Mondiale 2006 - Italia


Il Racconto


La nuova visione del mondo
Esatti, efficienti, potenti. Dunque tedeschi. Doveva ancora passare un anno e loro erano già pronti, ansiosi di fischiare l'inizio, dimostrare al mondo che la riunificazione voluta e sofferta, al di là della crisi economica e quella d'identità che ne hanno rallentato la rinascita, li aveva resi ancora più grandi ed infallibili nella ricerca del dettaglio, della sottigliezza e della sfumatura. Germania 2006, nasce ufficialmente, sotto l'era Schroeder, alle 14.07 del 6 luglio 2000 quando l'ardore organizzativo del Sudafrica (successivamente risarcito) venne scongiurato per un solo voto (12-11) grazie all'indulgenza di un membro della federazione dell'Oceania che promise e poi fu invitato a non mantenere, il suo appoggio al continente nero. Grande manovratore fu kaiser Franz Beckenbauer, Herr mondiale per eccellenza: uno che la Coppa del Mondo la vinse da giocatore, allenatore e poi da promotore e organizzatore. Beckenbauer ha pensato a tutto, e tutto ha gestito prendendo il mappamondo e lanciandolo in aria: ha fatto costruire stadi futuristi da fare invidia agli americani che fanno dello stupire un culto, raccolto l'interesse di quindici sponsor, sei fornitori ufficiali, trecento aziende con licenze commerciali, ceduto diritti tv per 970 milioni di euro, centotrenta in più rispetto al mondiale nippocoreano, coinvolto 15 mila volontari, messo in vendita tre milioni e mezzo circa di biglietti per un introito di 200 milioni di euro (170 circa li ha spesi la Fifa per pagare i premi), circa 2/3 dell'incasso totale (430 milioni di franchi svizzeri). I tedeschi hanno fatto e pensato a tutto, dai maxischermi da allestire nelle piazze alle case-bordello a prezzi modici per tutte le tasche dei clienti-tifosi, come a volere dimostrare che la realtà è sempre migliore degli umori della gente e delle difficoltà incontrate nella complessa coesione tra cittadini dell'est e dell'ovest e che pregiudizi e preconcetti vanno sbriciolati. Per la prima volta con Germania II, "parte seconda", quella che dopo l'edizione del '74 ha avuto un'altra storia da raccontare (iniziando dal dopo-Kohl), si è partiti per un Mondiale con largo anticipo, senza quelle apprensioni d organizzazione e di allestimento che hanno quasi sempre caratterizzato le vigilie dei grandi eventi. Per non farsi mancare nulla si è offerto onore in nome dell'unità anche all'ex Germania est, presente nella stesura del capolavoro organizzativo con Lipsia, unico sito della ex Ddr fra i dodici del Mondiale e cuore sportivo della nazione, come avveniva prima della guerra e della separazione, e sede della cerimonia del sorteggio (con 320 milioni telespettatori e 160 paesi collegati).
Questa edizione calcisticamente evoluta a dieci anni e mezzo dalla legge Bosman che cancellò frontiere e indennizzi, è stata la prima più globalizzata della storia, per partecipazioni e nel contempo numero di continenti rappresentati. Dopo due tentativi falliti l'estensione a 32 squadre ha permesso la partecipazione di cinque continenti con l'Oceania che ha trovato il modo di mettere il suo quinto cerchio per merito dell'Australia, che negli spareggi ha eliminato quella vecchia gloria mundial chiamata Uruguay. Dunque l'occhiata politica ed ideologica che è stata data a questo Mondiale tedesco ha un legame a doppio filo con l'idea di assemblaggio, riunificazione e percorso parallelo della nuova Germania: ha ospitato nazioni al debutto figlie della disgregazione post-muro (Repubblica Ceca, Ucraina, Serbia Montenegro), offerto spunti extracalcistici (l'Iran antisemita che pochi mesi prima del fischio a inizio provocò la Ue invitandola a deportare Israele in Germania), lanciato una nuova Africa (quattro su cinque al debutto), offerto per abile sorteggio coabitazioni fascinose e simboliche (l'Angola senza guerra civile da soli quattro anni che incontra gli ex colonizzatori portoghesi, i tedeschi che incrociano gli scarpini con i polacchi per dare un'ultima retorica spallata all'Olocausto, i musulmani tunisini contro quelli dell'Arabia Saudita).
Rispetto a Giappone-Corea 2002 sono 12 le squadre rimaste a casa (quasi un terzo) e la regina d'Europa in carica, la Grecia, non ha trovato posto neanche per giocarsi uno straccio di spareggio. Non c'è la Turchia terza al mondiale condannata dalla Svizzera, in compenso riprende vita l'Olanda del "cigno" Marco Van Basten (che parte bene per poi dissolversi al momento della verità) e con lui tutta la scuola "orange" che premia altri tre tecnici alla fase finale a dimostrazione di come il calcio totale che stregò l'edizione del '74, quando sente aria di Germania, sa farsi valere: Leo Beenhakker ha regalato un'emozione mondiale a Trinidad&Tobago arrivata a destinazione dopo un tour de force eliminatorio di 20 incontri (un record), Dick Advocaat ha guidato senza troppa fortuna la Corea del Sud che fu di Guus Hiddink abile stavolta a fare felice l'Australia portandola dove mai prima, a quella seconda fase dove incrociò i bulloni dell'Italia contro la quale sfioro l'impresa.

L'Italia che non ti aspetti
Ed è qui che si incrocia la storia, o meglio la favola azzurra della squadra di Marcello Lippi. La rivincita su Hiddink - proprio il guru che alla guida dei sudcoreani con un golden gol eliminò l'Italia di Trapattoni ai mondiali del 2002 - fu il trampolino per la gloria italica e il primo segnale del destino che offrì in sequenza rocamboleschi quanto autentici corsi e ricorsi storici: il successo in semifinale contro gli storici rivali della Germania battuti ai supplementari come nel '70; la vittoria sui francesi ai rigori che sempre ci avevano penalizzato e che stavolta si bruciano la Coppa con Trezeguet, l'uomo che nel 2000 cancellò il sogno europeo dell'Italia di Zoff e che in finale fu l'unico a sbagliare dagli 11 metri; e poi il trionfo a Berlino, nello stesso stadio dove 70 anni prima aveva trionfato alle Olimpiadi l'Italia di Vittorio Pozzo, a metà strada tra le vittorie mondiali del '34 e del '38. Ma soprattutto, come nel 1982, quando la credibilità è ai minimi e le macchie difficili da pulire, si è riprodotta quella strana e perversa condizione per la quale liberarsi dalla psicosi della catastrofe è possibile se si fa gruppo, si accantonano le rivalità interne e si spinge tutti insieme, nella stessa direzione. L'invito a rinunciare ad una pericolosa sovraesposizione dialettica per cementare la squadra ed evitare primedonne e il comportamento di un ct abile a tenere la scena più dei giocatori, furono fin da subito i segnali che qualcosa di magico stava per accadere.

Uno slalom tra riscatti e ricorsi storici
Il calcio è psicologia applicata alla tattica. Bisogna pensare con i piedi ma è il cervello che guida, motiva, stimola. Così accade che il Mondiale del 2006 se lo aggiudichi la squadra più sofferente, sconvolta neanche un mese prima dallo scandalo di Calciopoli che aveva persino messo in dubbio anche la sua stessa partecipazione. Fu il presidente della Fifa Joseph Blatter, in una intervista a poche settimane dal torneo, a confessare che fosse stato per lui l'Italia non avrebbe meritato di prendere posto tra le 32 squadre perché protagonista "del più grande scandalo che la storia mondiale del calcio ricordi". Fu proprio quella affermazione, le cronache giudiziarie quotidiane che facevano affiorare collusioni tra arbitri e dirigenti, federazione e presidenti di società, procuratori sportivi e giornalisti, a fare scattare la molla della resurrezione. Il trionfo inatteso dell'Italia di Lippi - arrivato pochi giorni prima delle sentenze di primo grado legato al processo sulle intercettazioni telefoniche - è il simbolo di un riscatto collettivo, la rivincita di una generazione. Arrivati in Germania con la coscienza sporcata dalle manipolazioni di palazzo, ora quei ragazzi sono usciti da Berlino e dalle porte di Brandeburgo restituendo quell'intimità nazionale che sembrava perduta, travolta fino ad un mese prima dal disincanto e dalla puzza di marcio. Abbattuta l'anarchia da spogliatoio tutto è sembrato più semplice.
L'Italia, reduce da due amichevoli pre-mondiali poco esaltanti con la Svizzera (1-1 a Ginevra come nel 1982, altro ricorso storico) e l'Ucraina e da una euforia ai minimi storici (il partito degli agnostici dopo Moggiopoli raccolse subito proseliti), esordisce bene con il successo sul Ghana, l'avversario più difficile del girone che si qualificherà insieme con gli azzurri. Ma a smorzare gli entusiasmi ci pensano gli Stati Uniti che impongono il pareggio e una rivalutazione al ribasso della qualità del gioco azzurro più bassa e contrassegnato dall'espulsione di De Rossi per una gomitata a McBride. Decisiva la gara contro la Repubblica Ceca: la classifica imponi una vittoria per la garanzia del primo posto del girone e Lippi analizzate la composizione del tabellone degli ottavi e dei quarti di finale annuncia "Battiamo i cechi e vedrete che davanti avremo una autostrada verso la finale". Così sarà. Materazzi e Inzaghi firmano il lasciapassare.
La Germania dell'"americano"Jurgen Klinsmann (interpretò il ruolo del ct "virtuale" plasmando la squadra al computer, a 9.800 chilometri di distanza, al sole californiano di Newport Beach) intanto non sbaglia un colpo e vola agli ottavi a punteggio pieno. L'esordio del Mondiale contro il Costa Rica a Monaco di Baviera è una festival del gol. Davanti a 66 mila spettatori Phillip Lahm firma al 6' il primo gol del torneo celebrato con urta inaugurazione sobria ma dai risvolti polemici: alla sfilata degli ex campioni del mondo (per l'Italia Antognoni, Dossena, Selvaggi e Bergomi) voluta dal deus ex machina Beckenbauer, Maradona fa uno sgarro alla Fifa e non si presenta. Lo scippo del '90, quando la Germania vinse la finale per un rigore generoso contro l'Argentina, brucia ancora al Pibe de oro.

Ronaldo, misteri e record
Stenta l'Inghilterra, così come la Francia bloccata dalla Svizzera e dalla Corea del Sud e per un tempo dal Togo, mentre viaggiano a punteggio pieno Spagna, Portogallo e il Brasile di Ronaldo che solo alla terza partita e dopo una serie di allarmi sul suo stato di salute (a poche ore dal pessimo debutto con la Croazia - 2 in pagella dalla stampa brasiliana - venne ricoverato in clinica per una gastroscopia) - trova la via del gol segnando una doppietta al Giappone avviandosi poi a battere il primato di reti segnate nelle fasi finale del mondiale (15). Lo farà agli ottavi sbloccando subito la sfida con il Ghana che fa alzare ancora di più le quote dei verdeoro attesi ai quarti dalla Francia (che sfianca la bella incompiuta Spagna) per quella che vien dipinta come la rivincita della finale del 98. Proseguono la corsa la Germania e l'Inghilterra, servono i rigori all'Ucraina di Shevchenko e i supplementari all'Argentina mentre il Portogallo si aggiudica contro l'Olanda la battaglia di Norimberga; quattro espulsi, un record. Per l'Italia sta per nascere la favola Grosso. E il difensore del Palermo che si procura il rigore che consente a Totti a tempo scaduto (niente cucchiaio ma un tiro teso a mezza altezza) di superare con fatica l'Australia dopo aver giocato dal 50' in dieci (rosso stavolta a Materazzi). Il favorevole sorteggio mondiale è determinante per le fortune azzurre. Essere promossa come "testa di serie" ha dato all'Italia la possibilità di entrare dopo la prima fase nella fascia sinistra del tabellone, quello con la Germania, consentendo agli azzurri di evitare subito le big e trovarle solo alla fine. Battuta l'Australia (nel giorno delle lacrime di Moggi in tv - "Mi hanno crocefisso" - e alla vigilia del maxiprocesso all'Olimpico di Roma), l'Ucraina diventa per tutti un avversario abbordabile. E la squadra di Lippi non regala sorprese. Zambrotta dopo sei minuti aveva già messo la partita in discesa e la debolezza offensiva degli avversari garantisce un approdo morbido in semifinale contro i tedeschi mentre dall'altra parte del tabellone gli errori inglesi dal dischetto di Lampard, Gerrard e Carragher offrono al Portogallo di sfidare la Francia che a Francoforte spezza ancora una volta il sogno del Brasile con una rete di Henry e una prestazione regale di Zidane, autore di veroniche e numeri da circo. Ed è al Westfalenstadion, considerato l'impianto portafortuna dei padroni di casa che arriva il capolavoro degli azzurri. Il fattore psicologico è favorevole all'Italia. I tedeschi - arrivati a giocarsi un posto in finale dopo aver superato a Berlino l'Argentina soltanto ai rigori - sono protagonisti di una campagna diffamatoria nei confronti della nazionale. Il settimanale "Der Spiegel" scese in campo scodellando luoghi comuni, parlando di italiani "parassiti" e "mammoni", nel gioco come nella vita. E c'è stato qualche altro giornale che ha proposto di boicottare addirittura la pizza. Quanto di meglio per tagliare a fette la tensione. E bruciare l'attesa.

Il Grosso della favola
La sfida è tutta tattica, psicologia e accortezza. Una sola occasione per parte nel primo tempo, doppia nella ripresa ma sono brividi tiepidi. Il meglio arriva nei primi minuti del primo supplementare con il palo di Gilardino e la traversa di Zambrotta, il tutto compresso in 120 secondi dal 91' al 92'. Porta stregata. Ma è Buffon a tenere aperta la speranza salvando su Podolski dopo un micidiale contropiede tedesco. L'urlo liberatorio arriva quando ormai si avvicinano i rigori: al 119' Pirlo con un taglio in area smarca Grosso, sinistro a giro senza pensarci. La corsa all'impazzata dopo il gol del "palermitano" ricorda quello di un altro giustiziere dei tedeschi, Marco Tardelli, eroe di Spagna '82. Alex Del Piero mette poi il sigillo sulla finale. Di fronte ora i francesi di quell'astrologo di Domenech (dice di scegliere la formazione anche in base ai segni), organizzati, ritrovati e cinici nel superare con un rigore di Zidane il Portogallo del campione del mondo brasiliano Scolari, alla sua prima sconfitta in una fase finale di Coppa.

La finale
Il procuratore federale Stefano Palazzi chiede cinque anni a Luciano Moggi, la retrocessione in serie C della Juventus, la revoca degli scudetti bianconeri e il passaggio in B di Milan, Fiorentina e Lazio oltre alla squalifica con proposta di radiazione per l'ex presidente dimissionario Franco Carraro e all'inibizione di tutta la classe arbitrale. Ma intanto c'è un titolo mondiale - imprevisto e persino "scomodo" per i più agguerriti sostenitori della diaspora calcistica - da conquistare e a "casa Lippi" non è permesso farsi influenzare proprio adesso dalle scosse del terremoto giudiziario. "E ora completiamo l'opera, ci metteremo davanti ad una tavola imbandita e vedremo chi ha più fame" ha ripetuto fino al giorno del giudizio il ct dal centro sportivo di Duisburg. Aspettando la sentenza a Roma, si gioca a Berlino.
Buffonzambrottacannavaromaterazzigrossopirlogattusocamoranesiperrottatottitoni: questa la formazione iniziale, la filastrocca, il ditirambo che verrà inciso sugli almanacchi. Per questa finale non c'è stata migliore sceneggiatura o riscatto così prezioso. La vittoria arriva nella maniera più angosciosa e splendida possibile, risalendo da un match in apnea, sotto di un gol già al 7 con un velenoso rigore realizzato da Zidane per un fallo di Materazzi su Malouda. L'ex Pallone d'oro fa il cucchiaio, la palombella sbatte sulla traversa e rimbalza oltre la linea. Un gesto che sembra quasi la risposta alle insaziabili voglie azzurre: "Avete fame? Ma sono io che vi mangio". Il pareggio arriva in meno di un quarto d'ora proprio con Materazzi che sovrasta di testa Vieria su angolo di Pirlo e mette le ali all'Italia, attenta a reggere l'urto della migliore freschezza avversaria (dopo un'ora dentro De Rossi e Iaquinta per Totti e Perrotta per contenere uno Zidane superlativo) e decisa a non credere alle sfortune dopo la traversa di Toni al 35' del primo tempo. Continuando a respirare aria di vittoria, senza cadere nelle trappole ma restando sempre aggrappata alla partita anche quando il fiato non c'era più e le energie nervose quasi tutte consumate contro la Germania, la squadra di Lippi si fa vedere solo un paio di volte in avanti: Toni che devia in porta di testa una punizione di Pirlo ma il gol è vizialo da fuorigioco e una punizione del fantasista rossonero fuori di poco. Ai supplementari è sempre la Francia ad avere le occasioni migliori: prima Ribery e poi Zidane che al 111' decide il match e segna la sua carriera. A palla lontana colpisce Materazzi con una testa allo sterno. L'arbitro non se ne accorge, ma è il quarto uomo a segnalare all'arbitro argentino Elizondo l'accaduto e il capitano francese viene espulso congedandosi dal calcio a testa bassa. La sua camminata verso gli spogliatoi sfiorando la Coppa issata sul piedistallo e pronta per essere alzata è una dei fotogrammi di questo mondiale. Si va ai rigori che non sono mai una lotteria e quasi mai è solo sfortuna: bisogna saperli tirare, bisogna saper scegliere gli uomini giusti. E anche in questo Lippi non sbaglia, spinto anche alla forza del destino. Cinque centri su cinque. Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero con Grosso, l'azzurro più sorprendente, a segnare il penalty che andrà alla storia rendendo decisivo l'errore di Trezeguet, proprio lui, autore del golden gol che scippò all'Italia la finale europea del 2000.

Il perché di un trionfo
Quella in terra tedesca è stata la vittoria a quattro stelle (quanti sono i titoli conquistati nella storia azzurra) della classe operaia gestita da Lippi capace di rifare l'Italia così da essere affiancato a Pozzo e Bearzot nel Pantheon delle glorie calcistiche. Una generazione e sei edizioni di coppa dopo è il gruppo dei "tutti per uno", ad affrancare il popolo calcistico da anni di insoddisfazione e di martirio, di illusioni e sogni svaniti. Se a Berlino si è riusciti a sfondare e picconare il muro sportivo è perché ha vinto la caparbietà di cementare un'idea semplice eppure complicata: quella di vincere. Facile a dirsi ma ci deve essere sempre una motivazione per realizzare i sogni e non è quello che si legge in superficie, mai è volontà solo sportiva. Semmai è emotiva, inconscia, dettata spesso da ostacoli e imprevisti, i più complessi se possibile. Lo scandalo in questo senso è stato l'uomo in più. E se sono stati gli juventini Cannavaro, Buffon e Zambrotta tra i migliori un motivo ci sarà. L'Italia, reduce da un terremoto strutturale con una federazione collusa nel decidere scudetti a tavolino, che adesso è osannata, si infila la bandiera italiana come una bandana e che vivrà di rendita per almeno un'altra generazione. E stata l'unica ad aver utilizzato tutti i giocatori a disposizione (21 su 23, esclusi i portieri di riserva), a non essere mai stata battuta, a non subire neanche un gol su azione (due reti incassate, l'autogol di Barzagli e il rigore di Zidane), a cambiare modulo come si fa con ì piatti a tavola quando sono tante le portate e tanto il companatico. Questa Italia aveva fame come ha detto Lippi, riconoscendo quanto sia stata dura ingoiare edizioni sconfortanti. Per molti degli azzurri era anche l'occasione del riscatto, della grande rivincita dopo il pellegrinaggio mondiale in Corea ed europeo in Portogallo (è il caso di Buffon, Materazzi, Cannavaro, Nesta, Zambrotta, Totti, Inzaghi, Del Piero e Gattuso). Tutti con una chance da sfruttare, un'occasione che un ct psicologo non ha loro evitato di ottenere. Neanche al Totti malandato o all'"Achille" Del Piero (così si presentò alla stampa alla vigilia della sfida con il Ghana).
A questi Lippi ha unito l'incoscienza di ragazzi all'esordio (Grosso, Zaccardo, De Rossi, Gilardino e Iaquinta) e ne ha fatto una squadra. In Germania l'Italia non è stata la migliore, pon ha esibito un gioco nuovo o un nuovo modo di concepire il pallone. È stata la più organizzata, la più intelligente, la migliore nel cambiare pelle, modellarsi, essere intercambiabile nei ruoli, superare le angosce del momento. Questo è merito di Lippi, sul quale non è mai facile capire se sbaglia formazione all'inizio o se e molto abile a cambiarla in corsa. Sono sempre state le cose difficili che riescono meglio agli italiani. Ancora una volta è andata così. Se il calcio vero è questo, se il pallone qualcosa che sta tra realtà e metafora, eccola allora la "risposta sul campo". Cuore, coraggio e fantasia. E onestà di non essere fenomeni e diffidare delle certezze. Ma i più bravi nel crederci e i più ostinati nell'inseguire quella Coppa che lo stesso Blatter si augurava finisse in altre mani. Quella notte berlinese tinta d'azzurro il presidente della Fifa, che sei settimane prima aveva parlato di possibile esclusione italiana dal torneo, si defilò evitando di prendere parte alla cerimonia di premiazione. Ci vollero due anni per convincerlo a riparare al torto consegnando personalmente la Coppa a Cannavaro, in una sala di Coverciano.

I Protagonisti


Il CT: Marcello Lippi (Italia)
(Viareggio, 11 aprile 1948)
Nel Paese dove 60 milioni di ct non si troverebbero d'accordo neanche sulla formazione del quartiere, è il mestiere più difficile, dunque il più bersagliato. Viareggino, sposato con Simonetta Barabino, genovese broker di compravendita di navi, due figli, Stefania e Davide. Fu il padre di lei, Gianni, addetto stampa dei club genoani e sampdoriani, a presentargliela. Era l'estate del '73. L'anno dopo le nozze. Permaloso per sua ammissione, fumantino ed istintivo per confessione della moglie, una montagna di videocassette su partite e avversari (preparazione pre-campionato e metodi di allenamento a partire dal 1982 per un aggiornamento professionale ai confini della Germania), poche e contenute scaramanzie in un mondo di "fissati", Marcello Lippi ha iniziato la propria carriera di calciatore nel Savona (serie C, stagione '69-'70), quindi nella Sampdoria affermandosi nel ruolo di libero, per poi chiudere nella Pistoiese. Più variegata la sua avventura da tecnico iniziata nel '74 (corso di terza categoria) presso il Settore Giovanile della Sampdoria. Nel 1983 consegue l'abilitazione di seconda categoria e passa alla guida del Pontedera (C2) cui seguirà il Siena (C1) dal quale viene esonerato, Nel 1987 guida la Pistoiese, l'anno successivo è a Carrara (C1). L'esordio in serie A nell'89/90 con il Cesena che lo porta fino alla salvezza ma da cui viene esonerato nella stagione successiva dopo 17 gare. Esperienza in B con la Lucchese, di nuovo la massima serie nell'Atalanta, poi il Napoli. Nell'estate del '94 inizia il primo ciclo juventino ricco di successi che termina nel febbraio del '99, dopo la sconfitta per 4-2 contro il Parma. Nell'estate del '99 accetta la scommessa nerazzurra all'Inter, l'obiettivo è dimostrare di saper vincere anche senza la dirigenza bianconera. L'esperienza non è fortunata, esonerato dopo la prima giornata del campionato 2000-2001: sconfitta 1-2 a Reggio Calabria dopo essere stato eliminato nei preliminari di Champions League dall'Helsingborg. Torna "a casa" e scatta il secondo ciclo juventino, chiuso nel giugno del 2004. Nel palmares cinque campionati, quattro supercoppe di Lega, una Champions League, una Supercoppa europea, una Intercontinentale, tutte sulla panchina della Juventus. È stato alla guida della nazionale dal 16 luglio 2004, dopo la grande delusione azzurra agli Europei in Portogallo. Sfortunato esordio sulla panchina della nazionale, 2-0 a Reykiavik contro l'Islanda. Insieme all'1-0 subito in Slovenia, a Celie, nel corso delle qualificazioni mondiali, sono le uniche due sconfitte dei venti incontri della sua prima gestione azzurra. Dodici i successi, otto i pareggi prima dell'avventura in Germania dove coglie il titolo mondiale con sei successi e un pareggio. Gli viene conferita la "Speciale Panchina d'oro". Dopo il mondiale lascia la panchina azzurra a Roberto Donadoni ma il 26 giugno 2008 riprende la guida tecnica della nazionale con la quale ottiene il 19 novembre di quell'anno il record di 31 partite utili consecutive battendo il primato di Pozzo (30 risultati positivi di seguito) ed eguagliando il record internazionale di Clemente (Spagna) e Basile (Argentina). Nell'amichevole con il Brasile (2-0 per i sudamericani) si ferma il suo primato. Nel 2009 nella Confederations Cup in Sudafrica gli azzurri sono eliminati nel girone iniziale sconfitti da Egitto e Brasile. Si dice che abbia rapporti difficili con alcuni giocatori, in particolare con Roberto Baggio, Christian Panucci, Marco Di Vaio e soprattutto Antonio Cassano.
Molto si è detto e fantasticato sulla motivazione della non convocazione di Cassano. Chi l'attribuisce al rifiuto del giocatore di affidare la propria procura a Davide Lippi, figlio del ct, e chi sostiene che a monte ci sia un diverbio avvenuto in discoteca tra Cassano e lo stesso Davide Lippi.

Il capocannoniere: Miroslav Klose (Germania) - 5 reti
Opole (Polonia), 9 giugno 1978
Di origine polacca si trasferisce giovanissimo in Germania dove comincia a giocare in squadre delle serie minori tedesche. Nel 1999 è riserva del Kaiserlautern che un anno dopo la promuove in prima squadra ed esordisce in Bundesliga. Resta al Kaiserlautern fino al 2004 quando si trasferisce al Werder Brema con cui arriva secondo in campionato conquistando il titolo di capocannoniere con 25 gol in 26 incontri disputati. Passa quindi nel giugno 2007 al Bayern Monaco.
In nazionale esordisce il 24 marzo 2001 contro l'Albania segnando una rete. Partecipa ai mondiali nippocoreani del 2002 arrivando in finale e segnando 5 reti. Nel mondiale 2006 va a segno altre cinque volte aggiudicandosi il titolo di capocannoniere del torneo (due reti al Costa Rica, altrettante all'Ecuador nella prima fase e una all'Argentina nei quarti). Delude agli europei 2008 in Svizzera e Austria dove va in gol una volta contro il Portogallo (3-2) e una contro la Turchia (3-2). Sua caratteristica era eseguire un salto mortale dopo ogni gol messo a segno, piroetta che gli viene poi proibita per evitare infortuni.

La stella: Fabio Cannavaro (Italia)
(Napoli, 13 settembre 1973)
Senso della posizione, capacità di anticipo sull'avversario e di rilancio dell'azione, dinamismo, concentrazione, interventi in scivolata, eccellente elevazione pur non essendo molto alto. Queste le caratteristiche che fanno di Fabio Cannavaro uno dei migliori difensori centrali del mondo. Le sue prestazioni ai mondiali del 2006 gli sono valse l'attribuzione del Pallone d'Oro (quarto italiano a vincerlo dopo Gianni Rivera, Paolo Rossi e Roberto Baggio e il terzo nel ruolo di difensore dopo Franz Beckenbauer e Matthias Sammer) e il riconoscimento della FIFA Worl Player come miglior calciatore dell'anno, in base ad una votazione di ct e capitani delle varie nazionali.
Cresciuto nel settore giovanile del Napoli nel ruolo di terzino sinistro, a 19 anni esordisce in Serie A contro la Juventus il 7 marzo 1993 assieme al compagno di squadra Ciro Ferrara. Due anni dopo è ceduto dal Napoli al Parma dove trova Gianluigi Buffon con cui trova subito una grande intesa formando un binomio difensivo di assoluto valore. A Parma gioca fino al 2002 vincendo due Coppa Italia (1999 e 2002), una Supercoppa italiana (2000) e una Coppa Uefa (1999). In un video mandato m onda dalla Rai nel 2005 ma risalente a quando era al Parma alla vigilia della finale di Coppa Uefa 1999 si sottopone ad una flebo di neoton, sostanza non proibita, ma quel filmato suscita un vespaio di polemiche nell'opinione pubblica. Si trasferisce nel 2003 all'Inter dove incappa in una serie di infortuni e nel 2004 passa alla Juventus di Fabio Capello ritrovando gli ex compagni di squadra Ferrara, Lilian Thuram e Buffon. Resta bianconero per due stagioni vincendo gli scudetti 2005 e 2006, titoli poi revocati per lo scandalo che coinvolge la società torinese che viene retrocessa in Serie B. Cannavaro passa quindi al Real Madrid sulla cui panchina c'è Capello. In Spagna vince due campionati consecutivi (2007 e 2008). A 35 anni decide di rientrare in Italia e a parametro zero torna alla Juventus.
In azzurro, dopo aver vinto due europei Under 21 con la squadra guidata da Cesare Maldini, esordisce in nazionale maggiore il 22 gennaio 1997 a Palermo contro l'Irlanda del Nord (2-0). Da allora diventa titolare fisso degli maglia azzurra e nel 2002 succede a Maldini come capitano della nazionale, allora guidata da Giovanni Trapattoni. La vittoria al mondiale di Germania con la squadra di Marcello Lippi è il coronamento della sua splendida carriera e il 12 agosto scorso, nell'amichevole di Basilea contro la Svizzera (0-0) diventa il primatista di presenze in azzurro con 127 gettoni superando Paolo Maldini, fermatosi a quota 126, e a fine anno raggiunge le 130 partite in nazionale. Ai mondiali ne conta 15 in tre edizioni. Classifica guidata da Paolo Maldini con 23 presenze in quattro mondiali (dal '90 al 2002), seguito da Cabrini e Scirea con 18, Zoff con 17 e Roberto Baggio con 16.
Il 29 agosto 2009 risulta positivo al doping per avere assunto un farmaco al cortisone per evitare uno shock anafilattico in seguito alla puntura di una vespa. La Juventus comunica di avere spedito al Coni la documentazione relativa all'esenzione dal controllo ma l'inchiesta è aperta perché nel documento manca il certificato medico della società bianconera. Il caso viene comunque chiuso in pochi giorni con l'assoluzione di Cannavaro.

Curiosità


I magnifici Otto
Per la prima volta nella storia del calcio mondiale, otto calciatori di uno stesso club hanno giocato una finale della Coppa del Mondo. Sono gli juventini Gianluigi Buffon, Fabio Cannavaro, (Gianluca Zambrotta, Mauro German Camoranesi e Alessandro Del Piero per l'Italia e Lilian Thuram, Patrick Vieira e David Trézéguet per la Francia.

Il rigore masochista
Croazia-Giappone: al 22' rigore per i nipponici, l'attaccante Srna si avvicina al pallone, prende la mira, calcia e colpisce il portiere croato Pletikosa nelle parti basse. Tutti i croati, compreso il portiere, esultano. L'episodio dà una idea ai gestori del Mania Space, un circolo privato di Tokyo specializzato in masochismo. I titolari del locale ideano un nuovo giochino per la gioia dei loro affezionati clienti: le impiegate del locale, vestite da calciatore, simulando un vero e proprio calcio di rigore, calciano il pallone cercando di indirizzarlo verso il punto più sensibile del corpo dei clienti.

Le rane danno grane
I calciatori ucraini non riescono a chiudere occhio per colpa delle rane. Ce ne sono a migliaia nello stagno vicino al loro albergo e gracchiano tutta notte. Sheva e compagni, disperati, hanno pensato di farsi giustizia armandosi di canne con modesti risultati.

Il mio canto libero
"Non canto l'inno perché non lo conosco. E poi non canto neanche il mio". La nota stonata è messa in rilievo dalla tv. Immortala Mauro German Camoranesi orgogliosamente a bocca chiusa mentre i compagni di squadra accennano a qualche strofa dell'inno prima della sfida con il Ghana. Ne nasce un caso. L'oriundo italo-argentino, nato a Tandil (provincia di Buenos Aires), spiazza tutti, non accampa scuse, non si arrampica su dialettiche verbali sterili e annuncia candidamente che non canta perché non sa di cosa sta cantando. Ma questo non testimonia o meno attaccamento alla maglia. "Vuol dire che non sento questa avventura? Al mondiale io sono italiano, la decisione di giocare con questa maglia è stata presa e non la rinnego".

Coprifuoco a Norimberga
Al debutto dell'Iran a Norimberga la polizia e l'intelligence tedesca si mobilitano per evitare alleanze antisemite tra gli estremisti di destra e il regime di Teheran. La "squadra del Male" come venne etichettata per le provocazioni del neopresidente Ahmadinejad sull'Olocausto è stata nella prima fase la squadra più sorvegliata della rassegna. Il sorteggio non favorì un clima distensivo dato che Norimberga, dove si concentrò per la sfida contro il Messico l'intera comunità iraniana tedesca, nel settembre del 1935 per opera di Julius Streicher divenne il centro dell'antisemitismo. Coprifuoco in città ma a spegnere ogni baldanza ci pensa il messicano Bravo, autore di una doppietta agli iraniani. Tutti a casa.

Zidane, la sorella e quel colpo di testa
È il mistero della Coppa del Mondo. "Cosa ha detto l' 'animale' per far arrabbiare 'Dio' fu il titolo in prima pagina del Wall Street Journal, il maggior quotidiano economico mondiale, a dimostrazione di quanto la vicenda finì per coinvolgere anche i non addetti ai lavori. Il "romanzo" che si è montato intorno alla famigerata testata in pieno petto del francese Zidane all'italiano Materazzi con la quale l'asso dei Blues, a dieci minuti dalla fine della sua carriera si congedò dalla finale e anche dal calcio, infiammò l'estate post-mondiale. A torneo spento "Dio" andò su Canal Plus a confessarsi e a svelare il mistero. Zinedine Yazid Zizou Zidane raccontò la sua verità sulla "zuccata" che l'arbitro Elizondo non vide ma non sfuggì alla tv costringendo il direttore di gara ad espellerlo su segnalazione del quarto uomo: Materazzi ha offeso mia madre e le donne della mia famiglia, preferivo prendermi un cazzotto in faccia che ascoltare questo, ho reagito". Esclusi i riferimenti di carattere razzista, politico o religioso, a scatenare la reazione di Zidane furono parole, senza una versione mai ufficializzata, poco gentili che il difensore azzurro indirizzò alla sorella di Zidane, Lila, 36 anni, modella a Torino.
La Fifa aprì un'inchiesta, convocò il difensore italiano alla disciplinare per testimoniare la sua versione dei fatti. La possibilità di rimettere in discussione il titolo mondiale conquistato dall'Italia venne subito esclusa (si trattò di una responsabilità individuale e non collettiva) ma l'azzurro vene squalificato per due giornate, una in più per Zidane. Prima e dopo la sentenza fu un susseguirsi di vignette, di frasi provocatorie, di giochi di parole e allusioni. Ma cosa si sono davvero detti quei due? Questa la versione ufficiosa: Zidane: "Smettila di tirarmi la maglietta. Se vuoi, alla fine della partita te la regalo". Materazzi: "Non me ne frega niente della tua maglietta... E comunque, preferisco farmela dare da tua sorella, la maglietta".
Zidane mesi dopo si scusò per quella testata che in Italia fece addirittura giurisprudenza. La Cassazione annullò con rinvio la decisione di un giudice di pace di Montefiascone che aveva assolto un 41 enne che reagì "alla Zidane ad un fallo subito dopo la partita. Una testata così per la legge italiana costituisce reato. Una testata così per Materazzi fece storia. Ci scrisse un libro da titolo "Che cosa ho veramente detto a Zidane", 249 frasi per scoprire quella giusta.

Il mago non ci atzecca
Il Messico si affida a uno stregone. Due volte al giorno invoca la "Santa muerte" e pronuncia formule magiche azteche davanti a uno scheletro di plastica vestito con la maglia verde della nazionale messicana e tiene un pallone tra le mani. Poi accende sette candele e bastoni d'incenso. Il santone prevede la vittoria finale della Germania. Il mago non ci Atzecca.

No smoking
La prova televisiva serve anche per smascherare fumatori clandestini. La Fifa ha chiesto a Ricardo La Volpe, ct del Messico, di non fumare durante le partite dopo che il tecnico era stato sorpreso a lanciare sbuffi sospetti durante la partita vinta contro l'Iran (3-1). Nonostante non sia obbligatoria l'astinenza dal tabacco, la Fifa aveva pregato tutti gli allenatori di dare il buon esempio.

Inno bis
Corea del Sud-Togo. Squadre pronte per ascoltare l'inno. Dopo quello coreano tutti si aspettavano quello del Togo. E invece è stato trasmesso il bis di quello coreano. E la gaffe è servita.

Ronaldinho prende fuoco
La clamorosa eliminazione del Brasile dai Mondiali lascia il segno. I tifosi verdeoro non mandano giù il flop della Selecao e scatenano la loro rabbia. A Chapeco, vicino a Rio, subito dopo il ko contro la Francia è andata in fiamme la grande statua di Ronaldinho alta 7 metri, fatta di resina e ferro che i fans avevano costruito per celebrare il Pallone d'Oro del fuoriclasse del Barca.




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