Mondiale 2010 - Spagna


Il Racconto


Pallone e sangue
Il 10 gennaio 2010 scatta in Angola l'edizione numero 27 della Coppa d'Africa, ultimo grande evento prima dell'appuntamento mondiale in Sud Africa. Due giorni prima un commando del Flec (Fronte liberazione enclave Cabinda) ha attaccato il pullman del Togo che ha appena superato il confine con il Congo. Sotto i colpi di mitra muoiono tre persone. È un evento che torna a sollevare dubbi sulla capacità del Continente Nero di garantire sicurezza in occasione di appuntamenti internazionali, gli stessi dubbi circolati al momento dell'assegnazione della Coppa del Mondo al Sud Africa. Blatter aveva promesso la manifestazione all'Africa, dopo la vittoria per un solo voto della Germania per l'edizione 2006. Il 15 maggio 2004 il Comitato esecutivo della Fifa rigetta la candidatura comune di Libia e Tunisia perché, dopo Corea-Giappone del 2002, non sono più accettate sedi doppie. Tripoli ci prova da sola, ma è respinta, dato che mancano le clausole richieste. A Zurigo, il Sud Africa ottiene la maggioranza assoluta al primo turno con quattordici voti, davanti ai dieci del Marocco. Nessuna preferenza va all'Egitto.

Per Mandela
Johannesburg mette in campo alcune carte vincenti, a cominciare da Nelson Mandela. Il fascino dell'anziano leader della lotta all'apartheid è intatto, il suo carisma non lascia indifferenti. L'economia sudafricana, poi, resta trainante malgrado i problemi che affliggono il continente. Vengono assicurati 950 milioni di euro per gli impianti ed è garantita la costruzione delle infrastrutture che renderanno più agevoli gli spostamenti dei tifosi, nonostante la lontananza dal resto del mondo.
I dubbi accompagnano comunque le tappe di avvicinamento, fino all'ultimo si parla di un'eventuale soluzione alternativa. Si arriva pure a chiedere alla Germania la disponibilità a organizzare il torneo ancora una volta, nel caso in cui il Sud Africa non ce la dovesse fare. Ma non si giunge a tal punto, come dimostra la Confederations Cup del 2009, trasformata nell'anteprima ufficiale di quanto accadrà a livello più ampio un anno dopo. Si gioca in impianti già esistenti ma ristrutturati, come Ellis Park a Johannesburg, Bloemfontein, Rustenburg e Pretoria, mentre gli altri costruiti ex novo procedono, nonostante le cicliche proteste dei lavoratori per i salari ritenuti troppo bassi. E la delinquenza comune, altro grande punto interrogativo, viene mantenuta a livelli fisiologici per una realtà comunque difficile, dove le township e il filo spinato nei quartieri bene evidenziano le differenze ancora esistenti tra maggioranza nera e minoranza bianca, nonostante il cammino intrapreso verso l'integrazione.

Più di 200
Per la prima volta le iscritte alle qualificazioni sfondano quota 200: 204 su 208 federazioni affiliate alla Fifa. Mancano solo Brunei, Filippine, Laos e Bhutan. Quest'ultimo viene ammesso dopo la chiusura dei tempi stabiliti, poi si ritira. Non cambiano gli equilibri nell'assegnazione dei posti. In Asia per la prima volta si qualificano insieme le due Coree. In Sud America, il Brasile vince il girone, mentre l'Argentina, allenata da Maradona, ha la certezza dell'approdo al Mondiale soltanto alla penultima giornata. L'Uruguay, quinto e inizialmente escluso, si rifà eliminando negli spareggi la Costa Rica.
L'Africa guadagna un posto a scapito dell'Europa, in quanto ospita la fase finale e sceglie di utilizzare la Coppa Continentale come torneo di qualificazione. Per questo si verifica la stranezza di vedere coinvolto il Sud Africa, che andrà comunque al Mondiale indipendentemente dal risultato sul campo. Ottengono il pass Camerun, Costa d'Avorio, Ghana, Nigeria e Algeria, dopo uno spareggio contro l'Egitto caratterizzato da forti tensioni dovute alla rivalità non solo sportiva, ma anche politica. In Europa i nuovi campioni continentali della Spagna non sbagliano un passo: dieci vittorie in dieci partite. Altrettanto fa l'Olanda, con otto successi su otto. Impressiona l'Inghilterra guidata da Capello, che conquista nove affermazioni in dieci gare. Passano anche Danimarca, Svizzera, Germania, Serbia e Slovacchia, che guadagna la prima qualificazione a una finale tenendo dietro la Slovenia di due punti.
Negli spareggi tra le migliori seconde classificate Irlanda-Francia provoca infinite polemiche. La squadra di Domenech vince 1-0 in trasferta, ma due settimane dopo, il 28 novembre, viene trafitta dal capitano Robbie Keane alla mezz'ora del primo tempo. La rete per la qualificazione dei francesi arriva solo al 139 del primo supplementare con Gallas, che però sfrutta un assist di Henry frutto di un netto fallo di mano, documentato dalle immagini televisive e ammesso dopo la partita dallo stesso attaccante. L'arbitro, lo svedese Martin Hansson, non si accorge di nulla commettendo uno svarione clamoroso, tuttavia la sua designazione al Mondiale non viene neppure messa in discussione. L'Irlanda chiede la ripetizione della partita, ma il suo ricorso è respinto dalla Fifa. L'opinione pubblica internazionale simpatizza per le vittime di una palese ingiustizia e si fa strada la singolare proposta di ammettere comunque la squadra allenata dall'ultrasettantenne Trapattoni, allargando a trentatré il numero delle Nazionali presenti alle finali. Se ne discute a lungo, ma non se ne fa nulla.

L'Italia riparte da Lippi
L'Italia è tornata al passato dopo l'eliminazione ai quarti nell'Europeo 2008. È durata appena due anni la gestione di Donadoni, proposto dal vicepresidente federale Albertini (suo compagno ai tempi del Milan) ma poco apprezzato dalla critica e incapace di accendere la passione dei tifosi. Gli azzurri sono stati battuti ai rigori dalla Spagna, in una partita affrontata senza due uomini-chiave come Pirlo e Gattuso, squalificati. Solo il successo finale delle Furie Rosse (e quanto faranno dopo) darà la misura della buona qualità di una gestione forse sottovalutata, anche se il gioco della squadra non è mai apparso del tutto convincente.
La Figc richiama Lippi, rimasto fermo dopo il trionfo e l'addio di Berlino 2006. Il ct avvia il 26 giugno 2008 la sua seconda fase accantonando chi aveva ritrovato spazio con Donadoni, come Massimo Ambrosini, Antonio Cassano e Christian Panucci. Conferma volti nuovi quali Fabio Quagliarella, Antonio Di Natale e Giorgio Chiellini, ma dà soprattutto fiducia a molti tra i reduci del Mondiale tedesco: in questo modo ribadisce il valore dato al gruppo, come accaduto in Germania. L'Italia non gioca in modo irresistibile, però centra agevolmente la qualificazione in un girone con la già citata Irlanda e poi con Bulgaria, Cipro, Montenegro e Georgia: sette vittorie, tre pareggi e nessuna sconfitta. Lippi ottiene inoltre la soddisfazione di impadronirsi del record di imbattibilità che apparteneva a Pozzo quando, il 19 novembre 2008, l'1-1 ad Atene contro la Grecia gli consente di salire a trentuno partite consecutive senza sconfitte.
Ma il clima non è più magico, lo stesso Lippi appare meno sereno, con la tendenza a isolare se stesso e la squadra, sottovalutando l'usura di molti azzurri e ignorando le proposte del campionato, come l'emergente Mario Balotelli e lo stesso Cassano. La serie A non è comunque generosa nei suggerimenti: l'Inter di José Mourinho – che centra uno storico Triplete vincendo scudetto, Coppa Italia e Champions League – nella finale di Madrid contro il Bayern Monaco non schiera neppure un italiano titolare. E la Nazionale ne soffre. Non solo: è anche protagonista di una disastrosa Confederations Cup in cui, dopo aver battuto gli Stati Uniti al debutto, viene sconfitta dall'Egitto e travolta dal Brasile. Segnali non tenuti in considerazione e che condurranno al fallimento sudafricano.

Di nuovo in inverno
L'11 giugno il Sud Africa è pronto, sebbene con due incognite da valutare: si torna a giocare d'inverno, come nel 1978 in Argentina (ma è pur sempre un inverno africano…), e le squadre devono fare i conti con l'altura, dai 1214 metri di Pretoria ai 1753 di Johannesburg.
L'organizzazione, però, non presenta intoppi e gli stadi sono operativi. In alcuni casi si rivelano all'avanguardia rispetto a moltissimi impianti europei, come lo spettacolare Moses Mabhida a Durban, sormontato da un enorme arco su cui si muove una funicolare da venticinque posti sempre orizzontale rispetto al panorama: volendo, dal punto più alto ci si può dedicare al bungee-jumping. È uno dei cinque nuovi stadi, insieme con l'altissimo Green Point a Città del Capo, il Nelson Mandela Bay a Port Elizabeth, il Peter Mokaba a Polokwane e il Mbombela a Nelspruit. Le altre città coinvolte, come anticipato, sono Johannesburg (con due impianti: Ellis Park e Soccer City, quest'ultimo nella township di Soweto, il più grande dell'Africa con 91 000 posti), Bloemfontein, Pretoria e Rustenburg. Rispetto alle precedenti edizioni, la Fifa non introduce novità regolamentari. Soprattutto dice “no” ai giudici di porta, già utilizzati in Europa League su input di Michel Platini, diventato nel 2007 presidente Uefa. Senza questo rifiuto si sarebbero forse potuti evitare abbagli clamorosi, come vedremo.

La Francia sciopera
Nel gruppo A il debutto spetta al Sud Africa, che avrebbe la possibilità di regalare una serata indimenticabile ai propri tifosi. Passa in vantaggio contro il Messico con Tshabalala per poi essere raggiunto da Márquez nel finale. Il palo nega, a tempo scaduto, la rete della vittoria a Mphela. La vera protagonista, in negativo, è la Francia. Al centro delle accuse c'è l'ineffabile Domenech, indebolito dalle critiche e dall'annuncio della Federcalcio della sua sostituzione al termine del torneo. Lo 0-0 all'esordio contro l'Uruguay e, soprattutto, la sconfitta con il Messico azzerano le speranze di qualificazione. Nell'intervallo di quest'ultima partita, Domenech chiede ad Anelka di effettuare certi movimenti sul campo e per tutta risposta incassa una serie di insulti riportati in prima pagina sui giornali francesi: dallo 0-0 al 459 si passa al 2-0 finale per i centroamericani, con l'attaccante lasciato nello spogliatoio.
Tra il ct e Anelka i rapporti sono da tempo conflittuali, e non solo per la mancata convocazione nel 2006, risalgono a quando Domenech guidava l'Under 21. Anelka paga con il ritorno a casa: una decisione cui la squadra risponde rifiutandosi di allenarsi per un giorno, con tanto di comunicato di protesta. I Bleus sembrerebbero far fronte comune, ma non è così. Il gruppo è storicamente diviso tra giocatori di colore e non, gli anziani non vedono di buon occhio i giovani, e non ci sono più grandi vecchi come Zidane e Vieira a far da collante nello spogliatoio e da allenatori in campo. La squadra è unita soltanto contro Domenech – che definisce «una pagliacciata» lo sciopero – e contro la stampa. Le tensioni avvelenano il ritiro a Knysna. In patria lo scandalo è enorme, il presidente Nicolas Sarkozy spedisce Roselyne Bachelot, ministro dello Sport, in Sud Africa. Le parole di quest'ultima sono durissime: «Avete sporcato l'immagine della Francia, è un disastro morale». Bachelot ottiene le scuse dei giocatori verso il ct: una tregua di facciata, non di sostanza.
Domenech cambia mezza squadra contro il Sud Africa. La situazione è disperata e a Bloemfontein la Francia completa il crollo. Anzi, sono i padroni di casa a sfiorare l'impresa: il 2-0 li avvicina alla qualificazione, poi la rete di Malouda li riporta a terra. I Bleus tornano a casa al primo turno, come nel 2002. Domenech completa la personale opera in negativo, rifiutandosi di stringere la mano a Parreira a fine gara. Il presidente federale Jean-Pierre Escalettes si dimette.
È un fallimento anche per il Sud Africa: per la prima volta il paese organizzatore non raggiunge gli ottavi. A Parreira, campione del mondo nel 1994 con il Brasile, non è riuscito il miracolo di dare credibilità alla rappresentativa di una nazione la cui massima espressione sportiva è il rugby. Al tecnico brasiliano resta la soddisfazione di avere stabilito un record personale grazie alla sesta presenza a un Mondiale, a coronamento di un'avventura cominciata nel 1982 con il Kuwait. Ma vanno avanti Uruguay e Messico.

Traditi dal pallone
L'Argentina di Maradona domina il gruppo B. Il ct dà una maglia da titolare al genero Sergio Agüero soltanto a qualificazione acquisita, contro la Grecia, battuta 2-0. Nelle due partite precedenti lascia spazio al talento di Messi e alla capacità realizzativa di Higuaín, che lo ripaga con una tripletta nel 4-2 alla Corea del Sud. Gli asiatici beffano la Grecia all'ultima giornata: il 2-2 contro la Nigeria basta infatti per staccare i diretti avversari (sconfitti 2-0) di un punto in classifica.
Il gruppo C ripropone i protagonisti di una storica partita di oltre mezzo secolo prima. Nel 1950 l'orgoglio inglese fu trafitto al debutto mondiale da una sconfitta contro gli Stati Uniti. Il 12 giugno le due squadre sono di nuovo di fronte a Rustenburg. Tutto facile per gli uomini di Capello, in vantaggio dopo tre minuti con Gerrard, nuovo capitano dell'Inghilterra dopo che la fascia è stata tolta a John Terry per il suo presunto razzismo e per le storie extraconiugali (ha tradito la moglie con Vanessa Perroncel, ex fidanzata di Wayne Bridge, compagno al Chelsea e in Nazionale e per di più suo testimone di nozze...). Ma l'Inghilterra non ha fatto i conti con il portiere, ruolo da sempre in cerca di un serio interprete. Al titolare David James, esperto ma conosciuto in patria come “Calamity James” per i frequenti errori, Capello preferisce Robert Green. La fiducia non è però ripagata: il numero 1 del West Ham è autore di un goffo intervento su un sinistro senza pretese di Dempsey dai 20 metri. Il portiere si lascia sfuggire la palla di mano per l'1-1. Immediato il gioco di parole: “Hand of Clod” (la mano dello stupido), a ricordare la celebre “Hand of God” di maradoniana memoria. La colpa non è tutta di Green: c'entra anche Jabulani, il pallone progettato per l'evento e criticato unanimemente per le caratteristiche che confondono i portieri e non aiutano nel controllo gli stessi giocatori. «Un oggetto da supermercato», lo bolla Júlio César, numero uno del Brasile.
Dopo aver rischiato la sconfitta (per una traversa di Altidore nella ripresa), l'Inghilterra piazza James tra i pali, ma si fa imporre lo 0-0 dall'Algeria. Capello è in grande difficoltà, e non solo per le critiche. Deve giocarsi tutto con la Slovenia, che ha due punti in più per la vittoria (1-0) sull'Algeria e il pareggio (2-2) con gli Stati Uniti. L'Inghilterra la supera in classifica vincendo con una rete di Defoe e per gli uomini di Matjaz Kek la delusione è doppia: gli Usa battono i nordafricani con Donovan al 919 e accedono agli ottavi assieme agli inglesi.

Melting pot
L'incrocio più curioso si verifica nel gruppo D, all'ultima giornata. Di fronte Germania e Ghana. La squadra tedesca ora allenata da Joachim Löw, che ha preso il posto di Klinsmann dopo il Mondiale 2006, è uno straordinario esempio di melting-pot. Ai già noti polacchi Klose e Podolski, si aggiunge Piotr Trochowski, nato a Tchzew. Poi ci sono il nigeriano Dennis Aogo, il tunisino Sami Khedira, il brasiliano Cacau, il bosniaco Marko Marin, lo spagnolo Mario Gómez, i turchi Mesut Özil e Serdar Taºçi. Chiude Jérôme Boateng, di padre ghanese e madre tedesca che, il 23 giugno a Johannesburg, incrocia il fratello maggiore Kevin-Prince, il quale ha scelto la Nazionale di origine paterna.
La partita è decisiva per entrambi. La Germania ha entusiasmato il pubblico all'esordio contro l'Australia, travolta 4-0, ma poi si è fatta battere dalla Serbia, complici l'espulsione di Klose alla mezz'ora e il rigore fallito da Podolski nella ripresa. Meglio è andato il Ghana, vicecampione continentale e arricchito dai talenti che hanno vinto il Mondiale Under 20 nel 2009. Dopo aver superato al debutto la Serbia con un rigore di Gyan, ha pareggiato 1-1 contro l'Australia. E proprio quest'ultima risulta decisiva per definire le qualificate, perché batte 2-1 la Serbia impedendole di salire a quota 4, dove sarebbe stata davanti al Ghana per i gol realizzati. La Germania passa come prima classificata sconfiggendo 1-0 gli africani, che vanno agli ottavi grazie alla migliore differenza reti rispetto all'Australia. Più lineare l'andamento del gruppo E. L'Olanda, senza essere travolgente, domina con tre vittorie e ritrova nell'ultimo match Arjen Robben, che il 5 giugno contro l'Ungheria si era procurato un infortunio talmente serio da metterne in dubbio la presenza in Sud Africa. Gli Orange sono fortunati nella prima partita contro la Danimarca, sbloccata da una comica autorete causata dal rimbalzo di una respinta di Simon Poulsen sulla schiena di Agger e vinta 2-0, poi battono di misura il Giappone e il deludente Camerun. L'altra qualificata esce all'ultima giornata dal confronto diretto tra la Danimarca e gli asiatici, che s'impongono con un agevole 3-1.

Mai così in basso
Il sorteggio è stato benevolo con l'Italia: il gruppo F appare il più semplice, con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Ma la squadra azzurra è vecchia anagraficamente e mentalmente: i reduci di Berlino sono solo nove però rappresentano l'ossatura della Nazionale, a cominciare dal capitano Cannavaro, ormai trentaseienne. Gli acciacchi condizionano Buffon e Pirlo. Gattuso non è più neppure titolare nel Milan, Iaquinta e Camoranesi arrivano da una stagione deludente con la Juventus. Eppure Lippi non vuole prescindere da loro, come non prescinde dal blocco bianconero. I primi problemi si intravedono il 14 giugno, nell'esordio a Città del Capo contro il Paraguay. L'Italia fatica, va sotto nel primo tempo, trova il pareggio nella ripresa grazie a De Rossi, perdendo però Buffon per il solito problema alla schiena. Potrebbe essere un passo falso ininfluente, visto che anche Nuova Zelanda e Slovacchia hanno chiuso sull'1-1, ma le contraddizioni emergono tutte contro i poco quotati All Whites (così chiamati in contrapposizione agli All Blacks del rugby). Lippi non cambia gli interpreti, però muta il sistema di gioco: abbandona l'estemporaneo 4-2-3-1 del primo incontro per tornare al collaudato 4-4-2, avanzando Iaquinta al fianco di Gilardino. Eppure dopo sette minuti la Nuova Zelanda è già in vantaggio con un gol di Shane Smeltz, cui replica un rigore di Iaquinta al 299 senza che gli azzurri sappiano operare il sorpasso decisivo.
L'Italia si gioca tutto contro la Slovacchia a Ellis Park il 24 giugno: basterebbe anche un pareggio, in caso di vittoria del Paraguay sulla Nuova Zelanda, ma la squadra affonda. Lippi si affida stavolta al 4-3-3 con Iaquinta centrale offensivo e la coppia Pepe-Di Natale a supporto. Agli azzurri mancano passo e determinazione e sono travolti dagli avversari che vanno in vantaggio con Vittek al 259 e raddoppiano con lo stesso attaccante al 289 del secondo tempo. Lippi, che ha rispolverato Gattuso titolare, tenta nella ripresa la carta Pirlo, al debutto mondiale. L'Italia accorcia le distanze con Di Natale al 369, ma viene “respinta” da Kopúnek che, a un minuto dalla fine, rende inutile la successiva rete di Quagliarella. La squadra capitanata dal “napoletano” Marek Hamšik supera così gli azzurri in classifica e va agli ottavi con il Paraguay. La Nuova Zelanda è fuori, pur essendo l'unica imbattuta dell'intero torneo.
Il fallimento azzurro è senza scusanti: eliminazione al primo turno come nel 1974 e da campioni del mondo in carica. Mai era successo di vedere l'Italia terminare senza una vittoria e all'ultimo posto del girone. Si chiude l'epoca degli eroi di Berlino, si chiude il “Lippi-bis”. Comincia la gestione di Cesare Prandelli, il cui accordo di quattro anni è stato ufficializzato già il 30 maggio 2010.

Processo alla Corea del Nord
Se l'Italia delude le speranze, anche il Brasile non domina gli avversari nel gruppo G come ci si aspetterebbe: troppo speculativa la tattica di Carlos Dunga, in carica dal 2006; stanchi alcuni protagonisti, come Kaká; non all'altezza altri giocatori come Felipe Melo. Lo si capisce il 15 giugno contro la tutt'altro che irresistibile Corea del Nord. I verdeoro sbloccano la partita solo nella ripresa con Maicon ed Elano, e concedono addirittura un gol a una squadra di misero livello tecnico, quasi totalmente autarchica (solo due giocano in Giappone e uno in Russia), sprovveduta a livello organizzativo: la Federazione riesce a registrare nella lista Fifa l'attaccante Kim Myong-Won come portiere...
La Corea del Nord si illude di emulare gli eroi del 1966, ma – come allora – crolla contro il Portogallo, che ha pareggiato 0-0 con la Costa d'Avorio. E il tonfo è ancora più clamoroso visto che a Città del Capo finisce 7-0, con una beffa nella beffa considerato che si tratta della prima partita trasmessa in diretta televisiva in un paese ancora vittima dell'arretrato regime militar-comunista della famiglia Kim. La squadra sa già che cosa la attenderà al rientro: un processo pubblico davanti a studenti e dirigenti, con la disfatta analizzata passaggio dopo passaggio per evidenziare ogni errore. Brasile e Portogallo vanno agli ottavi con un incolore 0-0, che rende inutile la vittoria della Costa d'Avorio contro gli asiatici.
La Spagna appare la favorita del gruppo H. I campioni d'Europa, ora guidati da Vicente Del Bosque – che ha sostituito il trionfatore europeo Luis Aragonés non senza polemiche – si fanno però sorprendere nel debutto a Durban dalla Svizzera, altra squadra “meticcia”: la rete della vittoria è di Gelson Fernandes, nato a Praia, capitale di Capo Verde. Alle Furie Rosse basta poco per rimettersi in corsa, superando 2-0 l'Honduras dei tre fratelli Palacios (Jerry, Wilson e Johnny). Il successo decisivo arriva contro il Cile, vittorioso nelle prime due partite: risolvono il match Villa e Iniesta. Spagnoli e sudamericani vanno avanti grazie all'Honduras, che impone lo 0-0 alla Svizzera e le impedisce di qualificarsi.

Arbitri nella bufera
Gli ottavi segnano una rivoluzione rispetto al 2006: fuori le due finaliste, presenti appena sei europee, avanti tutte le sudamericane e bocciata l'Africa, con l'eccezione del Ghana. Quest'ultimo batte gli Stati Uniti ai supplementari grazie ancora a Gyan, che sigla il 2-1 dopo il vantaggio di Boateng e il pareggio di Donovan su rigore nella ripresa. Nella seconda partita della giornata si registra un altro combattuto 2-1: l'Uruguay piega la determinazione della Corea del Sud con una doppietta di Suárez.
Il giorno successivo passa alla storia per gli orrori arbitrali. Si comincia a Bloemfontein con un classico: Germania-Inghilterra. I tedeschi approfittano delle incertezze difensive della coppia Terry-Upson per andare sul 2-0 in mezz'ora con Klose e Podolski. Gli uomini di Capello tornano in corsa proprio con Matthew Upson al 379, però vengono frenati due minuti dopo dalla grave distrazione della squadra arbitrale guidata da Jorge Larrionda, lo stesso che non aveva visto un netto fallo di mani in area di Tim Cahill in Australia-Serbia. Lampard conclude con forza dalla distanza, la palla sbatte sotto la traversa e cade nettamente al di là della linea, ma l'uruguaiano e il suo assistente Mauricio Espinosa, incredibilmente, non se ne accorgono: è la nemesi tedesca per il gol di Hurst nella finale 1966. Inutili le proteste inglesi. Anzi, nel tentativo di raggiungere il pareggio, la squadra si scopre e viene ulteriormente punita dalla Germania, che chiude sul 4-1 con una doppietta di Müller.
In serata a Soccer City vanno in campo Argentina e Messico. La Nazionale albiceleste appare imbarazzata di fronte alla compattezza avversaria, come quattro anni prima a Lipsia. Il Messico cerca il vantaggio, ma Salcido colpisce una traversa e poi viene punito da Tévez su assist di Messi: una rete da annullare, per chiara posizione di fuorigioco. Tuttavia, l'italiano Rosetti (al suo secondo Mondiale) convalida il gol, confortato dall'assistente Stefano Ayroldi, salvo essere smentito in diretta dai maxischermi dello stadio, che – contrariamente alle direttive Fifa – trasmettono le immagini, evidenziando l'irregolarità. Sale il nervosismo: Higuaín e Tévez colpiscono ancora, al Messico resta la rete di Hernández. Come per Larrionda, il Mondiale di Rosetti si conclude qui. Blatter si scusa per i due sbagli, che scalfiscono le certezze della Fifa: «Sarebbe un controsenso non riaprire alla tecnologia sui gol fantasma», ammette il presidente.
Un altro errore, meno evidente, chiude gli ottavi quando lo spagnolo Villa rimanda a casa il deludente Portogallo, in cui Cristiano Ronaldo resta isolato in avanti per l'atteggiamento ultradifensivo del ct Carlos Queiroz. Il gol è in leggera posizione di fuorigioco. L'Olanda trova una resistenza imprevista contro la Slovacchia, battuta dalle reti di Robben e Sneijder e bloccata dalle parate di Stekelenburg. Nessun problema, invece, per il Brasile contro il Cile (3-0 con gol di Juan, Lúis Fabiano e Robinho), mentre il Paraguay sfrutta ai rigori l'errore decisivo di Komano (traversa) per eliminare il Giappone al termine di una partita noiosa e senza reti.

Mano de Dios, parte seconda
I quarti di finale segnano il crollo del Sud America. Si salva soltanto l'Uruguay, ma più per demeriti del Ghana che per bravura propria. Il momento chiave si registra all'ultimo minuto dei supplementari dopo che i due portieri (l'uruguaiano Fernando Muslera e il ghanese Richard Kingson) hanno contribuito con le loro incertezze alle reti di Muntari e Forlán. Da un angolo per gli africani ha origine una furiosa mischia in area, Suárez con la mano respinge sulla linea il colpo di testa di Adiyiah: rigore ed espulsione. Sul dischetto va Gyan, infallibile contro Serbia, Australia e Stati Uniti. Spiazza il portiere, ma centra la traversa, fallendo l'occasione di portare per la prima volta un'africana in semifinale. Si passa ai rigori, Gyan si presenta per primo e stavolta è preciso. Sbagliano però John Mensah e Adiyiah, mentre Abreu per l'Uruguay rimedia all'errore di Maxi Pereira, realizzando con un cucchiaio alla Panenka. I ghanesi, e non solo loro, accusano Suárez
di comportamento antisportivo e vorrebbero una squalifica che andasse oltre la semplice giornata. Il ct Óscar Tabárez difende il giocatore che, come d'abitudine, fa poco per rendere accettabile il suo comportamento: «La mano di Dio ora è mia», afferma, con riferimento a quanto fece Maradona nel 1986 contro l'Inghilterra.
Con l'Uruguay saluta il Mondiale anche il Brasile, eliminato dall'Olanda pur dopo un buon inizio, con la rete al 109 di Robinho, abile a sfruttare un errore della difesa. Stekelenburg è bravo a negare il 2-0 a Kaká, poi i verdeoro scompaiono di fronte alla concretezza olandese. Il sorpasso avviene per opera di Sneijder, autore di una doppietta, prima su tiro cross leggermente deviato da Felipe Melo e quindi di testa sfruttando – lui, alto 170 centimetri – un rimpallo su angolo. Melo chiude mestamente con un'espulsione al 289 della ripresa, dopo un pestone a Robben: si spegne la luce per il Brasile, protagonista di un torneo decisamente sottotono.
Il 3 luglio si ripete la storia infinita che oppone Germania e Argentina. Dopo le polemiche per la finale persa nel 1990 a Roma, Maradona cerca la rivincita, ma trova la disfatta. Gli uomini di Löw colpiscono subito con Müller, poi attendono un'Argentina che vive unicamente sulle invenzioni dei solisti. Alla Germania basta annullare Messi per rendere inoffensivi Tévez e Higuaín. Nella ripresa i tedeschi dilagano con la doppietta di Klose e il gol di Friedrich. Müller è immarcabile, ma paga l'esuberanza con un'ammonizione che gli fa saltare la semifinale. Per Maradona finisce un'avventura cominciata due anni prima, quando è stato chiamato in panchina pressoché privo di un'esperienza sul campo. Si è cautelato inserendo nello staff Bilardo, suo allenatore al Mondiale vinto nel 1986, però non è bastato per dare un gioco convincente alla squadra. L'Argentina viene schiacciata dal peso mediatico del suo ct, sufficiente appena a nascondere i limiti contro avversarie modeste. La Germania evidenzia l'equivoco in modo inesorabile. La disfatta sudamericana si completa a Ellis Park con il Paraguay. I giocatori di Gerardo Martino hanno il merito di mettere comunque pressione alla Spagna, dopo un primo tempo noioso. Piqué stende Cardozo, ma lo stesso attaccante si fa annullare il rigore da Casillas. Poco dopo Alcaraz atterra Villa e Xabi Alonso realizza il penalty. L'arbitro Carlos Batres però fa ribattere per la presenza di troppi uomini in area: il centrocampista del Real Madrid non cambia angolo, Villar si butta a sinistra e respinge (in verità provoca un altro rigore, travolgendo l'accorrente Fàbregas, ma il direttore di gara guatemalteco non se ne accorge...). Al 389 Villa regala la rete qualificazione, intervenendo dopo un palo di Pedro.

Europee da trasferta
L'esito delle semifinali segna un cambiamento storico: chiunque sia il vincitore, per la prima volta il trofeo andrà a un'europea fuori del suo continente. Il 6 luglio, a Città del Capo, l'Olanda cancella l'ultima presenza sudamericana. L'Uruguay è privo di Suárez, punito per il colpo di mano contro il Ghana, quindi Cavani avanza per affiancare Diego Forlán in attacco. La partita è bella e combattuta. Nel primo tempo lo stesso Forlán replica alla rete iniziale di Van Bronckhorst. Dopo l'intervallo l'Olanda è implacabile come con il Brasile: ancora un gol di Sneijder e poi un terzo di Robben, in tre minuti, indirizzano la gara, rendendo inutile la rete di Maxi Pereira nel recupero.
Il giorno dopo, a Durban, la Germania capisce quanto pesi l'assenza di Müller nella rivincita della finale europea del 2008. Löw sceglie Trochowski, tuttavia il centrocampista dell'Amburgo non ha il talento e la freschezza di chi sostituisce. Alla Spagna basta gestire il gioco e colpire su palla inattiva con un colpo di testa di Puyol al 289 della ripresa. Finisce 1-0, come a Vienna due anni prima: allora era stato decisivo Torres, in Sud Africa finito in panchina per fare posto al dinamismo di Pedro.
Alla Germania resta nuovamente la consolazione del terzo posto. L'Uruguay incassa un altro 3-2 (e colpisce nel finale una traversa con Forlán). Non trova il gol Klose, che si ferma a quota quattordici in tre Mondiali, a una sola distanza dal leader Ronaldo. Müller vince la classifica dei marcatori con cinque reti: tante quante Villa, Sneijder e Forlán, ma il tedesco è premiato per il numero maggiore di assist (3) e il numero minore di minuti giocati (473).

La Finale
Quattordici è il numero dei cartellini gialli che Howard Webb estrae nella finale, l'11 luglio a Johannesburg: è record, dopo i sei di Argentina-Germania Ovest nel 1986. L'arbitro inglese è uno dei più esperti in assoluto: ha già diretto la finale di Champions League, ma deve fare i conti con una partita violenta e cattiva. Pochi sono i momenti in cui gli 85 000 spettatori di Soccer City – in tribuna c'è anche Mandela – si divertono. La serata è scandita dalle entrate dure e dalle sanzioni. C'è un unico espulso, Heitinga per doppia ammonizione, ma altri avrebbero meritato di concludere prima la gara, come Nigel De Jong che riceve soltanto un “giallo” dopo aver colpito in pieno torace Xabi Alonso con un calcio degno di un'arte marziale.
Spagna e Olanda sono entrambe debuttanti in finale, arrivate all'ultimo atto in virtù di un approccio differente di gioco. Del Bosque è sempre stato un grande ammiratore del tiki-taka che il Barcellona ha eletto a sistema dalle giovanili alla prima squadra: una fitta trama di passaggi che stordisce l'avversario, costretto sempre a inseguire palla, fino a quando non offre lo spazio per l'inserimento di un avversario. La tattica è aggressiva, perché chiede di attaccare immediatamente la controparte quando il pallone è perso, però mostra anche limiti, poiché viene abolito il tiro dalla distanza nella ricerca ossessiva dell'uomo meglio smarcato in area: non a caso le reti segnate nel torneo sono appena otto. Una scelta, quella di Del Bosque, favorita dalla presenza nell'undici titolare di sei blaugrana: un 4-2-3-1 in cui davanti al capitano Casillas comandano i catalani Piqué e Puyol, forti fisicamente e abili nel gioco di testa. Il settore è completato a destra da Sergio Ramos, nonostante nel Real Madrid giochi centrale, e da Capdevila a sinistra: più marcatore il primo, più incursore il secondo. Busquets e Xabi Alonso sono gli interdittori di centrocampo, con il madridista quasi regista arretrato. In attacco, dietro a Villa, unica punta, Iniesta e Pedro si incrociano spesso, mentre Xavi resta un insuperabile costruttore di gioco.
Differente la scelta dell'Olanda, in cui – come Maradona – anche il ct Bert van Marwijk ha un genero in campo: Mark van Bommel ha sposato sua figlia Andra. Il sistema di gioco è sempre il 4-2-3-1, ma con la ricerca costante della profondità perché se Sneijder fa da controcanto a Xavi – con maggiori capacità finalizzatrici – il centrocampo è assolutamente di rottura, con due mediani di pura fisicità come De Jong e il già citato Van Bommel, a copertura di una difesa in cui Mathijsen e Heitinga non sono fenomeni, ma appaiono affiatati, mentre Van der Wiel a destra e Van Bronckohrst a sinistra spingono sulle fasce. Gli Orange danno il meglio dalla trequarti in su, grazie al tridente formato da Kuyt, Sneijder e Robben. Soprattutto quest'ultimo è in grado di fare la differenza: accelerazione, fisico e tecnica lo rendono imprendibile palla al piede. Il problema sono i continui guai muscolari che lo affliggono, non ultimo quello immediatamente precedente il Mondiale. L'unico punto debole è il centravanti, Robin van Persie: implacabile in Premier League con l'Arsenal, evanescente in Nazionale. Al Mondiale segna solo una rete contro il Camerun, a qualificazione ottenuta.
La finale si rivela estremamente fisica: gli uomini di maggiore tecnica finiscono per scomparire o difettare in lucidità, come succede a Robben al 179 del secondo tempo, tutto solo davanti a Casillas. Il portiere salva con una parata in controtempo con la gamba destra. Lo imita Stekelenburg, attento ad annullare le conclusioni di Sergio Ramos di testa su angolo e di Villa in area. Ai supplementari la Spagna appare più fresca e attacca con continuità, favorita anche dall'espulsione di Heitinga al 1099 per aver fermato Iniesta al limite dell'area. Proprio il blaugrana risolve il match a quattro minuti dalla fine, liberato in area da Fàbregas, subentrato a Sergio Ramos per dare un atteggiamento più offensivo alla squadra. Gli olandesi si arrabbiano invano per un errore precedente di Webb, che non si accorge di una deviazione della barriera su punizione di Sneijder e non concede l'angolo. L'Olanda cade per la terza volta sul più bello, come nel 1974 e nel 1978. Il trionfo della Spagna regala attimi di commozione quando, dopo il gol, Iniesta solleva la maglietta e mostra una t-shirt sulla quale ha scritto con un pennarello «Dani Jarque siempre con nosotros». È il suo modo per ricordare il capitano dell'Espanyol, morto per un infarto l'8 agosto 2009 mentre si trovava in ritiro con la squadra a Coverciano. Li legava un'amicizia straordinaria. E quando Iniesta sale sul tetto del mondo, non vuole farlo da solo.

I Protagonisti


Il CT: Vicente del Bosque (Spagna)
(Salamanca, 23 dicembre 1950)
Del Bosque era un buon centrocampista difensivo che giocò 441 partite nella Liga segnando 30 gol. Militò nel Castilla, Castellón, Córdoba e Real Madrid. Ha al suo attivo 18 presenze nella Nazionale spagnola e ha partecipato al Campionato europeo di calcio 1980. Da giocatore ha vinto cinque scudetti e quattro Coppe del Re con il Real Madrid. Con le merengues perse la Coppa dei Campioni 1980-1981.
Cominciò la carriera da allenatore con le giovanili del Real Madrid dal 1985 al 1987. Fino al 1992 allenò il Real Madrid B. Fu l'allenatore della prima squadra dall'8 marzo 1994 al 30 giugno 1994, dopo l'esonero del tecnico Benito Floro. Qui ebbe come assistente un Rafael Benitez alle prime armi. Il 21 gennaio 1996 venne chiamato ad allenare la prima squadra, dopo l'esonero di Jorge Valdano. Il 24 gennaio viene sostituito da Arsenio Iglesias. Il 17 novembre 1999, dopo l'esonero di John Toshack, venne nuovamente chiamato ad allenare la prima squadra in crisi di risultati e, in un primo momento, si pensava che dovesse ancora svolgere il ruolo di traghettatore; a fine stagione arrivò la vittoria in Champions League nel 1999-2000 e il 5º posto in campionato, venendo confermato anche per la stagione successiva. Da allora vinse due campionati spagnoli nel 2000-2001 e 2002-2003, una Supercoppa di Spagna nel 2001, una Champions League nel 2001-2002, una Coppa Intercontinentale nel 2002 e una Supercoppa europeasempre nel 2002. Nel giugno 2003, all'indomani della vittoria del campionato, il presidente Florentino Pérez decise clamorosamente di non confermarlo alla guida della squadra per non esser riuscito a rivincere la Champions League. L' 8 giugno 2004 del Bosque venne ingaggiato dal Beºiktaº, il 27 gennaio 2005 viene esonerato. Dal 23 giugno 2007 al 30 giugno 2008 è direttore sportivo del Cádiz.
Il 16 luglio 2008 la Federazione spagnola di calcio ufficializza del Bosque come nuovo CT della Nazionale spagnola, vincitrice dell'ultimo Europeo. Nel giugno 2009ottiene il terzo posto nella Confederations Cup. L'11 luglio 2010 conquista il Mondiale grazie alla vittoria ai supplementari per 1-0 contro i Paesi Bassi. Il 1º luglio 2012 conquista anche l'Europeo battendo in finale l'Italia per 4-0. Il 18 giugno 2014, a seguito della sconfitta per 2-0 della Spagna contro il Cile, è eliminato dalla Coppa del mondo 2014, in Brasile al primo turno. Il 27 giugno 2016, dopo aver superato il primo turno, la Spagna è eliminata dall'Italia (sconfitta 2-0) negli ottavi di finale di Euro 2016, e Del Bosque annuncia di non voler rinnovare il suo contratto. Il 4 luglio seguente la Federcalcio spagnola ufficializza l'interruzione del rapporto.

Il Capocannoniere: Thomas Müller (Germania) - 5 reti
(Weilheim,13 settembre 1989)
Müller inizia a giocare a calcio nel settore giovanile del TSV Pähl; passa nel 2000 a quello del Bayern Monaco, dove viene inserito nella rosa della formazione D-Jugend. Non ha mai giocato a calcio in strada. Nel 2007, con la A-Jugend diventa vicecampione tedesco, realizzando 18 reti in 26 partite. Nella stagione 2007-2008 fa le sue prime apparizioni nel Bayern Monaco II, seconda squadra del club bavarese, disputando 3 gare e realizzando un gol in Regionalliga. Debutta da professionista in 3. Liga il 27 luglio 2008, alla prima giornata di campionato, nella vittoria interna per 2-1 contro l'Union Berlino, segnando anche il suo primo gol Due settimane dopo, il 15 agosto 2008, esordisce anche in Bundesliga, nella prima squadra, rilevando Miroslav Klose all'80º minuto della prima giornata di campionato contro l'Amburgo. Durante la stagione, ha modo di marcare una presenza anche in Champions League, il 10 marzo 2009, entrando al 72º minuto dell'ottavo di finale contro lo Sporting Lisbona ed entrando nel tabellino marcatori, realizzando il 7-1 finale al novantesimo minuto. Conclude la stagione con 4 presenze da subentrante in massima serie. Nel febbraio 2009, firma un contratto professionistico con validità a partire dall'inizio della stagione 2009-10 e con scadenza nel 2011. Riesce ad ottenere un posto stabile in prima squadra in seguito agli infortuni di Luca Toni, Miroslav Klose e Franck Ribéry.
Il 12 settembre 2009, durante la quinta giornata di Bundesliga, realizza la sua prima doppietta in massima serie nella vittoria esterna per 5-1 contro il Borussia Dortmund. Tre giorni dopo debutta da titolare in Champions League contro gli israeliani del Maccabi Haifa, realizzando anche in quel caso due reti. A fine 2009 il suo contratto viene prolungato al 2013. Il 1º maggio 2010, alla penultima giornata di campionato, realizza la prima tripletta in campionato nella vittoria per 3-1 sul VfL Bochum, che fa da preludio al titolo nazionale vinto la giornata seguente. Insieme alla Meisterschale, il Bayern conquista anche la Coppa di Germania e raggiunge la finale di Champions League, dove deve arrendersi all'Inter. Müller è protagonista di tutte queste competizioni, chiudendo la stagione con 52 presenze totali e 19 reti. Il 6 agosto 2010, a seguito delle buone prestazioni della stagione precedente, firma il rinnovo contrattuale fino al 2015. Il 7 agosto si aggiudica la Supercoppa di Germania, realizzando anche un gol contro lo Schalke 04 (2-0). Nella prima giornata di campionato arriva il primo gol nella sfida vinta per 2-1 contro il Wolfsburg. Nella partita contro il Francoforte del 27 novembre va a segno nella partita vinta per 4-1. Il 26 gennaio nella sfida di Coppa di Germania realizza una doppietta, sfida vinta per 4-0 contro Alemannia Aachen. Il 12 marzo contro l'Amburgo contribuisce alla vittoria del 6-0 con un gol. Negli ottavi di finale contro l'Inter segna il gol del 2-1, partita però che finirà con la vittoria dei nerazzurri per 3-2, che si qualificano ai quarti di finale. La stagione termina con i bavaresi al terzo posto e con l'esonero di Louis Van Gaal; Muller realizza 12 gol in 34 partite di campionato e 3 gol in 8 partite di Champions League.
Nella prima partita ufficiale della stagione, in Coppa di Germania, realizza la sua prima rete stagionale, nella fattispecie quella del 3-0 contro l'Eintracht Braunschweig giocata il primo agosto. La sua prima rete in campionato arriva nella vittoria esterna per 2-0 sullo Schalke, il 18 settembre, e sette giorni dopo realizza il secondo, nella partita interna vinta per 3-0 sul Bayer Leverkusen. Il 13 marzo mette a segno il suo primo gol stagionale in Champions League, nella partita di ritorno degli ottavi di finale vinta per 7-0 contro il Basilea. Il 31 marzo, gioca la sua centesima partita in Bundesliga, nella fattispecie contro il Norimberga in esterna; il Bayern si è imposto per 1-0. Il 19 maggio segna di testa il gol del provvisorio 1 a 0 nella finale della Champions League persa contro il Chelsea per 4-3 ai calci di rigore. Muller conclude la stagione con 53 presenze ed 11 gol totali.
La stagione successiva è trionfale per Müller e per il club bavarese. Il 6 aprile 2013 Müller vince la sua seconda Bundesliga (il ventitreesimo titolo dei bavaresi) con sei giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato. Il 25 maggio 2013 vince per la prima volta la Champions League, grazie alla vittoria per 2-1 nella finale contro il Borussia Dortmund. Il 1º giugno 2013 vince anche la sua seconda Coppa di Germania, andando anche in goal nella finale, ottenendo il treble con la compagine bavarese.
La stagione 2013-2014 si apre con la vittoria il 30 agosto 2013 della Supercoppa UEFA, ottenuta sconfiggendo ai rigori in finale la compagine londinese del Chelsea, dopo che i tempi supplementari si erano conclusi sul 2-2. Nel corso dell'annata la squadra bavarese conquista altri tre titoli, la Coppa del mondo per club, la Bundesliga e la Coppa di Germania. Il 26 aprile 2015 vince il terzo campionato di fila con il Bayern, il quarto della sua carriera.

La stella: Andrés Iniesta (Spagna)
(Fuentealbilla, 11 maggio 1984)
La carriera di Iniesta inizia nel 1992 all'età di 8 anni quando i genitori decidono di iscriverlo all'Albacete Balompié, squadra del capoluogo di provincia della propria città. Nel 1996 all'età di 12 anni mentre è in scena il torneo infantil de Brunete, la sua prestazione attira l'attenzione di molti club spagnoli tra questi il Futbol Club di Barcellona, sua futura squadra. La famiglia pur lasciando in lacrime il proprio figlio fa uno sforzo decidendo così di trasferire il piccolo Andrés alla Masia Catalana. Dopo aver giocato per due stagioni nel Barcellona B, esordisce a 18 anni con la prima squadra il 29 ottobre 2002 in Champions League contro il Club Brugge.
Nella stagione 2003-2004 colleziona 11 presenze e una rete in Primera División. A partire dalla stagione successiva Rijkaard comincia ad impiegarlo con maggiore continuità, tanto da disputare 37 delle 38 partite di campionato, con 2 gol segnati, e risultando così il calciatore più presente della squadra. Nella stagione successiva, con l'infortunio di Xavi, diventa definitivamente titolare, affermandosi come uno dei migliori centrocampisti centrali del panorama mondiale e contribuendo ai successi nazionali e internazionali del Barcellona. Nella stagione 2006-2007 mette a referto 9 reti stagionali, di cui 6 in campionato e 2 in Champions League. Nell'estate 2007 ci sono state voci di un suo passaggio ai rivali del Real Madrid, ma il calciatore cresciuto nei blaugrana ha sempre ripetuto che non aveva alcuna intenzione di trasferirsi nella capitale. Il 25 gennaio 2008 prolunga il suo contratto fino al 2014 con una clausola di rescissione di 160 milioni di €.
Nella stagione 2008-2009, quella del primo triplete, sigla 4 reti in 26 partite di campionato e risulta decisivo nella semifinale di ritorno di Champions League, quando a Stamford Bridge con il Chelsea realizza all'ultimo minuto di recupero il gol decisivo per il passaggio in finale. I catalani trionfano 2-0 e si laureano campioni d'Europa, Iniesta realizza l'assist per il gol del vantaggio di Samuel Eto'o. A fine partita Wayne Rooney definisce Iniesta "Il miglior giocatore al mondo", mentre al termine del campionato viene eletto calciatore spagnolo dell'anno. Il 27 novembre 2009 prolunga il suo contratto fino al 2015, la clausola di rescissione del contratto aumenta a 200 milioni di €. Si classifica quarto nella classifica del Pallone d'oro 2009 e quinto in quella del FIFA World Player 2009. Nella stagione 2009-2010, nonostante diversi infortuni, disputa 29 partite di campionato realizzando un gol, al Saragozza. Il 6 aprile 2011 durante la partita di andata dei quarti di finale di Champions League, disputata contro gli ucraini dello Shakhtar Donetsk e vinta per 5-1, disputa un'ottima partita realizzando il gol che apre le marcature, a fine partita viene eletto miglior giocatore in campo. Il 3 maggio 2011 nella semifinale di ritorno di Champions contro il Real Madrid si rende protagonista confezionando l'assist per il momentaneo 1-0 di Pedro; la partita finirà in pareggio (1-1) e con il passaggio in finale del Barcellona. Nella finale di Champions League disputata il 29 maggio 2011 a Wembley gioca da titolare la partita e si aggiudica con il risultato di 3-1 ai danni del Manchester United la sua terza champions league. Il 17 agosto 2011 nella partita di ritorno di Supercoppa contro il Real Madrid sblocca il risultato scavalcando il portiere con un preciso pallonetto, la partita finisce 3-2 per i blaugrana, questo risultato consente ai catalani di vincere la coppa (decimo titolo per il Barcellona).
Durante la prima partita del girone della Champions League 2012 giocata contro il Milan, ha dovuto lasciare il campo prematuramente a causa di un infortunio alla schiena; viene sostituito al 38º minuto del primo tempo con il connazionale Fàbregas, la partita finisce 2-2. Il 18 dicembre conquista il suo secondo mondiale per club battendo in finale per 4 a 0 il Santos. Il 17 maggio 2015, grazie alla vittoria esterna contro l'Atlético Madrid, conquista il suo settimo campionato spagnolo con i colori blaugrana. Il 30 maggio vince la sua terza Coppa del Re, grazie al 3-1 contro l'Athletic Bilbao. Il 6 giugno 2015 conquista la sua quarta Champions League grazie alla vittoria 3-1 in finale sulla Juventus.

Curiosità


Il Sogno di Maradona
Il Mondiale 2010 in Sudafrica è sin qui l'unico nella carriera di allenatore di Diego Armando Maradona. Nel corso della rassegna iridata i metodi d'allenamento del ct dell'Argentina fecero molto discutere: in particolare fu la convocazione del difensore Ariel Garcé a destare scalpore. Secondo una ricostruzione mai confermata dai protagonisti, Maradona convocò il 30enne difensore del Colon (solo 4 presenze sino ad allora con l'Albiceleste) perché una notte sognò la Seleccion che alzava la Coppa del mondo e l'unica faccia che riuscì a distinguere fu proprio quella di Garcé. Per chiamare lui lasciò a casa Javier Zanetti, reduce dalla strepitosa stagione del Triplete con l'Inter. Visto il clamoroso 4-0 che l'Argentina rimediò nei quarti contro la Germania, forse sarebbe stato meglio evitare…

Le partite a suon di vuvuzela
La vuvuzela è oramai conosciuta in tutto il mondo anche grazie ai mondiali 2010 in Sudafrica. Questo particolare strumento è una tromba da stadio, diventata un vero e proprio simbolo calcistico per queste zone. L'origine del nome potrebbe essere legata al suono che somiglia ad uno sciame d'api. Questo “ronzio” è comunque ininterrotto e dagli stessi giocatori è ritenuto insopportabile. In termini pratici, la vuvuzela può arrivare fino a 127 decibel (la soglia del dolore è di 140 decibel). Lo stesso Blatter ha detto no al divieto di questo strumento, perché rappresenta un'usanza dei tifosi di quel Paese.

Polpo Paul: il profeta dei Mondiali
La fama mondiale dell'animale è giunta in occasione del Mondiale sudafricano del 2010 in cui ha indovinato l'esito di tutte le sette partite della nazionale tedesca. Infatti ha predetto le vittorie dei tedeschi contro Australia, Ghana, Inghilterra, Argentina e Uruguay, così come le sue sconfitte contro Serbia e Spagna. Per la prima volta è stato chiesto a Paul anche l'esito di una partita che non riguarda la nazionale tedesca, ovvero la finale del mondiale tra Paesi Bassi e Spagna: Paul si è espresso per la Spagna e anche in quest'ultimo caso ha avuto ragione, indovinando l'ottavo risultato su otto nel mondiale. Le previsioni del polpo si sono rivelate corrette al 100% per i mondiali del 2010. Le previsioni esatte del polpo Paul dei campionati europei (4/6) erano state del 67%. È stato citato anche da un secondo capo di governo, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, come esempio delle superstizioni dell'Occidente.
A mondiale concluso, i suoi proprietari e la direzione dell'acquario hanno annunciato che non si sarebbero più formulate "previsioni" da parte dell'animale, sancendo di fatto il "pensionamento" di Paul. Il quotidiano tedesco Handelsblatt gli ha dedicato anche un editoriale dal titolo "Trionfo per il polpo".




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