno 1929 a Milano, in contemporanea con il primo scontro-scudetto tra Bologna e Torino. Finisce 2-2, a conferma di una eguaglianza di valori difficile da spostare. Il secondo appuntamento è fissato a Padova, ma nessuno tra Lazio e Napoli ha voglia di onorarlo.
Allora Giorgio Ascarelli, presidente del Napoli, fissa un appuntamento col presidente Arpinati e in breve si trova un accordo: allargare a 18 il numero delle squadre della nuova Serie A, che significa in un girone recuperare due club espressione di grandi città come Roma e Napoli, nell’altro premiare per “meriti patriottici” la città di Trieste, essendo la Triestina la prima delle non qualificate. Affare fatto.

IL FILM: PARTITA A TRE
Si parte dunque il 6 ottobre 1929 e le due favorite d’obbligo, cioè le ultime finaliste, Bologna e Torino, non sono nelle migliori condizioni. Entrambe hanno fatto ritorno dalla lunga tournée in Sudamerica solo il 27 settembre a bordo della motonave Duilio e da Genova sono poi ripartite per le rispettive sedi. Poco più di una settimana le separa dal via del campionato, affrontato dunque senza preparazione, a parte un poco di blanda ginnastica in alto mare, con testa e muscoli il più lontano possibile dagli impegni che l’agonismo comporta.
Il Torino parte benissimo, salvo poi afflosciarsi causa anche lungo infortunio di Libonatti. Il Bologna campione, invece, resta vittima del clima da vacanza in mare e sparisce subito dalla lotta di vertice.
Quando si diradano le nebbie dei primi turni, si capisce che sono Juventus e Genova (il Genoa, ritrovatosi col nome “italianizzato” dal Regime, che bandisce ogni possibile richiamo alla “perfida Albione”) le due squadre più accreditate, con Ambrosiana, Alessandria e Torino a fare da contorno. Invece sono proprio i nerazzurri di Milano, con uno sprint nelle ultime due giornate del girone d’andata, a battere i bianconeri sul loro campo e poi conquistare il titolo d’inverno, il 16 febbraio 1930, con un punto su Torino, Alessandria e Juventus e due sul Genova, caduto in crisi.
Gli uomini allenati da Arpad Wcisz non mollano più la presa e, superando la Juventus per 2-0 il 29 giugno 1930, conquistano lo scudetto.

I CAMPIONI: SANTO SUBITO
Ai primi di settembre 1928, nel quadro della “semplificazione” riorganizzatrice del calcio italiano promossa dal Regime per ridurre la presenza di più società di football nella stessa città, la vecchia Unione Sportiva Milanese, militante in Prima Divisione (la futura Serie B), riesce a ottenere la fusione con l’Internazionale, militante in Divisione Nazionale. L’operazione è caldeggiata agli alti livelli politici perché libera un posto nel girone B del nuovo campionato, che con due raggruppamenti da 16 squadre l’uno dovrà designare, oltre alla squadra Campione d’Italia, le “elette” a partecipare al primo girone unico del 1929. Quel posto spetta di diritto alla Fiumana, la squadra della città simbolo del Nazionalismo italiano. Oltretutto l’operazione consente di far sparire dal panorama del nostro sport più popolare il nome Intemazionale, colpevole di... omonimia col movimento operaio anarchico, socialista e comunista. Viene sostituito dal richiamo a Sant’Ambrogio, patrono della città di Milano: «La fusione» recita il comunicato ufficiale emesso l’8 settembre 1928 «evita la dispersione di forze calcistiche milanesi c consente l’entrata della Fiumana in Divisione nazionale. La nuova società assume il nome di Società Sportiva Ambrosiana. La maglia sociale sarà bianca segnata dal Fascio littorio e dallo stemma della città di Milano. Presidente è nominato l’on. Ernesto Torrusio».
Nella prima stagione la maglia è in effetti bianca con la croce rossa, tratta dal gonfalone di Milano. Nel primo campionato a girone unico i vecchi soci riescono invece a reintrodurre i tradizionali colori nerazzurri e la divisa contiene quelli della vecchia Unione Sportiva Milanese in uno stemma tondo sul petto.
Il presidente è cambiato, si chiama Oreste Simonotti, è venuto da Casale a salvare una baracca a rischio di affondamento finanziario ed è stato lui, con la collaborazione del segretario Aldo Molinari, ad accattivarsi i tifosi col ripristino della tradizione sulla maglia. La squadra è forte, ha solo bisogno di una rosa più ricca e di un allenatore in gamba. In estate arrivano nuovi rincalzi, i difensori Coppo, Caglio, Gasparini e gli attaccanti Povero e Pedrazzini. E il nuovo tecnico, Arpad Weisz, vecchia conoscenza del club, avendovi già militato da giocatore e poi avendolo guidato da allenatore per due stagioni, dal 1926 al 1928.
Weisz è ungherese, ha 33 anni e idee innovative dal punto di vista tattico, tanto che già nella precedente avventura, per ovviare all’assenza dello squalificato Allemandi, aveva inserito nel modulo qualche ingrediente del “Sistema” da poco adottato in Inghilterra da Herbert Chapman.
Nel primo campionato di Serie A la sua squadra schiera Degani in porta, Rivolta e Castcllazzi difensori laterali, Gianfardoni e Allemandi terzini d’area, il colosso Gipo Viani, molto tecnico ancorché lento, centromediano. In attacco, le mezzeali sono Pietro Serantoni, detto “faso tufo mi”, inesauribile uomo di spola ma anche eccellente realizzatore, e Blasevich, alle spalle del formidabile trio di punta: Visentin e Pinafferrabile folletto “Poldo” Conti sulle ali, il giovanissimo Giuseppe Meazza al centro. Uno squadrone che nella volata finale conquista meritatamente il primo scudetto della nuova era.

I RIVALI: RIGORE INFERNALE
Al Genova guidato dal grande Renzo De Vecchi manca forse solo un po’ di fortuna, per agguantare il decimo tricolore. E magari un po’ più di stabilità in retroguardia, dove si vive il declino in porta di De Prà: a cavallo dei trent’anni, il leggendario guardiano comincia ad avvertire il peso degli anni e in più di una occasione deve lasciare il posto a Manlio Bacigalupo. Per il resto, la squadra è forte e compatta, con Barbieri ancora saldo in mediana e i due fuoriclasse d’attacco, il centravanti Elvio Banchero, primo dei due fratelli alessandrini, e lo sfondatore Levratto. Il secondo posto finale sa di occasione perduta, ripensando soprattutto al rigore che proprio Banchero, in condizioni ambientali precarie, fallisce nella partita-scudetto a Milano.

IL TOP: IL CILE PUÒ ATTENDERE
Il suo cognome sarebbe Rosetti, ma un errore dell’Anagrafe di La Spezia ha aggiunto una “s” e allora per tutti quella massa di muscoli e classe si chiama Gino Rossetti. È nato a La Spezia il 7 novembre 1904 e ha rischiato di uscire quasi subito dal grande calcio. Quando aveva 22 anni, si segnalò nelle file del club della sua città come poderoso attaccante dal gol facile e il Torino mise gli occhi su di lui e lo acquistò per 25mila lire. Il Consiglio direttivo dello Spezia tuttavia si mise di traverso, non avallando l’operato del dirigente che aveva concluso l’affare. Per il giocatore sfumava l’ingaggio che poteva cambiargli la vita. Deluso, decise allora di cambiarla in modo diverso, cioè raggiungendo il fratello maggiore, Giuseppe, emigrato in Cile e calciatore a Valparaiso. Saputolo, i dirigenti liguri decisero di tornare sui propri passi, per non perdere sia il guadagno che il giocatore. Ma Rossetti era sparito. Fu il portiere Latella a scovarlo la sera del 3 ottobre 1926, in un piccolo albergo del porto di Genova, in attesa dell’imbarco.
Con la maglia granata, inserito nel trio delle meraviglie con Baloncieri e Libonatti, il ragazzo esplose, confermando capacità realizzative devastanti: 19 gol nel suo primo campionato, 23 in quello dopo e addirittura 36 (in 27 partite!) nel 1928-29, dopo essere stato protagonista della medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam.
Nel primo campionato a girone unico, in una squadra pesantemente condizionata dalle fatiche e vicissitudini della tournée estiva in Sudamerica e soprattutto dalla malattia che tiene a lungo Libonatti lontano dai campi di gioco, con 17 reti mantiene alto il vessillo granata, confermando un rendimento straordinario.

IL FLOP: LEZIONE D’INGLESE
La Juventus prova a percorrere strade nuove: assume il nuovo tecnico in Inghilterra, patria del pallone e delle sue più moderne evoluzioni tattiche, di cui giunge qualche lontana eco (da noi impera ancora il classico “Metodo” e lo farà ancora per anni). Il “trainer” si chiama George Aitken e vorrebbe cambiare più d’una carta sul tavolo del gioco: spreme in sede di preparazione i suoi, pretendendone una maggiore vigoria atletica da tradurre in campo in maggiore mobilità e velocità di manovra; e prova a mutare soprattutto i compiti tattici dei terzini, i formidabili Rosetta e Caligaris, affinché si spendano anche in propulsione, come avviene oltremanica. I suoi lo seguono fino a un certo punto e così si spiega l’andamento alterno della squadra, sul piano tecnico formidabile grazie soprattutto ai funambolismi di Raimundo Orsi, finalmente libero dalla “quarantena”. Il terzo posto finale rappresenta una cocente delusione, un fiasco che Aitken paga col ritorno in patria. Con un pizzico in più di convinzione, concordano i commentatori, lo squadrone bianconero avrebbe potuto far suo il titolo.

IL GIALLO: IL FIATO SUL CROLLO
Il 15 giugno 1930 a Milano è in pregiammi la patitissima tra le prime in classifica: l’Ambraanan capolista, lanciato verso lo scudetto, e il Genova, che segue a 4 pinti e a due giornate dalla fine ha l’ultima occasione per ostacolare la conquista tricolore dei rivali e puntare al sospirato decimo titolo; una possibilità tutt’altro che remoti, visto che Dell'ultimo fumo i rossoblu si sono dimostrati in gran forma eliminando dai giochi la Juventus con un secco 2-0, mentre i milanesi hanno perso 1-4 sul campo del Torino e quindi si presentano in condizioni tutt'altro che brillanti.
Ecco il racconto di un protagonista, il mediano nerazzurro Pietro Serantoni: «Si giuocava allora al vecchio campo di via Goldoni, intitolato all’indimenticabile Virgilio Fossati, il capitano dell'Internazionale caduto eroicamente nella Prima guerra mondiale. La passione sportiva era molto aumentata e la capienza dello stadio risultò inadeguata, tanto che nella successiva annata fu abbandonato. A pochi minuti dall’inizio, mentre eravamo schierati al centro del campo, un aereo volteggiò per far cadere dall’alto il pallone col quale si doveva disputare l’incontro. L’ondeggiamento del pubblico che si voltò per guardare l’aereo determinò il crollo di alcune tribune di legno e il ferimento di circa 180 persone. Fu una scena impressionante, che si ripercosse anche su noi giocatori. Tuttavia si giocò ugualmente: l’arbitro Carrara di Padova così decise e cosi volle uno dei feriti, che gridò a Meazza: “Se oggi vincete, io guarirò!”. Il Genova andò tre volte in vantaggio con due cannonate di Levratto e una di Bodini e tre volte noi lo raggiungemmo, grazie a tre prodezze di Meazza, che dopo aver dribblato i difensori avversari partendo da metà campo, riusciva a riequilibrare le sorti, mentre... le tribune contìnuavano a scricchiolare. Le emozioni non erano finite. A un minuto dalla fine, quando già il pubblico era ai margini del campo e pressava paurosamente su di noi, l’arbitro Carrara assegnò aì Genova un calcio di rigore.
Lo specialista Levratto si rifiutò di tirare. Tutti gli altri fecero lo stesso. Infine si decise Banchero, che sbagliò di poco la mira. Se quel pallone fosse andato in rete, non so cosa sarebbe successo, perché - come già ho detto - a causa del crollo delle tribune la folla era ai margini del campo e poteva facilmente raggiungere l’arbitro. Quel tiro risultò decisivo».

LA RIVELAZIONE: UN FIL DI MUMO
Era sottile, anzi, come scrisse Bruno Roghi, «era magro come il manico di un violino», Raimundo Orsi detto “Mumo”. Era violinista, ma l’animo votato all’arte lo esprimeva soprattutto in campo. Volava sulle fasce leggero e imprendibile, si arrestava di colpo per ripartire di scatto e il difensore non sapeva mai da quale parte. Era destro di piede, ma sapeva carezzare la sfera anche col sinistro e insomma era l’imprevedibilità fatta calciatore e chi lo vide giocare profetizzò che mai più si sarebbe vista un’ala così.
Che saltava l’uomo senza difficoltà e colpiva i portieri con tiri arcuati, dalle traiettorie maligne: celebri i calci d’angolo battuti dalla sinistra col destro a effetto, direttamente in porta, una specie di colpo di vento che lasciava il pallone sfinito in fondo alla rete.
Mumo Orsi segnò il calcio italiano come pochi altri campioni: garantì alla Juventus il salto di qualità già evidente nel suo primo campionato dopo la “quarantena” imposta dalla Fifa per il mancato accordo tra l’Independiente, club di provenienza, e il club bianconero. Fece volare subito la Nazionale appena riaffidata a Vittorio Pozzo, questa volta in pianta stabile, issandola sul tetto d’Europa.
Avrebbe attraversato la Signora del quinquennio accarezzandola come le corde del violino e se ne sarebbe andato in lieve anticipo sul finale, per timore che la guerra potesse affondare nel sangue la sua avventura nella terra degli avi. Il fil di Mumo spari all’orizzonte come dal fumaiolo del piroscafo che nella primavera del 1935 lo riportò oltre l’Oceano. Ma nessuno l’avrebbe dimenticato.

LA SARACINESCA: SCUSATE IL PETARDO
Giampiero Combi era piccolo e compatto, in un’era peraltro dalla statura media piuttosto ridotta è dunque non la buttava sul fisico, ma nemmeno sfigurava tra i colleghi (1,71 per 70 chili). Ciò che lo rendeva unico erano la capacità di scattare come una molla, anzi, un petardo, secondo il soprannome elargitogli quand’era ragazzo dai compagni di collegio (“Fùsetta”, in dialetto piemontese), e il rigore del professionista che anticipava i tempi. Raccontava Vittorio Pozzo, suo ripagato estimatore: «Era continuo, costante, regolare e ammetteva i suoi difetti, e da essi si curava. Alle Olimpiadi di Amsterdam, nel ’28, fu battuto da un paio di tiri spioventi per la tendenza a piazzarsi un po’ avanti, rispetto alla linea della sua porta: rimuginò, masticò amaro, e nell'errore non ricadde più in seguito»; e quanto alla personalità in rilievo da leader del reparto, «a Viri Rosetta, restio al giuoco di testa, lasciava andare duri cazzotti che il compagno incassava borbottando». Aveva cominciato fissando prima delle partite i pali della porta sul prato, poi il leggendario Carlo Bigatto, mediano bianconero di lungo corso, gli aveva consigliato di piazzar-cisi, tra le due pertiche di legno, e lì dimostrare il suo valore. Papà era imprenditore nel ramo liquori e nel 1926, quando ormai erano trascorsi sei anni dall’ingresso nella Juventus grazie a un provino brillantemente superato e due dal catastrofico esordio in azzurro (7-1 per l’Ungheria a Budapest), gli offri di trasferirsi in Sudamerica per curarvi l’esportazione dei prodotti di famiglia. La Juventus con un ricco ingaggio lo convinse a rimanere calciatore e nessuno ebbe mai a pentirsene. Nel primo campionato a girone unico buscò appena 31 gol in 34 partite. Se i bianconeri non vinsero lo scudetto, non fu certo colpa sua.

IL SUPERB0MBER: IL MITO DEL “BALILLA”
Basta guardare le date, per avere un’idea del fenomeno Giuseppe Meazza, che conquista da lontano il primo titolo di capocannoniere della Serie A: quando il torneo 1929-30 parte, ha appena compiuto 19 anni, eppure è già un satanasso del gol: a diciassette ne ha segnati 12 in 33 partite, a diciotto 33 in 29 e insomma, l’Ambrosiana ha tra le sue file un fuoriclasse assoluto. Forse il più grande italiano di tutti i tempi, se fosse possibile accostare tra loro i grandi campioni di epoche diverse e trovare un denominatore comune in grado di raffrontarne le doti.
L’avventura in nerazzurro è partita in un giorno lontano del settembre 1927: l’Internazionale gioca la Coppa Volta a Como, precampionato di lusso, al mattino il centravanti Castellazzi si infortuna e allora Poldo Conti, l’asso della fascia destra, chiede ad Arpad Weisz: «Mister, chi gioca oggi al centro dell’attacco?». «Quel ragazzo là, il Pep-pino». «Quello? Ma se l’è un Balilla...».
Balilla erano i ragazzini dagli otto ai quattordici anni che il Regime inquadrava militarmente.
Meazza giocò, segnò due reti e da quel momento fu “il Balilla”, il primo eroe nazionale del pallone, l’uomo capace di far sognare il pubblico, compreso quello femminile grazie allo sguardo ammaliante da divo del cinema.

LA TATTICA: IN CAMPO CI VUOLE METODO
L’evoluzione della specie trasforma nel corso degli anni la rudimentale Piramide del tempo dei pionieri (di cui abbiamo parlato nella prima puntata) nel primo compiuto e organico modulo tattico del calcio moderno: il Metodo.
Davanti al portiere, i giocatori sono disposti su quattro linee, due dirette al presidio della propria porta, due orientate al l’attacco di quella avversaria, con perfetto bilanciamento numerico. Davanti al portiere stazionano due terzini, "spazzini d’area", liberi da compiti specifici di marcatura e prepostra mansioni di estrema difesa: attendono gli attaccanti avversari, in particolare le mezzeali. Sulla linea successiva stanno i mediani: i due esterni si allargano a marcare le ali. il centromediano funge da perno della manovra, accoppiando la funzione del controllo del centravanti avversario a quella del rilancio, con distribuzione del gioco per l’attacco. Qui, oltre alle due mezzeali, lievemente arretrate rispetto al resto del reparto offensivo, operano le ali, posizionate sulle corsie laterali per scendere sul fondo e crossare al centro oppure accentrarsi a concludere direttamente. Tra loro, il centravanti completa il reparto, incaricandosi della finalizzazione della manovra.
Questo è il Metodo nella sua accezione più generale. Viene chiamato anche modulo a “W”, perché graficamente i due reparti, attacco e difesa, disegnano due vu doppie sovrapposte. Molte peraltro furono le varianti. Nel calcio danubiano la distanza tra le mezzeali e gli attaccanti era esigua e anzi si diceva che un gol non potesse sortire se prima tutti e cinque i giocatori offensivi non avessero toccato il pallone, secondo i dettami dell’armonia estetica del gioco. Da qui un gioco “ricamato” e decisamente proteso in attacco.

LA TATTICA: LA TRAPPOLA DEL FUORIGIOCO
In altri Paesi, tra cui l’Italia, il Metodo venne piegato a esigenze meno spettacolari e più speculative. Come spesso accade nell’evoluzione del calcio, tutto ruotava attorno alla regola più importante, quella del fuorigioco.
Furono due terzini del Notts County, Herbert Morley e Jock Montgomery (rispettivamente 258 e 316 partite nella squadra bianconera tra il 1898 e il 1914) i primi ad abbandonare talora la posizione affiancata per sistemarsi uno davanti all’altro in modo da mettere in difficoltà gli attaccanti avversari. Il loro esempio ispirò William McCracken, terzino del Newcastle United, che arrivò a teorizzare una vera e propria tattica, che descrisse e pubblicò in un piccolo trattato: poiché uno dei due terzini, un attimo prima del lancio del centrocampista avversario, aveva il compito di catapultarsi oltre l’ultimo attaccante per annullarne l’azione, egli teorizzò che i due terzini convergessero al centro: uno restava davanti al portiere, a presidiare l’area di rigore, e prese il nome di “terzino di posizione”, l’altro avanzava e col nome di “terzino volante” esprimeva le proprie doti di velocità e decisione nel braccare gli incursori avversari.
William McCracken, nato a Belfast il 29 gennaio 1883, divenne una leggenda: 377 presenze e 6 gol ne fecero uno dei grandi della storia del Newcastle, ma la sua fama di irriducibile combattente si estese a tutta la Gran Bretagna. Assieme al compagno di linea Frank Hudspeth (430 partite e ben 34 gol, quasi tutti su rigore) portò all’esasperazione la tattica, tanto da provocare un’evoluzione generale in chiave difensiva del Metodo.

LA NOIA SINFONIA
Nessuno riesce più a superare il terzino volante se non in possesso di palla, cioè con un dribbling, poiché la posizione di quest’ultimo determina in pratica la zona del fuorigioco. Se ne avvantaggia il centromediano (detto ancora oggi “metodista”), che vede ridotta la propria area di operazione e può così applicarsi a sussidiare convenientemente il gioco d’attacco.
Il centravanti avversario infatti tende progressivamente ad arretrare, avendo di fronte il centromediano e poi i due terzini schierati uno davanti all’altro. Se scatta in avanti per raccogliere il passaggio, rischia di trovarsi in fuorigioco, per arrivare in porta deve dribblare tre giocatori uno dopo l’altro, il che non è facile. Diventa così il primo dei rifinitori, in uno schema in cui le mezzeali, partendo da dietro, raccolgono cospicui bottini di gol, spesso colpendo al volo su cross delle ali, attivate dal centravanti. Questo rende meno difficile comprendere come grandi centrosostegni, come Bernardini e Janni, siano stati impiegati, in corso di carriera (rispettivamente nell’Inter e nel Torino), nel ruolo di centravanti. La tattica venne portata alle estreme conseguenze: il terzino volante si proiettava in avanti ogni volta che il passaggio avversario stava per partire, così mettendo in fuorigioco il centrattacco. La trappola scattava di continuo, gli arbitri fischiavano a ripetizione, si creavano mischie furibonde nella metà campo della squadra che avrebbe dovuto attaccare ma si trovava a rinculare sotto l’avanzare dei due terzini. La configurazione tipica diventava uno schiacciamento delle due squadre in una metà campo: il terzino volante avanzava fino al centro del terreno di gioco, diciannove giocatori si ammassavano nella restante metà della scacchiera. Si segnava poco, la gente prese ad annoiarsi.
Si crearono così le condizioni per l’intervento dell'International Board volto a modificare la regola del fuorigioco che rischiava di strangolare la spettacolarità del calcio.

LA GRANDE RIFORMA
Prendendo spunto dalla “tattica McCracken”, massimo consesso intemazionale del pallone, dopo anni di discussioni e un esperimento sul terreno londinese di Highbury, decise il 15 giugno 1925, su proposta della Federazione scozzese, di mutare la regola dell’off-side, riducendo da tre a due il numero minimo di avversari che l’attaccante doveva avere tra sé e la linea di porta per rimanere in gioco.
Da questo momento, due sono le direttrici dell’evoluzione tattica. In Inghilterra, e lo vedremo nel capitolo specifico, per reazione alla voragine che la modifica provoca nelle difese, viene elaborato un nuovo modulo tattico, il “Sistema” o modulo a “WM”, coniato da Herbert Chapman. Ma l’Inghilterra fa storia a sé, chiusa nel suo più o meno splendido isolamento. In Italia, la novità viene recepita apportando adeguate modifiche al modulo, così da perfezionarlo ulteriormente. E forse non è un caso che proprio con il Metodo riveduto è corretto “all’italiana” giungano ad arricchire la galleria del nostro calcio due titoli mondiali inframmezzati da uno olimpico.

ITALIANS DO IT BETTER
Il cosiddetto “gioco all’italiana” era già nei primi anni Venti, anche per l’inferiore qualità soprattutto fisica degli interpreti, meno ortodosso, nella condotta offensiva, di quello inglese o danubiano: ai fronzoli (passaggi e ricami in linea, dribbling insistiti) si preferiva una manovra intessuta soprattutto di praticità e velocità, secondo la grande lezione della Pro Vercelli. La nuova regola del fuorigioco spinse le squadre italiane a sviluppare sempre più gli attacchi in profondità, a sfruttare per il tiro in porta le ali, prima più che altro impiegate soprattutto nelle fughe laterali chiuse da cross, e ad arretrare le mezzeali, attribuendo loro compiti anche di ripiegamento e riducendo in corrispondenza il loro contributo puramente offensivo. Le nostre mezzeali arretravano sempre più in corrispondenza della maggior forza della prima linea avversaria, ciò che rese più difficile alle classiche Nazionali danubiane lo sfruttamento della superiorità stilistica dei loro attacchi, che si vedevano ostacolati addirittura da sette uomini anziché dai cinque tradizionali.
Sorse così, in derivazione dal Metodo classico, una sorta di Metodo all’italiana, che toccò vertici di perfezione nella Nazionale azzurra nonché nello squadrone juventino del quinquennio, nell’Ambrosiana-Inter, nel Bologna: insomma, nelle squadre dominatrici a cavallo dell’istituzione del girone unico e poi fino alla fine degli anni Trenta.
Così il Metodo, riveduto e corretto, resistette in Italia anche dopo la modifica del fuorigioco del 1925 fino all’interruzione bellica del 1943, quasi completamente impermeabile agli influssi del “Sistema” che si affermava oltremanica.




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La formazione dell'Ambrosiana vincitrite del primo titolo italiano nell'era del girone unico


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