Mondiale 2014 - Germania


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Il Racconto


Confusione nell'urna
Libia e Siria partecipano regolarmente alle qualificazioni, comprendenti 204 squadre. Il Giappone di Alberto Zaccheroni è il primo a raggiungere la fase finale, il 4 giugno 2013. Subito dopo lo seguono – in Asia – Australia, Iran e Corea del Sud.
Italia e Olanda sono le prime due Nazionali espresse dall'Europa, il 10 settembre. Con loro Belgio, Germania, Svizzera, Russia, Inghilterra, la Spagna campione in carica, la Bosnia ed Erzegovina, unica debuttante. Cinque posti vanno all'Africa e sono occupati da Costa d'Avorio, Nigeria, Camerun, Ghana e Algeria. Tre sono del Centro-Nord America, con Stati Uniti, Costa Rica e Honduras. Il Sud America ha il Brasile come Paese ospitante, dal girone di qualificazione arrivano Argentina, Colombia, Cile ed Ecuador.
A novembre restano da assegnare ancora sei posti attraverso gli spareggi. Il ranking Fifa di ottobre 2013 determina gli accoppiamenti della zona europea. La partita più attesa è Portogallo-Svezia in cui la squadra di Cristiano Ronaldo elimina quella di Zlatan Ibrahimoviæ. La Grecia si sbarazza della Romania, altrettanto fa la Croazia con l'Islanda. Più complicato il cammino della Francia che, dopo aver perso 2-0 in Ucraina, ottiene il pass vincendo 3-0 allo Stade de France grazie a un'autorete di Husjev al 279 della ripresa e a una rete di Benzema realizzata in evidente fuorigioco, episodio che genera molte polemiche. Gli altri playoff sono invece interzona. L'Uruguay ha vita facile con la Giordania: 5-0 in trasferta e 0-0 in casa. Altrettanto capita al Messico contro la Nuova Zelanda, travolta 5-1 e 4-2. Il 6 dicembre si può procedere al sorteggio degli otto gironi, a Costa do Sauipe, resort nei pressi di Salvador, appuntamento preceduto da contrasti. Perché, se è evidente quali siano le teste di serie in base al ranking Fifa di ottobre 2013 (Brasile, Spagna, Germania, Argentina, Colombia, Uruguay, Belgio e Svizzera), meno scontata è la presenza di nove europee nell'urna. Gli organizzatori vogliono evitare la nascita di un girone con tre rappresentanti del Vecchio Continente, ma non è chiara la strada per designare chi togliere dal gruppo e inserirlo nella fascia comprendente le africane e le sudamericane più deboli (Cile ed Ecuador). Come criterio viene scartato quello del peggiore curriculum internazionale, che avrebbe fatto ricadere la scelta sulla Bosnia ed Erzegovina. Soprattutto, viene ignorato il ranking Fifa che, applicando quello abituale di ottobre, avrebbe indicato la Francia oppure, con quello di novembre, avrebbe designato la Russia Si opta per un presorteggio integrale, da cui estrarre il nome di chi sarebbe stato immediatamente affiancato a una testa di serie sudamericana. Olanda e Italia sono le più critiche, la scelta viene vista come un favore alla Francia e – indirettamente – a Michel Platini, presidente Uefa. E proprio l'Italia viene pescata: finisce con l'Uruguay, insieme con Inghilterra e Costa Rica.
Non è questo l'unico cambio di direzione al sorteggio. Mutano anche alcuni orari, per andare incontro alle esigenze televisive: un passaggio obbligato, visto che i diritti tv valgono oltre quattro milioni di dollari e pochi in Europa avrebbero visto Italia-Inghilterra nel cuore della notte, con inevitabili ricadute sulla pubblicità. Il 12 giugno si può finalmente cominciare.

Partenza in affanno
Sull'avvio, comunque, i dubbi erano aleggiati fino all'ultimo. Il Brasile aveva disegnato progetti grandiosi, per riaffermare il proprio status di nazione emergente. La Fifa avrebbe voluto sviluppare il torneo tra otto-dieci città, viste anche le dimensioni enormi del Paese, con relative distanze. Gli organizzatori ne ottengono invece l'assegnazione per dodici: tutti i capoluoghi degli stati federali, coprendo il Brasile intero, con la promessa di realizzare le infrastrutture necessarie per favorire la mobilità dei tifosi. Novantatré sono quelle individuate, a maggio 2014 ne sarà completato appena un terzo. Restano sulla carta le monorotaie di Manaus e San Paolo, come quella che avrebbe dovuto collegare il centro di Brasilia allo stadio. Allo stesso modo non viene realizzata la linea ferroviaria ad alta velocità tra Rio de Janeiro e San Paolo.
Le difficoltà sono enormi anche sul fronte stadi, per l'iter burocratico che prevede tre livelli decisionali, dalla periferia al centro del potere. A questo si aggiungono i continui rallentamenti nei lavori, per mancanze delle imprese e per la scarsa sicurezza nei cantieri. Alla fine saranno ben nove le persone morte nella costruzione degli stadi: l'ultimo incidente si registra venerdì 8 maggio, quando un operaio rimane fulminato a Cuiabá. Gli impianti avrebbero dovuto essere consegnati alla Fifa entro il 31 dicembre 2013, a un mese dall'inizio del torneo sono ancora incompiuti quelli di San Paolo, Curitiba, Natal e, per l'appunto, Cuiabá. La Federazione internazionale ha seguito con ansia lo stato dei lavori: non ha mai messo in dubbio l'assegnazione al Brasile della manifestazione, ma ha pressato in continuazione gli organizzatori, soprattutto attraverso le critiche del segretario generale Jérome Valcke. Critiche che si affiancano a chi contesta il Mondiale in Brasile, sostenendo che i sostanziosi investimenti avrebbero potuto essere dirottati su edifici pubblici e interventi sociali.
Alla fine i costi dell'operazione sono stimati in dodici miliardi di dollari, oltre tre e mezzo per gli stadi, con spese finali tutte aumentate rispetto alle previsioni iniziali. Sono nuovi gli impianti di San Paolo e Recife mentre a Cuiabá, Manaus, Natal e Salvador risorgono dalle ceneri di strutture demolite in precedenza. Tutti gli altri vengono profondamente ristrutturati. Il glorioso Maracanã di Rio de Janeiro passa da 160 000 a 75 000 spettatori, mentre l'Estádio Nacional Mané Garrincha a Manaus vede dilatare i costi in maniera esponenziale, fino a renderlo il più caro della manifestazione: servono 625 milioni per riaprirlo, quando il budget iniziale era calcolato in meno di un terzo. I problemi si inseguono. Il costo in vite umane, già ricordato, è l'aspetto più tragico. Ma ci sono quelli strutturali. L'impianto di Porto Alegre viene inaugurato il 6 aprile, quello di San Paolo (dove i morti sono stati tre) è testato soltanto il 21 maggio, quello di Natal viene consegnato incompleto e senza che i vigili del fuoco possano effettuare i test di rito, quello di Curitiba riceve continui warning dalla Fifa (il manto erboso viene piantato in tutta fretta il giorno prima di una visita di controllo di Valcke...) obbligando l'organizzazione ad aumentare il numero degli operai al lavoro, senza che l'opera sia comunque finita all'inizio del torneo. E a tutto occorre aggiungere le polemiche per quelle che vengono definite cattedrali nel deserto (“elefanti bianchi” per i brasiliani), ovvero stadi sovradimensionati per le esigenze successive al torneo, per i costi di gestione e, soprattutto, perché destinati a realtà calcistiche spesso di bassissimo profilo, che giocano in categorie inferiori come avviene a Brasilia, a Cuiabá, a Natal e a Manaus.

Un Paese inquieto
Gli impianti pronti effettuano un test importante con la Confederations Cup, la manifestazione che precede di un anno il Mondiale nel Paese organizzatore. Vince il Brasile in finale sulla Spagna con un netto 3-0, sono promossi tutti gli stadi in cui si è giocato: Belo Horizonte, Brasilia, Fortaleza, Recife, Rio de Janeiro e Salvador.
Le squadre scoprono il problema clima: caldo e umido in quasi tutte le città, con inevitabili ricadute sulle prestazioni. Governo e organizzatori fanno invece i conti con il disagio sociale, che indica nel Mondiale una macchina mangiasoldi e generatrice di corruzione tra i politici. I giorni della Confederations Cup sono caratterizzati da continue proteste di piazza, originate dall'aumento dei biglietti del trasporto pubblico (poi annullato) e che spesso sfociano nella violenza: si registrano due morti e centinaia di feriti. Sepp Blatter replica sottolineando che «il calcio è più importante dell'insoddisfazione delle persone, che lo usano per ampliare la protesta». Il governo ne tiene conto per quanto accadrà un anno dopo.
Il giorno del match inaugurale, San Paolo è sotto il controllo capillare delle forze dell'ordine, esercito in testa. Il presidente Rousseff – al centro delle proteste – evita di tenere il discorso di saluto, gli incidenti si limitano a qualche scontro, mentre i giorni del torneo scorreranno tranquilli: le strade saranno presidiate per prevenire guai, ma la gente penserà unicamente al calcio.

La tecnologia, finalmente
È il torneo delle novità. Gli arbitri vengono dotati di una bomboletta di spray con cui segnare il terreno e far rispettare le distanze sui calci da fermo. In Sud America è un'abitudine, la Fifa adotta il provvedimento per la prima volta. Così come, per la prima volta, entra in campo la tecnologia, soprattutto per evitare clamorosi errori di valutazione, come la rete non assegnata a Lampard nel 2010 nell'ottavo di finale tra Inghilterra e Germania. Dopo varie valutazioni, la Fifa si affida al sistema tedesco Goal Control-4d: quattordici telecamere ad alta velocità (sette per ogni porta) che capiscono in meno di un secondo se il pallone è entrato o meno, avvisando arbitro, assistenti e quarto uomo con una vibrazione inviata su un orologio speciale. E per fare fronte alle condizioni climatiche – visto che la prima partita viene disputata alle 13 locali –, viene data la possibilità di effettuare due time-out di 5 minuti (uno per tempo), che l'arbitro può concedere in base a temperatura e tasso di umidità.
È il Mondiale dei grandi assenti. Ibrahimoviæ, come si è visto, è stato eliminato nei playoff. La Colombia ha perso da tempo Radamel Falcao per la rottura del legamento crociato sinistro, la Francia è priva di Franck Ribéry, afflitto da problemi alla schiena, la Germania rinuncia agli infortunati Mario Gómez e Marco Reus: quest'ultimo si fa male nell'ultima amichevole con l'Armenia poco prima del Mondiale. L'Italia non porta Giuseppe Rossi, appena rientrato dopo l'ennesimo guaio al ginocchio, e si ritrova senza Riccardo Montolivo, che il 31 maggio si frattura la tibia sinistra, nel test di Londra contro l'Irlanda. È il Mondiale del record per Gianluigi Buffon, alla quinta partecipazione consecutiva, come in passato era riuscito unicamente al messicano Antonio Carbajal e al tedesco Lothar Matthäus.

Voglia di rivincita
Il torneo diventa sempre più ricco. Il montepremi sale a 576 milioni di dollari, 70 vanno ai club dei convocati, mentre 100 sono dedicati al risarcimento per gli infortuni. I restanti 406 milioni sono divisi tra le trentadue Nazionali: di questi, trentasei e mezzo sono per la vincitrice, ventisei e mezzo per la finalista, il resto a seconda del traguardo raggiunto nel corso della manifestazione.
I pronostici individuano naturali favorite. La Spagna non è soltanto campione in carica ma, dopo aver vinto l'Europeo 2008, si è confermata anche nel 2012 travolgendo in finale l'Italia, che a sua volta gode di storica considerazione. La Germania ha dalla sua parte la grande tradizione, l'Olanda si affida a grandi vecchi come Robben, Sneijder e Van Persie, l'Argentina possiede il talento di Messi, il Portogallo quello di Cristiano Ronaldo, vincitore del Pallone d'oro, mentre Colombia e Belgio sono realtà emergenti. Su tutti, però, c'è il Brasile: raramente ha fallito a una fase finale, ha una stella del futuro in Neymar, gioca in casa. Soprattutto deve cancellare il fantasma del 1950, il mai dimenticato “Maracanaço”: la sconfitta contro l'Uruguay, che costò il titolo nel primo Mondiale disputato di fronte ai propri tifosi. E, oltre mezzo secolo dopo, il Brasile si vendica di Alcides Ghiggia, autore della rete che ammutolì lo stadio, in maniera abbastanza meschina: non invita l'87enne attaccante alla partita inaugurale, come invece era avvenuto nel 2006 e nel 2010. «Pessima organizzazione o, piuttosto, rancore», commenta l'uruguaiano.
A San Paolo, nel match che apre il gruppo A, i padroni di casa faticano contro la Croazia, che passa in vantaggio con un'autorete di Marcelo. I verdeoro, dopo il pareggio di Neymar, hanno bisogno di un rigore generoso concesso dal giapponese Nishimura per una lieve trattenuta su Fred in area. Il 3-1 finale è di Oscar nel recupero. Il Brasile non convince neppure contro il Messico – che aveva debuttato battendo 1-0 il Camerun –, nonostante le parecchie occasioni annullate da Guillermo Ochoa, protagonista di una storia singolare: il portiere, infatti, arriva al torneo disoccupato e in cerca di una squadra, dopo aver rescisso il contratto dall'Ajaccio. La partita finisce 0-0 e Felipe Scolari si ritrova nel mirino della critica. Non è sufficiente aver raggiunto la qualificazione con un turno di anticipo, sembrano infatti poco indovinate le scelte dei titolari e il gioco espresso. Le osservazioni rientrano parzialmente dopo il 4-1 al Camerun nel turno conclusivo, mentre il Messico fa compagnia al Brasile, battendo 3-1 la Croazia. Si decide tutto nella ripresa, con tre gol – dal 279 al 379 – di Márquez, Guardado ed Hernández.

Rivincita mondiale
Il gruppo B ha creato aspettative fin dal momento del sorteggio. Mette di fronte Spagna e Olanda, le finaliste del 2010, con il Cile possibile outsider e l'Australia destinata a un ruolo da comprimaria. La riedizione del match di Johannesburg è in programma al debutto, il 13 giugno a Salvador. E l'esito è totalmente inatteso. La squadra di Del Bosque è pressoché immutata rispetto a quattro anni prima, in campo ci sono sette reduci di quella partita: Casillas, Piqué, Sergio Ramos, Busquets, Xabi Alonso, Xavi e Iniesta. Inoltre la Spagna si è risolta a schierare un centravanti vero, abbandonando la chiave tattica del “falso nueve”. La scelta cade su un giocatore destinato a sollevare dibattiti, almeno in Brasile: si tratta di Diego Costa, che nel febbraio 2013 aveva disputato due partite con la Nazionale verdeoro. Pochi mesi dopo ottiene la cittadinanza spagnola e opta per le Furie Rosse: una decisione che fa arrabbiare la sua Federazione, Scolari e i tifosi, pronti ad accoglierlo come un traditore.
La partita dell'Arena Fonte Nova sembra confermare la supremazia della Spagna, che passa in vantaggio con un rigore di Xabi Alonso al 279. Ma lo splendido pareggio di Van Persie poco prima dell'intervallo, uno spettacolare tuffo di testa in controtempo con pallonetto alle spalle di Casillas, è il prologo a una ripresa tutta olandese, con il vantaggio di Robben, il 3-1 di De Vrij, un'altra rete per Van Persie e un'altra per Robben. Finisce 5-1, con la Spagna tramortita e costretta a giocarsi già tutto nel secondo match contro il Cile, che ha comodamente battuto 3-1 l'Australia. Del Bosque prova a cambiare qualcosa, lasciando fuori Xavi e Piqué, ma sul campo il dominio dei sudamericani è incontestabile: il primo tempo si chiude 2-0 con le reti di Vargas e Aránguiz. I campioni del mondo sono già eliminati dopo appena 180 minuti, non era mai successo nella storia del torneo.
La Spagna paga un logoramento generazionale, appare stanca fisicamente e non trova in Diego Costa il centravanti che sperava finalmente di possedere. È, soprattutto, lacerata dalle divisioni interne, caratterizzata dai rapporti sempre complicati tra il clan del Barcellona e quello del Real Madrid, tensioni cui Del Bosque non riesce questa volta a trovare contromisure, neppure con il celebrato tiki-taka: la fitta rete di passaggi viene trafitta dalle verticalizzazioni olandesi prima e cilene poi. Ai campioni del mondo uscenti resta la consolazione di un 3-0 all'Australia nella gara di congedo, in un raggruppamento che l'Olanda si aggiudica a punteggio pieno: dopo il 3-2 all'Australia arriva anche il 2-0 al Cile.
Nel gruppo C le attenzioni sono rivolte alla Colombia, nonostante l'assenza già ricordata di Falcao. I sudamericani hanno comunque altre ottime individualità come Cuadrado, Ibarbo e, soprattutto, James Rodríguez. In più l'argentino José Pekerman – che aveva guidato la sua Nazionale al Mondiale 2006 – ha dato loro un gioco brillante, basato su velocità e tecnica. Il primo assaggio avviene a Belo Horizonte, con la Grecia sconfitta 3-0. La Colombia viaggia sulle ali dell'entusiasmo e batte prima la Costa d'Avorio (2-1) e quindi il Giappone (4-1), gara in cui Faryd Mondragón va in porta al 399 del secondo tempo al posto di Ospina, diventando il giocatore più anziano a scendere in campo in una fase finale del Mondiale: 43 anni e 3 giorni contro i 42 anni e 39 del camerunese Roger Milla nella partita persa 6-1 con la Russia nel 1994.
Il nome della seconda qualificata viene deciso nello scontro diretto tra Costa d'Avorio e Grecia all'ultima giornata, a Fortaleza. La prima ha tre punti, grazie al successo al debutto sul Giappone (2-1 in rimonta in due minuti nella ripresa con Bony e Gervinho, dopo la rete di Honda nel primo tempo); la seconda ne ha uno solo, frutto dello 0-0 contro la squadra di Zaccheroni. Alla Costa d'Avorio basterebbe non perdere per accedere agli ottavi, e così avviene fino al 489 del secondo tempo: il punteggio è di 1-1, Bony ha replicato al 299 del secondo tempo al vantaggio di Samaris. Ma nel recupero Sio commette un imperdonabile fallo in area su Samaras: è rigore, che lo stesso centravanti realizza, regalando una storica qualificazione ai greci.

Speranze azzurre
L'Italia si presenta in Brasile con molte speranze. Non solo è vicecampione d'Europa, risultato ottenuto al termine di un torneo in crescendo nel 2012 tra Polonia e Ucraina, non scalfito dalla cocente sconfitta di Kiev contro la Spagna, ma la squadra di Cesare Prandelli ha ottenuto la qualificazione alla fase finale con due giornate di anticipo, come mai era accaduto nella storia azzurra. La squadra viene nel suo complesso valutata positivamente: è fondata sul blocco Juventus (Buffon, Pirlo e Barzagli sono stati campioni del mondo nel 2006), possiede un centrocampo tra i più completi in circolazione, in attacco ha Mario Balotelli, considerato uno dei talenti più interessanti nel panorama internazionale. Infine il ct gode di stima incondizionata per i risultati, per il gioco e per il tentativo di trasformare la Nazionale anche in un modello di comportamento.
La trasferta è stata preparata nei minimi particolari, tenendo soprattutto conto dell'esperienza nel 2013 in Confederations Cup, in cui l'aspetto climatico ha giocato un ruolo fondamentale. A Coverciano viene allestito una spazio (casetta Manaus) in cui i giocatori sono monitorati dopo essersi sottoposti a un lavoro di fatica con la temperatura e l'umidità che avrebbero presumibilmente affrontato in Brasile. Le tappe di avvicinamento sono scandite da alcune polemiche, come l'esclusione iniziale di Alberto Gilardino in attacco, seguita a quella – nello stesso settore – di Rossi: il centravanti della Fiorentina, reduce dall'ennesimo grave infortunio al ginocchio, fa di tutto per partecipare al Mondiale. Prandelli lo inserisce nella prima lista dei convocati, descrive in termini positivi la storia personale del giocatore ma, alla fine, lo lascia fuori dai ventitré che voleranno in Brasile, poco convinto per la prestazione del giocatore nell'amichevole disputata a Londra contro l'Irlanda. Rossi la prende malissimo, mentre gli addetti ai lavori non approvano le altre decisioni, come quella di richiamare Antonio Cassano, messo da parte dopo un Europeo tutt'altro che convincente.
Tali polemiche non intaccano la fiducia di Prandelli, neppure il pareggio contro il modesto Lussemburgo, ultimo test prima di volare in Brasile. Il ct crede nelle proprie scelte, che prevedono una squadra costruita intorno a Balotelli, sia pure con un centrocampo da rivedere per l'assenza di Montolivo. Prepara le contromosse nel ritiro di Mangaratiba, a un centinaio di chilometri da Rio de Janeiro, scelto per evitare alla squadra i trasferimenti in pullman nel traffico brasiliano. Ci sono anche le famiglie, per chi ha espresso il desiderio di essere accompagnato.

Esordio illusorio
Il girone dell'Italia è difficile ma non impossibile. Oltre alla Costa Rica, ci sono tre Nazionali campioni del mondo: quella azzurra, per l'appunto, insieme con Uruguay e Inghilterra. Il debutto avviene contro quest'ultima il 14 giugno, a Manaus, su un campo malridotto, al centro della foresta amazzonica.
La partita sembra dare ragione alle scelte di Prandelli, che pure deve rinunciare all'ultimo a Buffon, bloccato da un problema alla caviglia patito nella rifinitura (al suo posto c'è Sirigu). A centrocampo arretra De Rossi a protezione della difesa, piazzando l'emergente Verratti al fianco di Pirlo e proprio da questo settore arriva la rete del vantaggio con Marchisio, al 359. Gli azzurri pagano due minuti dopo l'unica distrazione, concedendo il pareggio a Sturridge ma nella ripresa, al 59, segnano la rete decisiva di testa con Balotelli.
La vittoria viene salutata con entusiasmo, ricordando quanto era successo quattro anni prima in Sud Africa. Un entusiasmo accresciuto dal sorprendente successo a Fortaleza della Costa Rica che, dopo essere andata sotto nel primo tempo per un rigore di Cavani, nella ripresa realizza tre reti all'Uruguay. In casa azzurra si pensa ormai a una corsa a due con i centroamericani, avversari il 20 giugno a Recife. Prandelli cambia la squadra, togliendo il poco convincente Paletta dalla difesa (Barzagli e Chiellini i centrali), spostando sulla fascia sinistra Darmian, che bene aveva debuttato sulla destra a Manaus, e inserendo a centrocampo Thiago Motta per far rifiatare Verratti, non al meglio della condizione fisica. Le scelte si ritorcono contro gli azzurri, che si sciolgono nel caldo di Recife in una partita disputata alle 13: l'Italia non è mai pericolosa contro un'avversaria organizzata e determinata. La punizione giunge ancora una volta con una rete in acrobazia, realizzata da Ruiz al 449 del primo tempo.

Un altro Moreno
La sconfitta di misura non intacca però le possibilità di accedere gli ottavi. Nell'ultima partita del girone, il 24 giugno a Natal, l'Italia ha due risultati a disposizione contro l'Uruguay: solo una sconfitta precluderebbe il passaggio del turno. I sudamericani sono rispettati ma non temuti. Propongono un calcio vecchio, dall'alto contenuto di aggressività e dal basso livello tecnico. Molti giocatori sono noti agli azzurri per aver giocato in serie A, a cominciare da Edinson Cavani, ex stella del Napoli. Nella Celeste è anche rientrato Luis Suárez, dopo l'infortunio al menisco che aveva fatto temere una rinuncia al torneo. L'attaccante del Liverpool è tornato in campo contro l'Inghilterra a San Paolo, punendola con una doppietta e, di fatto, rimandandola a casa. La rete del 2-1 si concretizza a sei minuti dal 909, sfruttando un rinvio di Muslera e un goffo intervento di Gerrard, suo capitano in Premier League. Un avvertimento per Prandelli, che si cautela in difesa puntando sulla difesa a tre che ha fatto la fortuna di Antonio Conte nella Juventus: in campo Barzagli, Bonucci e Chiellini davanti a Buffon. Quindi il ct riporta Darmian a destra e fa esordire De Sciglio sulla fascia sinistra, con un centrocampo che ritrova Verratti al posto dell'infortunato De Rossi (il romanista si era fatto male a un polpaccio contro la Costa Rica). In attacco tocca a Ciro Immobile, appena passato dal Torino al Borussia Dortmund dopo aver vinto la classifica cannonieri: affianca Balotelli.
L'Italia non entusiasma ma controlla la partita. Davanti, però, Balotelli è abulico come contro la Costa Rica. Prandelli lo richiama più volte, alla fine lo toglie nell'intervallo per inserire Parolo e coprire ulteriormente la squadra, ancora più difensiva dopo l'ingresso di Cassano al posto di Immobile. Mosse però vanificate dall'affrettata espulsione di Marchisio al 149 del secondo tempo, per un veniale fallo in attacco su Arévalo Rios. L'Italia viene ulteriormente danneggiata da un'altra decisione del messicano Rodríguez Moreno, che non si accorge di un morso di Suárez sulla spalla di Chiellini al 349. Un vecchio vizio per l'attaccante che, il 20 novembre 2010 – ai tempi dell'Ajax – aveva azzannato Bakkal del Psv (sette giornate di squalifica) e il 21 novembre 2013 aveva fatto altrettanto – con la maglia del Liverpool – ai danni di Ivanoviæ del Chelsea (dieci giornate di stop). Suárez resta in campo e due minuti dopo Diego Godín propone l'abituale marchio di fabbrica: il colpo di testa su palla inattiva, come gli era capitato con l'Atletico Madrid in stagione, prima per dare il punto decisivo per la vittoria nella Liga con l'1-1 in casa del Barcellona, quindi per siglare il vantaggio nella finale di Champions League, poi persa ai supplementari con il Real Madrid.

Naufragio Italia
Stavolta il difensore colpisce in realtà di spalla, ma tanto basta per segnare il destino dell'Italia. A nove minuti dalla fine e con l'uomo in meno, gli azzurri non trovano la forza di arrivare alla rete che avrebbe dato il pareggio della qualificazione. L'Uruguay raggiunge la Costa Rica (0-0 con l'Inghilterra nell'ultimo match) agli ottavi, l'eliminazione avvia una reazione a catena.
Si dimette Prandelli («Fallito il progetto tecnico, sono io il responsabile»), nonostante abbia in mano un rinnovo del contratto sottoscritto prima del Mondiale, un accordo su cui si erano concentrate le critiche, per la tempistica e per il compenso. Lascia dopo 56 partite, come era successo al suo predecessore Marcello Lippi. Con lui nella sala stampa di Natal annunciano l'addio anche il presidente federale Giancarlo Abete e il suo vice Demetrio Albertini. Una deflagrazione che coinvolge la squadra. De Rossi e Buffon se la prendono con le nuove leve: «Figurine e personaggi non servono alla Nazionale, gli anziani tirano la carretta e i giovani no. Bisogna dare i meriti a chi se li guadagna sul campo e non per sentito dire». Non fanno nomi ma tutti pensano a Balotelli. L'attaccante replica con un tweet stizzito in cui scrive «la colpa non la faccio scaricare a me solo questa volta perché Mario Balotelli ha dato tutto per la Nazionale e non ha sbagliato niente (a livello caratteriale). Ha la coscienza a posto. Gli africani non scaricherebbero mai un loro “fratello”. In questo noi negri come ci chiamate voi siamo avanti anni luce».
Macerie da cui l'Italia tenterà di uscire scegliendo, tra nuove controversie, Carlo Tavecchio presidente e Antonio Conte ct. Prandelli, infine, rinforza le certezze di chi lo criticava accettando, appena dieci giorni dopo il crollo di Natal, l'offerta del Galatasaray in Turchia, dove viene esonerato prima che finisca un 2014 per lui terribile.

È gol
Il gruppo E ha due logiche favorite e il campo non smentisce le previsioni: Francia e Svizzera appaiono superiori a Ecuador e Honduras. Per gli elvetici è decisiva la prima partita, quasi uno spareggio con i sudamericani. Si decide tutto al 939, con la rete del 2-1 di Seferoviæ a completare la rimonta, dopo che Mehmedi a inizio ripresa aveva annullato il vantaggio avversario di Enner Valencia. Il 3-0 di Francia-Honduras riveste invece interesse per l'uso delle tecnologie. A Porto Alegre non si possono ascoltare gli inni per un guasto all'impianto audio, ma funziona alla perfezione il Goal Control-4d, che segnala come la palla abbia varcato interamente la linea sull'autogol di Valladares per il 2-0. La squadra d Didier Deschamps mette al sicuro la qualificazione battendo 5-2 la Svizzera a Salvador, mentre l'Ecuador torna in corsa superando in rimonta 2-1 l'Honduras. Le speranze dei sudamericani s'infrangono però nello 0-0 a Rio de Janeiro contro la Francia, il secondo posto va agli elvetici, che superano comodamente 3-0 l'Honduras a Manaus con una tripletta di Xherdan Shaqiri.
Nel gruppo F l'attenzione è puntata sull'Argentina di Messi. L'attaccante del Barcellona ha vissuto un finale di stagione complicato nel club, che ha fallito nella Liga e in Champions League. Personalmente ha dovuto cedere il passo a Cristiano Ronaldo nell'assegnazione del Pallone d'oro mentre, in campo, è spesso vittima di conati di vomito che destano preoccupazione: l'ultimo nel test premondiale contro la Slovenia. Ma al debutto prende per mano la squadra contro la Bosnia ed Erzegovina al Maracanã, dopo un primo tempo faticoso, chiuso in vantaggio grazie all'autogol di Kolašinac. Il ct Alejandro Sabella inserisce Higuaín per una squadra più offensiva, Messi approfitta dei maggiori spazi realizzando il 2-0 e rendendo ininfluente la rete di Ibiševiæ nel finale.
Per il secondo match contro l'Iran, che ha debuttato con uno 0-0 con la Nigeria, l'Argentina passa dal 5-3-2 dell'esordio al 4-3-3, visto nel secondo tempo, sistema di gioco preferito da Messi: una scelta che fa nascere il dubbio se il campione argentino decida anche riguardo a moduli e uomini da schierare. Lui e Sabella negano vigorosamente, l'Albiceleste fatica comunque contro un avversario tutt'altro che sprovveduto tatticamente e in alcune occasioni vicino al clamoroso vantaggio. Messi salva i destini argentini con una delle abituali invenzioni al 469 del secondo tempo: dribbling al limite e sinistro a giro sul secondo palo.
Nell'altro match la Nigeria vince una gara-spareggio per gli ottavi, con parecchie polemiche della Bosnia ed Erzegovina, che si vede annullare sullo 0-0 un gol di Dzeko per un fuorigioco inesistente. Risolve Odemwingie al 299. Gli africani possono così concedersi di perdere l'ultimo match: a Porto Alegre, l'Argentina vince 3-2, con altre due reti di uno scatenato Messi. La Nigeria approfitta infatti del 3-1 della Bosnia ed Erzegovina all'Iran, che toglie agli asiatici l'ultima speranza di approdare agli ottavi: neppure in questa partita si alza dalla panchina Steven Beitashour, nato a San José in California da genitori iraniani e che ha scelto la Nazionale di Teheran dopo essere stato convocato, ma mai utilizzato, dagli Stati Uniti.

Fratelli (di nuovo) contro
La Germania celebra la partita numero 100 al Mondiale travolgendo il Portogallo al debutto il 16 giugno. A Salvador nulla può Cristiano Ronaldo, sia per la debolezza oggettiva della squadra, sia per i propri problemi fisici: arriva in Brasile sofferente al ginocchio sinistro per una tendinopatia rotulea con cui deve convivere da tempo. Finisce 4-0, con i tedeschi già avanti di tre reti e di un uomo (espulso Pepe) alla fine del primo tempo. Il mattatore è Thomas Müller, capocannoniere all'ultimo Mondiale, che si presenta con una tripletta. Hummels, difensore goleador, completa il quadro.
Più emozionante è Stati Uniti-Ghana, che si conclude 2-1 con una rete di Brooks al 419 del secondo tempo: una delusione profonda per gli africani, che avevano pareggiato quattro minuti prima con André Ayew. Il girone lascia i giochi aperti anche dopo la seconda giornata, caratterizzata da pareggi, entrambi per 2-2. Varela tiene vive le speranze del Portogallo con un gol al 509 del secondo tempo che sfila da sotto il naso la qualificazione anticipata agli Stati Uniti. La Germania, invece, non conferma le buone impressioni del debutto, faticando contro il Ghana. È la partita dei fratelli Boateng, Kevin-Prince e Jérôme: schierati su fronti opposti, rinnovano il duello già visto nel 2010 a Johannesburg, anche allora nel girone eliminatorio. È pure la partita di Miro Klose che, dopo le reti di Götze, André Ayew e Gyan, fissa il pareggio: entra al 249 del secondo tempo, gli bastano due minuti per la deviazione vincente. Il centravanti realizza il quindicesimo gol in una fase finale e, soprattutto, va a segno nel quarto Mondiale consecutivo, impresa riuscita in precedenza soltanto a Pelé e a Uwe Seeler.
Nell'ultima giornata Stati Uniti e Germania si affrontano a Recife, i loro allenatori sono Jürgen Klinsmann e Joachim Löw, rispettivamente ct e vice della Germania al Mondiale 2006. Tutti ipotizzano un accordo sottobanco per un pareggio che farebbe accedere entrambe agli ottavi, la riedizione di un “biscotto” come avvenuto tra Germania Ovest e Austria nel 1982 in Spagna. Dal campo, invece, giunge la smentita. La squadra di Löw si impone 1-0, con rete nella ripresa del solito Müller, ma il Portogallo non ne approfitta. Batte 2-1 un Ghana in rivolta per il premio Mondiale (minaccia lo sciopero, i soldi – tre milioni di dollari in contanti – arrivano direttamente a Brasilia con un aereo governativo, su ordine del presidente Mahama) e in subbuglio per la cacciata di Boateng e Muntari dopo un litigio con il ct Appiah, però i tre punti non bastano per la qualificazione: la differenza reti premia gli Stati Uniti.

Papaveri e papere
Nel girone H l'attenzione è puntata sull'emergente Belgio. Marc Wilmots è riuscito nell'impresa fallita a livello politico e sociale, in Nazionale non si vivono più le storiche divisioni tra fiamminghi e valloni – c'erano persino i tavoli separati in ritiro – grazie a un codice di comportamento varato dal ct. L'integrazione prosegue con giocatori di origine africana come Kompany, Lukaku e Vanden Borre (Congo), Chadli e Fellaini (Marocco), Origi (Kenya), Dembélé (Mali). Mirallas ha poi ascendenze spagnole, Witsel della Martinica. Adnan Januzaj, talento del Manchester United, è infine nato in Kosovo. Il Belgio chiude a punteggio pieno, non entusiasma nel gioco ma si esalta nell'agonismo, vincendo di misura tutte le partite. La sorpresa è rappresentata dall'Algeria che, dopo aver perso 2-1 con la squadra di Wilmots al debutto, prima travolge 4-2 la Corea del Sud e quindi passa agli ottavi eliminando la Russia. La squadra allenata da Fabio Capello è la grande delusione del torneo. Si presenta allo scontro diretto con gli africani dopo aver pareggiato 1-1 con la Corea del Sud e aver perso 1-0 con il Belgio: fino a quel momento in affanno e senza idee, a Curitiba trova dopo appena 6 minuti la rete di Kokorin che la condurrebbe alla fase successiva. Ma tra i pali si muove Igor Akinfeev, portiere del Cska Mosca celebre per errori clamorosi. Nel match del debutto regala l'1-0 ai coreani mancando una facile presa alta su un tiro senza pretese di Lee Keun-Ho, contro l'Algeria si ripete al 159 del secondo tempo con un'uscita clamorosamente sballata su un cross che libera Slimani al gol: l'1-1 condanna la Russia e manda avanti l'Algeria. Un fallimento per il Paese scelto per organizzare il Mondiale 2018. Al ritorno Capello viene convocato dalla Commissione sport della Duma (il Parlamento russo) per spiegare i motivi dell'eliminazione.

Oltre il 909
Agli ottavi l'Europa va in minoranza come nel 2010: sei squadre contro le otto delle Americhe. Le “intruse” sono Algeria e Nigeria, record per l'Africa in questa fase del torneo. Bocciato sonoramente l'Europeo 2012, tornano a casa la Spagna campione, l'Italia vice e il Portogallo semifinalista. Per la prima volta nella storia del torneo tutte le partecipanti alla fase finale hanno segnato almeno un gol. Diminuiscono le polemiche sulle decisioni degli arbitri, aiutati dal primo timido tentativo di innovazione tecnologica, ma ci sono critiche per una certa tolleranza nei confronti del gioco duro. Entra in campo anche la religione, visto che i giocatori di fede islamica sono chiamati al rispetto del Ramadan, astenendosi dall'assunzione di cibo e acqua dall'alba al tramonto. Özil e Sagna dribblano le imposizioni «per motivi di lavoro», gli algerini si comportano in base alle condizioni fisiche. In generale la maggiore parte dei musulmani si attiene allo statuto speciale di «visitatore in un Paese straniero», come indicato dai testi sacri. Il 28 giugno tocca al Brasile aprire la nuova fase del torneo, l'avversario è il Cile, squadra non semplice da affrontare. Come non è semplice da affrontare la tensione per il ruolo di favoriti. Scolari infila bigliettini motivazionali sotto le porte delle camere dei giocatori, come faceva nel 2002. Accoglie poi nel ritiro di Teresopolis un'amica psicologa. Si chiama Regina Brandão, aiuta calciatori criticati per i continui pianti sul campo che non risparmiano nessuno: il capitano Thiago Silva, elementi esperti come Júlio César oppure giovani come Neymar.
Ma a Belo Horizonte il Brasile appare tutt'altro che tranquillo. Nel primo tempo Sánchez replica alla rete iniziale di David Luiz, i padroni di casa sono in affanno di fronte alla solidità avversaria: vedono annullare una rete a Hulk nella ripresa per un precente fallo di mano, tirano un sospiro di sollievo quando Pinilla centra la traversa a pochi secondi dalla fine dei supplementari (l'attaccante del Cagliari, a fine torneo, si fa tatuare sulla schiena l'immagine dell'occasione mancata). Le fatiche del Brasile proseguono ai rigori perché, se Júlio César annulla i tentativi ancora di Pinilla e di Sánchez, Willian calcia fuori mentre Hulk si fa parare la conclusione da Maicon. Al quinto rigore Neymar porta il Brasile al vantaggio decisivo: Gonzalo Jara, difensore del Nottingham Forest, calcia sul palo e il Cile è battuto. Una serie emozionante, che crea malori e disagi non solo allo stadio. Un uomo di 69 anni, giunto da Rio de Janeiro insieme con il figlio, muore per infarto in un locale alla rete negata a Hulk. L'eroe della giornata è Júlio César, finito a svernare a Toronto, in Canada, in prestito dal Queens Park Rangers dopo aver vinto tutto con l'Inter. Indossa il numero 12 come in Sud Africa, per scaramanzia. Prima dei rigori dice ai compagni: «Tirate tranquilli, ne paro tre». Si ferma a due, ma sono decisivi. Resta comunque l'impressione di un Brasile nervoso e incapace soprattutto di proporre gioco.
Due ore dopo a Rio de Janeiro si disputa un altro derby sudamericano tra Colombia e Uruguay. La squadra di Óscar Tabárez deve fare i conti con l'assenza di Suárez. Il ct aveva maldestramente difeso l'attaccante dopo il morso a Chiellini, sostenendo di non aver visto nulla e che ci fosse prevenzione nei confronti del giocatore. Altrettanto maldestra era stata la giustificazione di Suárez, che affermava di essere scivolato. Le immagini inchiodano alle sue responsabilità l'attaccante, che fa retromarcia via Twitter ammettendo l'accaduto. La Fifa lo sanziona pesantemente: squalifica di sette giornate, quattri mesi di Daspo (un veto legato a ogni attività connessa con il calcio: gli verrà persino impedita la presentazione ufficiale al Barcellona, che lo ha acquistato per 81 milioni) e 80 000 euro di multa. La Federazione lo ritiene colpevole di aver violato gli articoli 48 (aggressione violenta) e 57 (comportamento antisportivo), un atteggiamento recidivo, visti i precedenti e viste anche le otto giornate di stop per gli insulti razzisti a Evra, il 15 ottobre 2011. In un Liverpool-Manchester United lo aveva definito “negro” per sette volte.
Senza il suo leader, sostituito dall'anziano Diego Forlán, l'Uruguay è poca cosa per una Colombia apparsa in grande forma. È soprattutto la partita del nuovo talento James Rodríguez, che punisce un avversario iperprudente con una rete per tempo. Fantastico il gol dell'1-0, che sarà scelto come il più bello del Mondiale: stop di petto, sinistro al volo dai venti metri, palla sotto la traversa e poi in gol. La perla convince definitivamente il Real Madrid, che acquisterà a fine torneo l'attaccante del Monaco per 80 milioni di euro.

Caldo e outsider
Il 29 giugno, il primo match vede in campo Olanda e Messico. Si gioca a Fortaleza alle 13, le condizioni climatiche sono al limite della sopportazione: 38 gradi e sole a picco. Al 319 del primo tempo l'arbitro portoghese Proença decreta il primo time-out della storia, tre minuti per permettere ai giocatori di rinfrescarsi. Ovviamente la gara ne soffre, soprattutto l'Olanda che non riesce venire a capo di un avversario bene organizzato.
Il Messico era arrivato al Mondiale dopo aver cambiato quattro tecnici tra il 7 settembre e il 18 ottobre 2013. Miguel Herrera avrebbe dovuto ricoprire il ruolo a interim, dopo aver vinto il titolo con l'América. Viene chiamato per i playoff contro la Nuova Zelanda e confermato una volta ottenuta la qualificazione. I suoi giocatori confermano la solidità vista nella fase a gironi, vanno in vantaggio al 39 del secondo tempo con Dos Santos. L'Olanda, priva di De Jong infortunatosi dopo appena 99, appare incapace di reagire, fino a quando Van Gaal non pesca la carta vincente dalla panchina: al 319 entra Klaas-Jan Huntelaar ed è subito decisivo. A due minuti dalla fine offre di testa a Sneijder l'assist per il destro dell'1-1, quindi al 499 trasforma il rigore del sorpasso decretato per un fallo di Márquez su Robben. La decisione è pesantemente contestata dai messicani e da Herrera: «Un'invenzione».
A Recife si gioca la partita meno attesa del Mondiale a questo punto del torneo, con le outsider Costa Rica e Grecia. I centroamericani non appaiono convincenti come nella prima fase, faticano contro un avversario che occupa gli spazi e si difende con ordine. Riescono però a passare in vantaggio ancora con Ruiz al 79 di un secondo tempo che però devono affrontare in dieci dal 219 per l'espulsione di Duarte. L'uomo in più infonde ulteriore coraggio alla Grecia, che trova il pareggio al primo minuto di recupero con Papastathopoulos: nulla può Navas, che prima era stato miracoloso su Salpingidis e su Mitroglou. I supplementari non cambiano il risultato, si va ai rigori: la Costa Rica non sbaglia, la Grecia fallisce proprio l'ultimo tentativo con Gekas, su cui è ancora una volta decisivo Navas. La Costa Rica approda per la prima volta ai quarti di un Mondiale.
Le partite del 30 giugno segnano il risveglio della vecchia Europa, anche se a Brasilia la Francia deve aspettare il secondo tempo per avere la meglio sulla Nigeria. Gli africani vivono una vigilia agitata, ancora per una questione di soldi come avvenuto per il Ghana. Scendono in campo soltanto dopo aver ricevuto rassicurazioni sul pagamento del premio direttamente dal presidente Jonathan. I Bleus si confrontano nuovamente con la tecnologia ma, se contro l'Honduras era stato assegnato loro il gol, stavolta la palla di Benzema non supera completamente la linea. Accade a venti minuti dalla fine, da una decina è entrato in campo Griezmann al posto del deludente Giroud. L'attaccante della Real Sociedad cambia volto alla squadra. La Francia, dopo aver sofferto qualche iniziativa in contropiede, si riversa nell'area avversaria facendo i conti con le prodezze di Enyeama. Il portiere, quando non ci arriva, è salvato dalla traversa, come sul tiro di Cabaye. La Nigeria, furibonda per il durissimo intervento di Matuidi che provoca la frattura di tibia e perone a Onazi (punita soltanto con l'ammonizione dallo statunitense Geiger), si arrende al 349, quando Pogba sfrutta il primo errore di Enyeama, autore di un'uscita sballata. Il 2-0 è un autogol di Yobo al 469.
A Porto Alegre la Germania affronta quella che rappresenta, curiosamente, una sorta di maledizione: due i precedenti con l'Algeria, altrettante le sconfitte. In più gli africani non hanno dimenticato quanto accaduto nel 1982, la non-partita tra l'allora Germania Ovest e l'Austria, vinta 1-0 dalla prima: un risultato che mandava avanti entrambe eliminando i magrebini. E il campo conferma le difficoltà. La squadra di Löw preme senza trovare la via del gol, avversari pericolosi in contropiede sventati da insolite – ma efficaci – uscite di Neuer ben oltre i limiti dell'area. Anche in questo caso si va ai supplementari, anche in questo caso è decisivo un giocatore entrato a partita in corso. Schürrle segna di tacco al 29 su invito di Müller, Özil sigla il 2-0 in tap-in su conclusione ribattuta ancora di Schürrle. Manca un solo minuto alla fine del match, l'Algeria trova la forza di reagire con Djabou nel recupero, poi Neuer dice no all'ultimo tentativo di Bougherra poco prima del fischio finale. La Germania accede ancora una volta ai quarti di finale, come avviene regolarmente dal 1954.

Super Howard
E i supplementari si ripropongono negli ultimi due ottavi di finale, il 1° luglio. Fatica l'Argentina contro la Svizzera, la partita di San Paolo è brutta e priva di emozioni. Ottmar Hitzfeld sceglie un atteggiamento difensivo, con un'attenzione ossessiva nei confronti di Messi. L'asso del Barcellona non riesce a essere incisivo per tutto l'incontro, trova però il guizzo vincente a due minuti dalla conclusione dei supplementari, con l'assist che libera Di María per la rete decisiva. E i sudamericani si salvano al 1219, quando il tiro di Dzemaili viene respinto dal palo.
Nessun gol al 909 pure in Belgio-Stati Uniti a Salvador, ma emozioni in numero decisamente maggiore. Howard è il grande protagonista nella squadra di Klinsmann con ben sedici parate (un dato che non si registrava dal 1966), Courtois a sua volta annulla il match-ball a Wondolowski nel finale. Il Belgio si sblocca nel primo supplementare con De Bruyne al 39 e con Lukaku al 159. Gli Stati Uniti replicano con Green al 29 sts e sfiorano il clamoroso pari in almeno tre occasioni. Sono eliminati, ma in patria hanno reso popolare il calcio: in Brasile i tifosi “stelle&strisce” sono i secondi per i biglietti acquistati, dopo i padroni di casa, mentre negli States le partite sono state seguite in media da 25 milioni di persone, una cifra mai raggiunta prima.

Avanti i più bravi
I quarti di finale brasiliani segnano un passaggio mai verificatosi nella storia del Mondiale: le otto squadre qualificate sono le otto giunte prime nei rispettivi gironi nella prima fase. Nessuna sorpresa, quindi, e conferma dei valori di forza emersi immediatamente nel torneo.
Il 4 luglio il Maracanã ospita una sfida classica nel panorama europeo, quella tra Germania e Francia, un evento che mancava dal 1986, la semifinale vinta 2-0 dai tedeschi. La gara si decide sul piano fisico: confrontando le due squadre, l'altezza media dei Bleus è inferiore di sei centimetri rispetto a quella degli avversari. Non a caso è risolutivo un colpo di testa dopo appena 139 di Mats Hummels, poderoso centrale del Borussia Dortmund. La partita che segue è poco spettacolare, i tedeschi si limitano a controllare (sprecando con Schürrle un paio di opportunità per il raddoppio), mentre Neuer annulla i tentativi di Griezmann e Benzema. La Germania va in semifinale per la quarta volta consecutiva.
Lo stesso giorno tocca al Brasile, a Fortaleza contro l'insidiosa Colombia. Scottato dalle critiche, Scolari presenta una squadra più equilibrata e, soprattutto, più concreta. I verdeoro vanno sul 2-0 grazie ai difensori centrali: prima Thiago Silva di ginocchio dopo sette minuti, quindi David Luiz su punizione al 249 del secondo tempo. La Colombia non appare brillante come nelle precedenti esibizioni, riesce ad accorciare a dieci minuti dalla fine con un rigore del solito Rodríguez, ma raramente trova la via verso Júlio César. Il Brasile paga però pesantemente l'accesso alle semifinali. Un'ammonizione costa la squalifica a Thiago Silva (era diffidato): Scolari perde un leader, non soltanto della retroguardia. Una dura entrata di Zúñiga, poi, mette fuori causa Neymar nel finale. Il colombiano colpisce alla schiena l'avversario, provocando la frattura di una vertebra. «Il modo in cui è entrato non è stata una cosa normale, due centimetri più in là e rischiavo la paralisi», commenta il brasiliano, costretto a restare fuori nella restante parte del torneo Mago Van Gaal.
Il giorno successivo scendono per primi in campo Argentina e Belgio a Brasilia. Sabella cambia ancora assetto, passando al 4-2-3-1 con Higuaín punta unica. E l'attaccante del Napoli premia la scelta del tecnico colpendo dopo otto minuti con un destro al volo: non segnava da undici mesi in Nazionale. Il resto della partita è controllato dai sudamericani, che si limitano a lanci lunghi per i contropiede orchestrati da Messi. Su uno di questi ancora Higuaín si mette in evidenza, colpendo la traversa. Delude il Belgio, prevedibile e timoroso, soprattutto mai pericoloso. L'Argentina torna in semifinale dopo ventiquattro anni, ma perde Di María, che si procura una lesione alla coscia destra.
Poco spettacolare è anche Olanda-Costa Rica a Salvador. I centroamericani lasciano il gioco agli avversari, provando qualche contropiede. L'Olanda è però la brutta copia della squadra ammirata a inizio Mondiale, lenta e involuta e con un Van Persie indolente. Navas annulla nel primo tempo una punizione di Sneijder, che poi colpisce un palo – sempre su calcio da fermo – al 379 del secondo tempo. Nei supplementari la Costa Rica si limita a indirizzare la partita verso la soluzione desiderata dei rigori, anche se Cillessen deve superarsi su incursione di Ureña al 129 del secondo tempo. Sneijder chiude una prova poco fortunata a livello personale, colpendo la traversa a un minuto dalla conclusione.
Poco prima che l'uzbeko Ravshan Irmatov (alla nona direzione di gara tra 2010 e 2014: nuovo record di presenze per un arbitro) fischi la fine, Van Gaal regala il personale colpo di scena, sostituendo i portieri: esce Cillessen – incredulo e furibondo: prende a calci le bottigliette che trova sulla propria strada –, entra Tim Krul. Tutti pensano che il numero uno del Newcastle sia uno specialista dagli undici metri, in realtà non è così, visto che in carriera ne ha parati appena un paio. La mossa ha però l'effetto di disorientare i giocatori della Costa Rica e Krul ci mette del suo provocandoli. Saltella sulla linea di porta e parla con ognuno di loro: «Gli dicevo che li avevo studiati contro la Grecia e che sapevo come avrebbero tirato». La mossa è efficace, Krul annulla le conclusioni di Ruiz e Umaña buttandosi sempre alla sua sinistra, mentre l'Olanda non sbaglia un tiro. Van Gaal spiega: «Tim ha dimostrato di essere il più adatto ai rigori in allenamento. Gliene ho parlato senza dire nulla a Cillessen per non deconcentrarlo: era una soluzione rischiosa, da fare negli ultimi secondi».

Dal Maracanaço al Mineiraço
La possibilità di ospitare nuovamente il Mondiale era avvertita dai brasiliani come l'occasione di cancellare la delusione del 1950. Nessuno poteva però immaginare che cosa stesse riservando la Germania al Brasile.
La partita di Belo Horizonte apre l'8 luglio le semifinali, sono in 60 000 all'Estadio Minerão. Neymar ha provato a giocare, nonostante il serio infortunio patito con la Colombia, ma i medici lo bloccano: viene ricordato dai compagni, che si presentano in campo con la sua maglia per le foto ufficiali. Un'assenza, insieme con quella di Thiago Silva, che obbliga Scolari a rivoluzionare la formazione: Dante debutta al centro della difesa, sulla fascia destra viene confermato Maicon, in mezzo al campo è ripescato Luiz Gustavo, Bernard si piazza dietro Fred punta unica. Sull'altro fronte nessuna sorpresa da parte di Löw, che non cambia alcun uomo, con un 4-3-3 senza punti deboli. Al 299 del primo tempo la Germania conduce con un incredibile 5-0, concretizzatosi in maniera persino imbarazzante: ogni iniziativa tedesca porta un uomo davanti a Júlio César. Troppo scombinato l'assetto brasiliano, troppo alta la tensione che attanaglia le gambe, improponibile un confronto non solo fisico, ma persino tecnico tra le due formazioni: la Germania si muove e costruisce gioco come se fosse una squadra di club, il Brasile assomiglia a un'accolita di calciatori ritrovatisi per caso poco prima del match. Müller all'119 segna l'1-0 di piatto dopo errore della coppia David Luiz-Dante su angolo. Dal 239 al 299, con il Brasile sbilanciato alla ricerca del pareggio, arrivano i gol di Klose (239), Kroos (259 e 269), Khedira (299). Il primo tempo si chiude con dieci conclusioni della Germania, nove nello specchio della porta, cinque trasformate in reti.
Con un simile parziale, la partita non ha più storia. Nella ripresa la Germania dà l'impressione di non affondare i colpi, ma arrivano comunque altre due reti con Schürrle, mentre Özil nel finale manca un'opportunità incredibile. Al Brasile resta il gol di Oscar nel recupero, che fissa il risultato sul 7-1, in una partita che finisce tra gli olé del pubblico ai passaggi tedeschi.
Un epilogo impensabile, dal Maracanaço si passa al Mineiraço, tra i pianti dei giocatori: David Luiz si presenta in lacrime alle interviste, vanamente consolato da Thiago Silva. I tifosi sfogano la rabbia scatenando scontri a Belo Horizonte e a San Paolo. I giornali sono implacabili: “Umiliazione storica”, “Grande vergogna”, “La disgrazia di tutte le disgrazie”. Mai il Brasile aveva incassato sette reti in un Mondiale, l'ultima sconfitta con sei gol di scarto risaliva al 18 settembre 1920: un 6-0 con l'Uruguay a Viña del Mar, in Cile, per il campionato sudamericano. I verdeoro, poi, non perdevano in casa in competizioni ufficiali dal 30 settembre 1975, un 3-1 incassato in Copa América dal Perù, proprio a Belo Horizonte. Mai nessuno aveva segnato tanto in una semifinale e Klose raggiunge quota 16 gol, diventando il miglior marcatore nella storia dei Mondiali. È l'ultima schiaffo al Brasile, visto che toglie il primato a Ronaldo.

Contrappasso Olanda
Il giorno dopo a San Paolo si torna alla normalità. Dal 7-1 tra Germania e Brasile si passa allo 0-0 tra Argentina e Olanda nel ricordo di Alfredo Di Stefano, morto il 7 luglio a 88 anni. Uno dei giocatori più grandi nella storia del calcio che, come raccontato, non ha mai partecipato a un Mondiale: l'Albiceleste lo onora portando il lutto al braccio. Van Gaal insiste con Van Persie, lasciando Huntelaar fuori, e viene ripagato con un'altra prestazione sottotono. Sabella non ha Di María, la sua mancanza si avverte soprattutto in una giornata in cui Messi è annullato da De Jong, rientrato a sorpresa dopo l'infortunio. Si assiste a 1209 noiosi, al momento dei rigori il tecnico olandese non gioca più la carta Krul, anche perché ha già effettuato tutte le sostituzioni. Ma è destino che un portiere sia sempre protagonista, stavolta tocca a Sergio Romero, reduce da una stagione con poca gloria nel Monaco, dove la Sampdoria lo aveva mandato in prestito una volta deciso di puntare su altri giocatori. Il numero uno argentino comincia parando il tentativo di Vlaar, un difensore, che si presenta a sorpresa sul dischetto (a fine gara Van Gaal ammette che nessuno si sentiva di calciarlo). Quindi si ripete al rigore numero tre, annullando la conclusione di Sneijder, che sfida dicendogli: «Guardami negli occhi». Per l'Argentina sono invece infallibili Messi, Garay, Agüero e Rodríguez.
È la pena del contrappasso per l'Olanda, che aveva raggiunto la semifinale eliminando la Costa Rica dal dischetto. È la pena del contrappasso personale per Van Gaal, che aveva avuto Romero all'Az Alkmaar: «Gli ho insegnato io come si parano i rigori, per questo è un'eliminazione che fa ancora più male». Prima di ogni tiro olandese, il portiere legge un bigliettino. La memoria va a Jens Lehmann, che ai quarti di finale del 2006 si era appuntato le caratteristiche di ogni avversario su un foglietto, risultando pressoché insuperabile ai rigori nei quarti con l'Argentina. Nessun segreto, questa volta. Lo racconta Eliana Guercio, moglie di Romero: «È una cosa che gli ho scritto prima dell'Olimpiade del 2008 e che gli ha portato fortuna. Lo conserva sempre, quando gli serve la legge e ne trae forza». L'Olanda si rifà nella finale per il terzo posto, nonostante la sua inutilità venga più volte sottolineata da Van Gaal. Il Brasile è ancora sotto choc, a Brasilia è sullo 0-2 già al 179 per il rigore di Van Persie e il gol di Blind. Chiude Wijnaldum nel finale.

La finale
Domenica 13 luglio, il Maracanã ospita l'ultimo atto della Coppa del Mondo. Germania-Argentina è la riedizione delle finali viste nel 1986 e nel 1990, il terzo incrocio è un record per la storia del torneo. Come un record è l'ottava finale dei tedeschi. Oggi, come allora, si confrontano due differenti filosofie. Da una parte, la compattezza della Germania: nessuna stella, ma giocatori cresciuti insieme con Löw, dal 2004 nello staff della Nazionale e del 2006 ct. La squadra è pressoché la stessa vista al Mondiale 2010 e all'Europeo 2012. Dall'altra, un campione riconosciuto: nella seconda metà degli anni Ottanta era Maradona, oggi è Messi. È lui l'uomo da cui dipendono – in positivo come in negativo – i destini della squadra. Una personalità decisamente meno esuberante di Maradona, ma dall'identico carisma nello spogliatoio, al punto di venire accusato, come si è visto, di voler decidere sistema di gioco e formazione, forte anche dell'ascendente personale sul ct. Sabella non ha un curriculum sfolgorante, per diciannove anni è stato il vice di Daniel Passarella. Soltanto nel 2009 ha preso in mano una squadra, l'Estudiantes. Dal 2011 è responsabile della Nazionale, senza uscire dal solco della tradizione. Il campione conclamato (Messi, per l'appunto), un portiere che sappia risolvere situazioni scabrose (il ritrovato Romero), un atteggiamento che punta al contenimento e alla rottura del gioco avversario, in cui Javier Mascherano è il leader assoluto.
È la finale dei due Pontefici: papa Francesco, nato a Buenos Aires, e il papa emerito Benedetto XVI, bavarese di Marktl. È la partita di Nicola Rizzoli, alla quarta direzione di gara del Mondiale e terzo italiano chiamato ad arbitrare la finale. In precedenza era toccato a Sergio Gonella nel 1978 e a Pierluigi Collina nel 2002. È l'ennesimo tentativo da parte di una squadra europea di vincere il Mondiale fuori del proprio continente. Per farlo, Löw non cambia gli interpreti del 4-3-3. O meglio, è costretto a rinunciare a Khedira, che si fa male nel riscaldamento: al suo posto entra Christoph Kramer, costretto a uscire poco dopo la mezz'ora per un pericoloso colpo alla testa. La botta gli provoca un'amnesia che, mesi dopo, verrà dichiarata inguaribile: non ricorderà mai di aver giocato questa partita. Neppure Sabella cambia gli uomini visti contro l'Olanda: Higuaín resta il terminale offensivo, con Messi di supporto, Mascherano e Biglia formano il muro centrale, con Pérez e il più offensivo Lavezzi sulle fasce. La partita non è bellissima ma si rivela vivace, almeno nel primo tempo. L'Argentina ha un paio di occasioni con Higuaín, che calcia fuori dopo un avventato retropassaggio di Kroos, e Messi, ribattuto da Boateng. La Germania replica con Schürrle e il solito Hummels, che colpisce un palo su angolo al 479. Meno avvincente la ripresa, che registra unicamente un'opportunità per Kroos. Ai supplementari Löw si gioca la carta Götze, uno dei giovani più talentuosi della Bundesliga ma poco utilizzato nel torneo dopo essere stato titolare al debutto con il Portogallo. Entra al 439 del secondo tempo e decide la finale, dopo una parata di Romero al 19 dei supplementari e un errore di Palacio in pallonetto solo davanti a Neuer al 79, favorito da uno svarione di Hummels. All'89 del secondo supplementare, il fantasista del Bayern ruba il tempo a Demichelis per deviare in acrobazia un cross di Schürrle dalla sinistra: Romero è battuto, l'Argentina non ha più la forza di reagire.
Per i sudamericani è la terza sconfitta consecutiva contro i tedeschi al Mondiale, dopo quelle ai quarti nel 2006 (5-3 ai rigori) e nel 2010 (umiliante 4-0): pagano il progressivo eclissarsi di Messi dalla partita e la mira poco accorta di Higuaín e Palacio sulle uniche distrazioni avversarie. Per la Germania, al primo trionfo dopo l'unificazione, è il giusto premio dopo un torneo disputato sempre ad alti livelli. Una squadra capace di sfruttare gli errori altrui, di limitare i propri, di vincere anche soffrendo, come avvenuto negli ottavi contro l'Algeria. La squadra si fonda sul blocco del Bayern, trionfatore in Bundesliga con ampio anticipo. Tra i titolari della partita di Rio, ben sei arrivano dai bavaresi: Neuer, Lahm, Boateng, Schweinsteiger, Müller e Kroos. Non solo: per la maggior parte si tratta di giocatori della stessa generazione, cresciuti insieme dalle giovanili, a sottolineare la forza del modello tedesco, rifondato alle radici – con centri tecnici sparsi per il Paese e proficua collaborazione tra Federazione e club – dopo il fallimento all'Europeo del 2000.
Il lungo lavoro di Löw ha dato frutti. La Germania sa essere spettacolare e cinica al tempo stesso. La forza fisica è fondamentale, ma tutti posseggono ottima tecnica, a cominciare da Neuer, autore di uscite spericolate. Davanti a lui, Boateng e Hummels compongono una solida coppia centrale mentre, sulle fasce, Lahm spinge con maggiore continuità a destra rispetto a Höwedes su quella opposta. A centrocampo un'altra coppia, quella formata da Schweinsteiger e Khedira, è pronta all'interdizione come a ribaltare l'azione. Una situazione, quest'ultima, favorita dalla presenza di un tridente formidabile alle spalle dell'esperto Klose, unica punta. Da destra a sinistra, Müller (nato nel 1989), Kroos (1990) e Özil (1988) sono entrati nella fase della piena maturazione: classe, dedizione e colpi di genio li rendono giocatori completi, implacabili nella trequarti avversaria e pronti a ripiegare in difesa. Calciatori moderni, nel vero senso della parola. E i rincalzi sono di lusso, come si è visto in occasione della finale, con il gol nato sull'asse Schürrle-Götze. Una vittoria che tutti celebrano con una maglia dedicata a Reus, costretto – come visto – a rinunciare all'ultimo al Mondiale per un infortunio. Una dedica speciale, come quella di Iniesta quattro anni prima, a dimostrazione che il calcio – quando vuole – sa di possedere ancora un cuore.

I Protagonisti


Il CT: Joachim Löw (Germania)
(Schönau im Schwarzwald, 3 febbraio 1960)
Nel 1978 Löw iniziò la sua carriera di calciatore con il Friburgo, squadra di seconda divisione. Nel 1980 fu acquistato dallo Stoccarda che militava nella massima serie ma ebbe delle difficoltà di ambientamento e giocò solo 4 partite senza segnare alcun gol. Nella stagione 1981-1982 giocò con l'Eintracht Francoforte (24 partite e 5 gol), e ritornò al Friburgo l'anno seguente. Nella stagione 1982-1983 segnò 8 reti in 34 partite e nel 1983-1984 17 in 31 presenze in Zweite Bundesliga. L'anno seguente ritornò in Bundesliga, passando al Karlsruhe, ma ancora una volta non riuscì ad emergere, realizzando solo un gol in 24 partite. Così la stagione seguente tornò nuovamente al Friburgo dove restò per quattro anni nei quali disputò un totale di 116 partite realizzando 38 reti. Concluse la sua carriera agonistica in Svizzera, dove giocò con lo Sciaffusa (1989-1992), il Winterthur (1992-1994) e il Frauenfeld, dove fu giocatore-allenatore. Ha collezionato 4 presenze con la Nazionale tedesca occidentale Under-21. Löw segue il consiglio del suo amico Giovanni Casella e inizia allenando le giovanili del Winterthur dal 1º luglio 1992 al 30 giugno 1994, prima ancora di ritirarsi come giocatore, per poi diventare giocatore-allenatore del Frauenfeld dal 1º luglio 1994 al 30 giugno 1995.
Il 1º luglio 1995 divenne vice di Rolf Fringer allo Stoccarda e il 14 agosto 1996, quando Fringer ebbe l'opportunità di diventare CT della Svizzera, ne prese il posto. Con quello che fu definito il Triangolo magico composto dagli attaccanti Krasimir Balakov, Giovane Élber e Fredi Bobic lo Stoccarda disputò una stagione in cui vinse la Coppa di Germania. La stagione seguente la squadra raggiunse la finale di Coppa delle Coppe perdendola 1-0 contro il Chelsea e chiuse al quarto posto in Bundesliga. Löw lasciò lo Stoccarda il 20 maggio 1998 per passare il 1º luglio al Fenerbahçe. Lascia la squadra di Istanbul il 30 maggio 1999. Il 25 ottobre 1999 firmò per il Karlsruhe, ma non riuscì ad evitare la retrocessione della squadra in Terza divisione e fu così esonerato il 19 aprile 2000. Dal 20 dicembre 2000 al 4 marzo 2001 ritornò in Turchia come allenatore dell'Adanaspor, venendo esonerato a stagione in corso. Il 10 ottobre 2001 divenne allenatore del Tirol Innsbruck, conducendolo alla vittoria del campionato austriaco nel 2002. Lo stesso anno il club dovette dichiarare la bancarotta e scomparve, così Löw rimase ancora senza panchina. Il 1º luglio 2003 fu chiamato dall'Austria Vienna, che guidò fino al 24 marzo 2004, quando fu designato da Jürgen Klinsmann come suo vice nella Nazionale tedesca a partire dal 1º agosto. Fu il secondo di Klinsmann nel biennio 2005-06, in cui la Germania ottenne il terzo posto in Confederations Cup ed ai Mondiali. Il 12 luglio 2006, venne nominato commissario tecnico per le dimissioni del predecessore. Nelle qualificazioni per l'Europeo 2008 guidò la squadra a battere San Marino per 13-0. Il torneo vide arrivare i tedeschi in finale, perdendo 1-0 contro la Spagna. Ai Mondiali sudafricani conquistò un altro terzo posto, sconfiggendo l'Uruguay. Nel 2011 rinnovò il proprio contratto oltre a vincere il girone eliminatorio per gli Europei a punteggio pieno. Nella fase finale, la Germania venne battuta dall'Italia in semifinale. Vinse la Coppa del mondo 2014, imponendosi in ogni incontro. Nel 2015 allungò ulteriormente l'accordo, poi confermato un anno più tardi nonostante un'altra eliminazione dagli Europei in semifinale

Il Capocannoniere: James Rodríguez (Colombia) - 6 reti
(Cúcuta, 12 luglio 1991)
Figlio dell'ex calciatore professionista Wilson Rodríguez, mezzala titolare della Nazionale che disputò il Mondiale Under-20 del 1985, dopo la separazione dei genitori James si trasferì nell'infanzia a Ibagué, la città della madre, e crebbe calcisticamente nelle file della locale Academia Tolimense. Il 25 gennaio 2004, la squadra vinse a Medellín il XX Torneo Nacional Ponyfútbol “Copa Corporación Los Paisitas 20 Años”, riservato agli Under-12, con un gol direttamente su calcio d'angolo di Rodriguez nella finale contro il Deportivo Cali, finita 2-0. Grazie ai 9 gol siglati nel torneo, il dodicenne Rodriguez si laureò capocannoniere e ricevette il premio di miglior giocatore della manifestazione. L'Envigado, squadra dell'area metropolitana di Medellín che era presente al torneo, l'anno successivo si assicurò le prestazioni di Rodriguez prendendo accordi con la madre. La vicenda diede luogo a una controversia tra i due club, in cui l'Academia Tolimense sostenne di non essere stata né consultata sul trasferimento né indennizzata per i diritti di formazione calcistica del giovane, circostanze smentite dai dirigenti dell'Envigado. Debuttò nella prima squadra dell'Envigado a 15 anni, nel Torneo Finalización 2006 della Categoría Primera A, massima divisione colombiana. In questa stagione, la squadra retrocedette nella Primera B e Rodriguez giocò solo la partita persa 1-0 il 10 settembre 2006 contro il Calcio Quindio. L'anno successivo giocò diverse partite in campionato, dove segnò il proprio primo gol nel torneo e contribuì al primo posto nella classifica finale dell'Envigado, che fece così ritorno nella massima serie. Le sue prestazioni in Primera B gli valsero la chiamata nella Nazionale Under-17. Fin dalle prime partite disputate tra i professionisti, malgrado la giovane età, Rodríguez dimostrò grande personalità e giocò come se avesse maturato una buona esperienza. A detta dei tecnici colombiani che lo osservarono, la stagione nella seconda serie colombiana, dove si gioca un calcio particolarmente duro, fu fondamentale nella sua formazione professionale. Nelle due stagioni disputate a Envigado, Rodríguez mise a segno 20 reti in 55 partite e attirò su di sé l'interesse di club stranieri.
Nel 2008 è passato al Banfield, squadra della massima serie argentina. Ha fatto il suo debutto nel Torneo di Clausura il 7 febbraio 2009, contro il Godoy Cruz (1-1). Il suo primo gol nel campionato argentino è quello del momentaneo 3-0 nel match vinto 3-1 il 27 febbraio 2009 contro il Rosario Central. Durante la stagione d'esordio dimostra la sua personalità segnando direttamente una rete su calcio d'angolo. A fine stagione, il Banfield arriva dodicesimo nel Torneo di Clausura. Nel 2009 è diventato titolare e ha segnato in Coppa Libertadores il 17 febbraio 2010, nella partita vinta fuori casa dal Banfield per 4-1 contro il Deportivo Cuenca, firmando la sua prima doppietta in Coppa Libertadores nella terza giornata contro il Nacional. A fine anno, conta 8 partite in Coppa Libertadores, 5 goal e 2 assist, mentre contribuisce con 4 gol in 30 partite alla vittoria del primo titolo professionistico nazionale del Banfield, il Torneo di Apertura 2009. Il 6 luglio 2010 il Porto ufficializza l'acquisto del 70% del cartellino del giovane colombiano per € 5,3 milioni, firmando un contratto che prevede una clausola rescissoria di € 30 milioni. Raggiunge così i futuri compagni di Nazionale Fredy Guarín e Radamel Falcao, trasferitisi al Porto nelle stagioni precedenti. Esordisce in campionato contro l'União Leiria (5-1) e fa il suo primo gol nella partita vinta contro il Marítimo 4-1. A fine anno conquista il posto da titolare. Il Porto si aggiudica il titolo dominando il campionato e Rodriguez contribuisce con 2 reti in 15 partite.
Il 15 dicembre 2010 fa il suo esordio in Europa League nella vittoria per 3-1 contro il CSKA Sofia, segnando il suo primo gol in questa competizione. Nel mese di maggio, il Porto vince la Europa League sconfiggendo nella finale di Dublino i connazionali del Braga. Il 22 maggio 2011 segna una tripletta nella finale di Coppa del Portogallo, vinta per 6-2 contro il Vitória Guimarães. Il 15 giugno seguente prolunga il suo contratto col Porto fino al 30 giugno 2016, inserendo una clausola rescissoria di € 45 milioni. Non viene convocato per la partita di Supercoppa UEFA 2011, persa 2-0 contro il Barcellona. Esordisce in Champions League nella partita contro lo Šachtar, vinta 2-1 grazie a un suo assist. Segna il suo primo gol in questa competizione contro lo Zenit S. Pietroburgo, match perso 3-1. Nella Taça da Liga subisce il primo infortunio della carriera nella partita vinta 2-1 contro il Paços de Ferreira, che lo costringe a rimanere fuori alcune settimane. Nel campionato 2011-2012 gioca 25 partite e segna 13 gol, che gli valgono il quinto posto nella classifica marcatori, contribuendo alla vittoria del titolo portoghese. Si rende protagonista della sfida decisiva per lo scudetto contro lo Sporting Lisbona, segnando il gol del 2-0 finale. Nella partita contro il Benfica rimedia uno strappo muscolare che non gli permette di giocare per 5 partite consecutive. In Champions League gioca tutte le partite e segna il gol nella vittoria 1-0 contro il Paris SG. Il Porto esce dalla competizione negli ottavi di finale contro il Málaga dopo aver vinto in casa 1-0 e perso in Spagna 2-0. A fine stagione realizza 10 gol in 24 incontri, contribuendo al successo del Porto in campionato. Conclude la sua esperienza portoghese con le vittorie di tre campionati, una coppa nazionale, tre Supercoppe di Portogallo e una Europa League in sole 3 stagioni.
Il 24 maggio 2013, il Monaco, neo promosso in Ligue 1, ne ha ufficializzato l'acquisto nell'ambito di un affare che ha portato nel club del principato anche il compagno di squadra João Moutinho, per un esborso complessivo € 70 milioni. Nella prima giornata di campionato, viene schierato da trequartista nella vittoria per 2-0 contro il Bordeaux. L'esordio nella Coupe de la Ligue avviene contro lo Stade Reims, match perso 1-0. Segna il suo primo gol con i monegaschi contro il Rennes (2-0). Sigla la sua prima doppietta contro il Bastia (2-0). Contribuisce alla conquista del secondo posto in campionato con 9 gol in 34 partite. In seguito al fortunato Mondiale brasiliano nel quale si fa notare, il 22 luglio 2014 viene acquistato a titolo definitivo dal Real Madrid per € 80 milioni. Il giocatore firma un contratto di sei anni e sceglie di indossare la maglia numero 10. Il trasferimento ai Blancos lo ha reso il quarto giocatore più costoso della storia, il terzo più costoso del Real Madrid e il giocatore colombiano più costoso di sempre, superando Radamel Falcao con i suoi 60 milioni di euro. James è stato accolto da 45,000 persone allo stadio il giorno della sua presentazione, e - appena 48 ore dopo - è stato reso noto che oltre 345.000 magliette del colombiano erano state vendute, rompendo il record di vendite di maglie di qualsiasi altro giocatore che aveva firmato con un club nel suo stesso tempo.
Il 13 agosto 2014 fa il suo esordio con la squadra spagnola nella vittoria per 2-0 contro il Siviglia nella Supercoppa Europea, vincendo il suo primo titolo con i Blancos. Il 19 agosto seguente segna il suo primo gol con la maglia del Real Madrid nella partita di andata della Supercoppa di Spagna contro l'Atlético Madrid (1-1). Esordisce in Champions League segnando nella partita di preliminari giocata contro il Basilea. Il 20 settembre realizza il suo primo gol in campionato, mettendo a segno uno degli 8 gol rifilati al Deportivo, oltre che un assist. Il 1º novembre seguente, mette a segno una doppietta ai danni del Granada, tra i gol segnati ne figura uno volo da una difficile angolazione. Il 20 dicembre conquista il Mondiale per club, battendo 2-0 in finale il San Lorenzo. Nel febbraio 2015 segna il gol dell'1-0 nella partita giocata e vinta contro il Siviglia, infortunandosi tuttavia poco dopo, vedendosi costretto ad uno stop forzato di 2 mesi. Torna in campo nel mese di aprile, giocando contro il Granada (9-1). Chiude la sua prima stagione al Real Madrid con un totale di 17 gol e 17 assist in 47 partite disputate, risultando tra i migliori giocatori della stagione. Alla seconda uscita stagionale, realizza una doppietta al Betis (5-0). L'8 settembre, impegnato con la propria nazionale, si infortuna e viene costretto ad uno stop di un mese. Ripresosi ad allenare solo a fine ottobre, torna in campo nella partita di inizio novembre disputata e persa contro il Siviglia per 3-2, dove ha anche realizzato uno dei due goal dei Blancos. Nonostante una stagione al di sotto delle aspettative anche col l'arrivo del nuovo tecnico Zidane riesce però a vincere un titolo importante vincendo il 28 maggio 2016 a San Siro, pur non scendendo in campo, la finale di Champions League 2015-2016 contro i rivali cittadini dell'Atletico Madrid (6-4 dopo i rigori e l' 1 a 1 nei tempi regolamentari)

La stella: Manuel Neuer (Germania)
(Gelsenkirchen, 27 marzo 1986)
Neuer, approdato allo Schalke 04 nel 2001, ha militato in tutte le rappresentative giovanili della squadra di Gelsenkirchen. È passato in prima squadra nella stagione 2005-2006, debuttando in Bundesliga il 19 agosto 2006 in Alemannia Aachen-Schalke 04 (0-1) e divenendo in seguito titolare, al posto del più anziano Frank Rost. Ha debuttato in Champions League il 18 settembre 2007 in Schalke 04-Valencia (0-1). Il 5 marzo 2008 è stato protagonista della qualificazione ai quarti di Champions League 2007-2008 della sua squadra contro il Porto, realizzando diverse parate nei 120' e neutralizzando 2 dei 3 tiri di rigore calciati dai padroni di casa, meritandosi così il titolo di migliore in campo. Nell'agosto 2010, dopo la cessione di Heiko Westermann all'Amburgo, è diventato capitano dello Schalke 04. La stagione 2010-2011, nonostante un saldo negativo in fatto di reti subite (63 reti subite in 53 partite giocate), è stata molto positiva per lui: sebbene lo Schalke 04 si sia classificato al 14º posto in campionato, è arrivato sino alle semifinali di Champions League, dove è stato eliminato dal Manchester United, vincente per 2-0 a Gelsenkirchen (partita in cui Neuer è stato autore, nonostante la sconfitta, di un'ottima prestazione) e per 4-1 a Manchester. Inoltre ha vinto il suo secondo trofeo con la maglia dello Schalke 04, la Coppa di Germania, battendo in finale il Duisburg per 5-0.
Il 1º giugno 2011 Neuer è stato acquistato per 30 milioni di euro dal Bayern Monaco, con cui ha sottoscritto un contratto di 5 anni. Questo trasferimento ha provocato malumore tra alcuni tifosi dello Schalke, che hanno simulato l'impiccagione di un manichino a suo nome con la maglia del Bayern. Al tempo stesso alcuni tifosi del Bayern, che già lo osteggiavano in precedenza, hanno intimato a Neuer il rispetto di una serie di regole fra cui il divieto di cantare l'inno del Bayern, di baciare la maglia e di avvicinarsi alla curva sud dell'Allianz Arena. Ha esordito con il Bayern il 1º agosto 2011 nella partita valida per il primo turno della Coppa di Germania 2011-2012 vinta per 3-0 in casa dell'Eintracht Braunschweig. Dopo il gol subito nella prima gara della Bundesliga 2011-2012 contro il Borussia Mönchengladbach, Neuer ha mantenuto inviolata la porta dei bavaresi per le successive 12 partite; la sua imbattibilità si è fermata a quota 1.147 minuti, quando, nella gara di Champions League contro il Napoli, il compagno di squadra Badstuber ha realizzato un autogol. In occasione della semifinale di ritorno di Champions League, disputata il 25 aprile 2012 al Bernabéu contro il Real Madrid, Neuer, dopo il 2-1 dei madrileni nei tempi regolamentari e supplementari, ha parato 2 dei 4 tiri di rigore della squadra spagnola (a Cristiano Ronaldo e Kaká, più un altro calciato alto da Sergio Ramos) contribuendo alla qualificazione alla finale della manifestazione. Neuer fronteggia Didier Drogba nel rigore decisivo della finale di Champions League 2011-2012 Durante la finale contro il Chelsea, decisa ai tiri di rigore, Neuer ha respinto un rigore a Mata per poi presentarsi poco dopo sul dischetto realizzando il terzo tiro della propria squadra; ciò non è comunque bastato per aggiudicarsi la coppa in quanto la squadra inglese è riuscita a concludere la serie dei rigori con il punteggio di 4-3. All'inizio della stagione 2012-2013 ha vinto il suo primo trofeo con il Bayern Monaco grazie al successo per 2-1 ottenuto contro il Borussia Dortmund nella Supercoppa di Germania 2012 mentre nel finale della stessa ha vinto anche la Bundesliga con 6 turni d'anticipo rispetto alla fine del torneo (un record per il massimo campionato tedesco) e il 25 maggio 2013 la Champions League in seguito al successo per 2-1 ottenuto a Londra dal Bayern Monaco ancora sulla squadra di Dortmund. Una settimana più tardi ha concluso l'annata conquistando il quarto trofeo stagionale, la Coppa di Germania 2012-2013, ottenuta grazie al successo nella finale di Berlino per 3-2 contro lo Stoccarda. Grazie a questo successo, inoltre, la squadra di Monaco di Baviera è diventata la prima tedesca a ottenere il treble Bundesliga-Coppa di Germania-Champions League.
Il 30 agosto 2013 con il Bayern Monaco ha vinto la Supercoppa UEFA; dopo l'1-1 nei tempi regolamentari e il 2-2 dei supplementari, nel corso dei tiri di rigore Neuer ha parato a Lukaku l'ultimo tentativo del Chelsea, sancendo così la vittoria della propria squadra. Nel corso dell'annata con la squadra bavarese ha conquistato anche altri tre titoli: la Coppa del mondo per club, senza subire gol in entrambe le gare giocate, la Bundesliga, vinta con 7 giornate d'anticipo migliorando così il record stabilito l'anno precedente, e infine la Coppa di Germania battendo in finale il Borussia Dortmund dopo i supplementari. Tra il 30 agosto e il primo novembre 2014 riesce a mantenere la propria porta imbattuta in campionato per 689' (sette giornate consecutive). Il 26 aprile 2015 vince il terzo campionato di fila con il Bayern.

Curiosità


Legge Budweiser
Dopo numerosi decessi negli stadi di calcio, nel 2003, il governo brasiliano ha approvato una legge che vieta la vendita di alcol negli stadi. La FIFA ha, tuttavia, chiesto al governo di consentire la vendita di alcol durante la Coppa del Mondo del 2014, poiché Budweiser, uno dei principali sponsor della Coppa del Mondo, è la "birra ufficiale della Coppa del Mondo FIFA", e lo è dal 1986. Il governo ha, quindi, approvato una legge che permette la vendita di alcol durante la Coppa del Mondo, soprannominata, da tutti, "legge Budweiser".

Proteste
Prima della cerimonia di apertura della FIFA Confederations Cup 2013, varie manifestazioni hanno avuto luogo al di fuori dell'Estádio Nacional Mané Garrincha, in risposta alla grande quantità di denaro pubblico speso per l'organizzazione della Coppa del Mondo del 2014.
Inoltre, sia il presidente brasiliano, Dilma Rousseff, sia il presidente della FIFA, Sepp Blatter, sono stati fischiati, pesantemente, durante i loro discorsi di apertura. Ulteriori proteste, parte di più ampi disordini e sommosse, hanno avuto luogo nelle altre città ospitanti e avevano come scopo quello di esprimere il malcontento per la gestione finanziaria del governo.
L'ex calciatore brasiliano e, ora, figura politica Romário ha definito il torneo come "il più grande furto della storia", affermando che, secondo lui, il costo reale della manifestazione sarà superiore ai 100.000.000.000 di real (circa 46 miliardi di dollari). Ha anche chiesto un'indagine più approfondita sull'uso improprio di fondi pubblici, che lui identifica come la principale motivazione delle continue proteste. Nelle settimane precedenti la Coppa del Mondo del 2014 ma, anche, nei primi giorni del torneo, nuove proteste hanno avuto luogo in tutto il paese. Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto durante la Confederations Cup, le forze di sicurezza sono riuscite ad evitare che le proteste raggiungessero gli stadi.
Il presidente Rousseff ha ribadito, inoltre, le sue rassicurazioni riguardo alle opere pubbliche realizzate, che avranno, secondo lei, benefici a lungo termine per tutti i brasiliani.

Caxirola
Il 27 settembre 2012 il Ministero dello Sport brasiliano ha annunciato che lo strumento musicale ufficiale della fase finale della 20a edizione del campionato mondiale di calcio è la caxirola, creata dal cantante e percussionista Carlinhos Brown.
A seguito dell'esperienza negativa avuta con le vuvuzelas nel 2010 in Sudafrica, il nuovo strumento è stato progettato per produrre un suono che non rechi disturbo agli atleti, agli arbitri e all'audio delle telecronache, ma, curiosamente, le caxirolas non sono ammesse all'interno degli stadi per motivi di sicurezza, in quanto la loro forma ricorda quella delle bombe a mano e l'impugnatura quella dei tirapugni.[ Infatti, nella prima partita in cui la caxirola è stata data al pubblico, Bahia - Vitoria del 28 aprile 2013, giocata all'Itaipava Arena Fonte Nova, i tifosi della squadra di casa hanno gettato centinaia di strumenti sul campo in segno di protesta per l'1-5 subito dai loro più grandi rivali e concittadini, evento che ha sottolineato la pericolosità dell'oggetto.
Secondo il suo creatore la caxirola riproduce i suoni della natura e del mare senza superare i limiti sonori del fastidio. Brown ha anche affermato che lo sviluppo è stato seguito da dirigenti FIFA e dal politico Aldo Rebelo, con l'aiuto di ingegneri acustici.




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