Mondiale 2002 - Brasile


Il Racconto


Il Mondiale a due piazze
Dove ha fallito la diplomazia internazionale è riuscito il calcio. Riavvicinare i cari nemici Giappone e Corea del Sud. Se poi non fu fatto per amore ma per affari, poco importa. Il Mondiale stavolta fa un balzo doppio che stravolge canoni e convenzioni: prima edizione in comune e in un continente, l'Asia, che mai aveva ospitato una manifestazione così impegnativa e di consolidata matrice euro-americana. Più che una vittoria tra due paesi che hanno investito circa cento miliardi di vecchie lire per una campagna di propaganda lunga sette anni e culminata il 31 maggio del '96 a Zurigo con uno stupefacente ex-aequo, fu una sconfitta di Joao Havelange, il sovrano brasiliano del pallone. Il presidente della Fifa si era fieramente opposto durante il suo mandato ad un mondiale a due piazze per convogliare i suoi voti unicamente al Giappone ma il fronte Corea su cui poggiavano le simpatie del presidente della Uefa, Lennart Johannson e del suo vice, Antonio Matarrese, hanno portato ad una soluzione ibrida mettendo in condizione la Fifa di decidere di non decidere. Né l'una , né l'altra ma entrambe. In fondo, pensarono gli elettori delle cinque confederazioni calcistiche, l'Olimpiade di Seul '88 era stata la consacrazione a livello mondiale della forza organizzativa di un paese che nel frattempo si era fatto colosso dell'economia internazionale grazie anche alla tecnologia giapponese. L'operazione commerciale era buona ma solo quella. Già prima della designazione questi due paesi erano tornati divisi e anche durante il Mondiale continuarono a farsi i dispetti, uniti solo nel logo e dall'idea di metter mano ad un giro d'affari di 50 mila miliardi che la prima World Cup del terzo millennio prometteva. Rivali, diffidenti, antagonisti. La Corea dal '10 al '45 fu una colonia del Giappone prima di diventare la tredicesima economia nel mondo per prodotto interno lordo, particolare non proprio trascurabile che i coreani mai dimenticarono considerando i nipponici prepotenti ed usurpatori. Non è un caso se il presidente coreano Kim all'ultimo momento - per un risentimento patriottico ancora diffuso e mai sopito - decise di non invitare l'imperatore Akihito all'inaugurazione della kermesse calcistica a Seul che precedette la sfida tra Francia e Senegai. In questo clima di tregua forzata tra due culture diverse, il Mondiale - vissuto un po' gelidamente se non altro per quei figuranti che allo stadio tifavano a soggetto sbandierando tifo nazionale a comando - è scivolato via tra polemiche, errori arbitrali e la più bruciante delle disillusioni azzurre.

L'uomo nero venuto da Quito
Byron Moreno, un rampante direttore di gara di Quito, l'uomo nero dai capelli neri impomatati, rimane per l'Italia l'emblema della seconda Corea, il simbolo dello scandalo, dell'insopportabile torto subito adattato però come comodo alibi per il popolo tifoso. Eppure sembrava che si potesse scrivere in azzurro tutta un altra storia. Il ct dell'acqua santa, lo scaramantico Giovanni Trapattoni, con la sua ingombrante dote di vincente, la sua mimica, il suo assordante fischio e le sue storpiature lessicali, gode di una simpatia popolare e della maggior parte degli addetti ai lavori di stampa e tv. Rifiuta l'estro del piccolo Buddha Roby Baggio, atteso come un'icona in Giappone, si porta Di Livio come appendice da spogliatoio per cementare il gruppo, punta nell'esplosione di Doni inesperto e perso. Neanche l'avvisaglia di una settimana prima dell'evento, la stentata vittoria contro i campioni del Giappone del Kashima Antlers, allenati da Toninho Cerezo, provocano legittimi timori nell'ambiente. L'Italia peraltro parte bene, batte a Sapporo l'Ecuador grazie ad una doppietta di Vieri e anche se il gruppo non sembra affiatato (Montella e Del Piero polemizzano con il ct) la squadra sembra promettere una lunga avventura. Già c'è chi parlava di finale. Il rientro sulla terra è questione di giorni. A Ibaraki nella seconda partita con la Croazia gli azzurri perdono 2-1, un guardalinee danese annulla due gol regolari (farà mea culpa il giorno dopo) e stavolta il gioco balbetta. Il cammino si fa difficile, iniziano le prime pericolose accuse arbitrali che si accentuano contro il Messico, a Oita. Altro gol annullato e solo nel finale con Del Piero, entrato come salvatore della patria nei minuti conclusivi, si evita la sconfitta e l'uscita al primo turno, grazie anche alla sconfitta della Croazia contro l'Ecuador. A Cheonan il dentro o fuori con la Corea, agli ottavi. Paura? Mazzola, alla vigilia disse: "Tutta un'altra storia rispetto al mondiale in Inghilterra". Si sbagliava. A due giorni dalla sfida l'accoglienza è un guanto di sfida. A ricordare la disfatta azzurra con i nordcoreani sulle tribune dello stadio è scritto su stoffa bianca: "Again '66". Una provocazione tanto per creare un clima informale e mettere in libera uscita i fantasmi del passato. Le "cavallette rosse" addomesticate dal guru olandese Guus Hiddink non sembrano all'inizio dare troppa noia. Vieri segna, l'Italia viene raggiunta nel finale, si mette in luce l'arbitro Aldemar Byron Moreno Ruales, grande appassionato di letture e basket, che espelle Totti e nega il golden gol a Tommasi. A siglarlo è invece il perugino Ahn che verrà poi allontanato dalla squadra umbra dal presidente Gaucci per "tradimento". Il modo in cui si e usciti dal mondiale fa gridare al furto e allo scandalo mentre i nordcoreani che prima di allora avevano ostentato indifferenza verso i trionfi calcistici di Seul accomunano i gol di Ahn a quelli di Pak Doo Ik e la radio del 38° parallelo canta "Come nel '66". Facile associare l'aiuto arbitrale con il ruolo politico del vicepresidente della Fifa, il sudcoreano Mong Joon Chung, boss della più nota casa automobilistica coreana che è anche lo sponsor principale della manifestazione. Anche il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che non si era perso neanche un incontro azzurro, esclama: "E mancata la fortuna ma anche qualcos'altro". Peso politico, si sospetta in Italia dove scattano i primi processi e le prime richieste di decisioni. Il presidente della federcalcio Franco Carraro prova a smontare la tesi del complotto ma tiene ben salda la panchina del Trap che si ripresenta due anni dopo per gli Europei.

Il vento caldo del sospetto
In realtà al di là dell'episodio specifico di Cheonan che finì anche in un fascicolo d'inchiesta della procura della Repubblica, il Mondiale nella sua complessità fu un mezzo disastro. Non organizzativo ma di gioco e di immagine che il pallone si è dato. Quello nippocoreano è stato tra i tornei più scarsi per genialità e progresso e il più sospettoso per beghe politiche e arbitrali. Ma fu anche un sintomo, seppur in parte manipolato, di rivoluzione dell'altro mondo, quello africano e asiatico, utile assai per allargare quote di mercato e dare il via nei decenni a seguire ad una virtuosa spirale innovativa: delle otto squadre approdate ai quarti solo metà erano della vecchia scuola europea, record negativo dell'ultimo mezzo secolo pari soltanto a quel che successe nel '70 quando il lotto era equamente diviso tra Europa e centro-sudamerica. Questa volta quello che non è Europa è equamente diviso tra altri tre continenti e altre quattro confederazioni (Africa con il Senegai, l'Asia con la Corea, Usa e Brasile per le Americhe). Niente paesi balcanici, niente ex Est, niente Nord. In compenso emergono tre esponenti dell'ormai ex terzo mondo calcistico. Mai come in questo caso si e parlato di globalizzazione cui non corrisponde però un livellamento verso l'alto. Non a caso - Brasile a parte che ha messo tutti d'accordo vincendo il titolo per la quinta volta con una impostazione tattica più europea che sudamericana - un gioco entusiasmante, di fuoriclasse emergenti, non se ne sono visti tanti. Per molti il torneo è passato alla storia come il Mondiale del giocatore qualunque. Fuor di dubbio che resti ai posteri come un campionato sorprendente e strano, con eroi dissacrati e sponsor ingombranti. Adidas, che fornisce da oltre 40 anni i palloni del mondiale, e Nike, multinazionale dell'abbigliamento sportivo, si ritrovano ai quarti con tre squadre a testa in rappresentanza del loro marchio. Qualcosa forse vorrà dire. Ma questa è un'altra storia. Le gerarchie calcistiche sono state sovvertite anche per demerito degli squadroni più titolati. Il primo colpo di scena è nella partita inaugurale con il Senegai, alla sua prima partecipazione mondiale, che batte i campioni in carica della Francia tutto cuore e integrazione in quello che potrebbe essere definito il derby tra i neri di Dakar (che militano nel campionato francese) e i legionari integrati all'interno di un popolo tollerante e giacobino. Non fu solo un passo falso. I Blues, fotocopia sbiadita della formazione stellare di quattro anni prima e con uno Zidane infortunato, pareggiano con l'Uruguay di Recoba e subiscono una secca sconfitta con la Danimarca: zero vittorie, zero reti (come El Salvador nel '70, Australia e Zaire nel '74, Canada nell'86, Grecia nel '94 e Arabia Saudita e Cina sempre nel 2002). "Questa Francia è morta" è l'epitaffio di David Trezeguet che collaziona solo pali, traverse e occasioni mancate. L'imputato della Waterloo della grandeur multietnica è il et Lemerre. Altre nazionali di prestigio fanno una brutta fine e non passano il primo turno. L'Argentina di Crespo e compagni - poveri (per fronteggiare la crisi finanziaria non erano previsti premi in caso di trionfo) ma belli nell'annunciarsi come anti-Brasile - rimediano solo una vittoria con la Nigeria, un pareggio con la Svezia e una sconfitta con l'Inghilterra del ct Eriksson che così riscatta - merito anche di David Beckham "il ragazzo stupido diventato un vero leone" - il ko britannico del 1986 (replica beffarda della violazione delle Falkland per... mano di Maradona) e del '98. L'addio alla Coppa da molti è frutto di un ct scriteriato come Bielsa, un ct a basso costo per via della depressione economica ma anche a basso intuito che ha lasciato in panchina mezza nazionale affidandosi ai volteggi effimeri di Ortega. Il Portogallo di Figo e Rui Costa parte bene con la Polonia ma poi frana con Stati Uniti e Corea. Crolla anche il gigante Russia che nella sfida dagli alti contenuti politici con il Giappone (la contesa delle isole Curili) perde scatenando a Mosca la reazione dei tifosi: assalto al Parlamento, negozi e auto distrutte con scene da guerra civile e un bilancio di un morto e cento feriti. Negli ottavi il derby del Rio Grande tra Messico e Stati Uniti è tutto "stelle e strisce" e il presidente George W.Bush ne approfitta per congratularsi al telefono con il ct Bruce Arena: "Anche chi non ne capisce niente come me è eccitato". Era da 72 anni che i "gringos" non erano tra le prime otto squadre. Passano oltre alla Corea, Turchia (sui padroni di casa del Giappone) e Senegal (che spegne gli svedesi) mentre il Paraguay di Cesare Maldini, di nuovo mondiale a quattro di distanza dall'avventura azzurra di Francia '98, sfiora l'impresa contro la Germania che passa a due minuti dalla fine. Nei quarti il Brasile - dopo il brivido Owen-Rivaldo - passa su una pavida Inghilterra grazie ad una papera di Seaman su una punizione non irresistibile di Ronaldinho che qualche minuto dopo verrà espulso. Il portiere in lacrime chiede pubblicamente scusa ed inconsolabile esce dal campo in lacrime. La Spagna invece subisce ben altro, quello che ormai viene chiamato effetto Corea. L' "Olanda di Seul" guidata da Hiddink riceve enormi favori anche contro gli iberici che dopo essersi visti annullare due gol validi perdono ai rigori. Il presidente della Fifa, Joseph Blatter, ammise che il sistema di designazione degli arbitri dovrebbe essere rivisto ma intanto il Mondiale resta macchiato. E gli spagnoli riconoscono di fatto che l'Italia aveva ragione a lamentarsi. Nelle altre due partite la Germania del pragmatico Rudi Voeller elimina gli Usa e la Turchia a sorpresa il Senegal con un golden-goal impedendo così agli africani di migliorare il risultato ottenuto dal Camerun a Italia '90 (anche loro fermi ai quarti). I figli di Ataturk vanno in semifinale alla loro seconda apparizione in Coppa del Mondo (la precedente esperienza era datata 1954), un record, per poi vincere la finalina del terzo posto contro la Corea del Sud, felice comunque del suo quarto posto (e pensare che prima del Mondiale in casa in quattordici partite non ne aveva vinte neanche una) Brasiliani e tedeschi - dignitari di due salde scuole calcistiche - sono cosi chiamati a salvare il mondiale "falsato" (a causa anche di un calcio in trasformazione) e ci riescono incarnando la restaurazione nella sua forma più spinta. I verdeoro non si fanno infilare dai turchi, i tedeschi (alla loro decima semifinale mondiale in quindici partecipazioni) non cadono nel tranello coreano. Tutto rientra così nella logica. Chissà, forse ha prevalso la volontà di salvare il mondiale dei sospetti con una finale di "valore", la più adatta per farne lo spot conclusivo, quello che meglio di altri resta impresso. Non ci riuscirà totalmente ma la tradizione è salva.

La finale
L'epilogo di Yokohama - per la sua carica simbolica e la messa in scena di due nobili scuole calcistiche - viene visto come il giusto risarcimento ad un mese di calcio sottotono, ricco più di polemiche che di gioco. I sudamericani non sono mai mancati alla fase finale del Mondiale (17 su 17) seguiti a due lunghezze (15) proprio dai tedeschi (e dagli azzurri). Sette titoli in due, sesta finale a testa e primo incontro della loro storia in una competizione iridata. Cosa chiedere di più per finire in bellezza? C'è anche un po' d'azzurro a fare da contorno: è l'arbitro Pierluigi Collina, il Fenomeno dei fischietti che già si era esibito entrando nell'interno di Argentina-Inghilterra, il match clou della prima fase. Considerato il miglior del mondo, viareggino è il secondo italiano dopo Sergio Gonella nel '78, a dirigere una finale. Lo farà con piglio impeccabile (smentisce un guardalinee e il rallenty gli dà ragione), quel tono rassicurante, confidenziale e ammiccante e due cartellini gialli "tecnici", uno per squadra a conclusione di una sfida corretta e non difficile.
Alla sua terza finale consecutiva, quella Selecao un po' affannata che nelle qualificazioni aveva balbettato rischiando di restare fuori dalla fase finale, diventa "pentacampeao" praticando un gioco meno spettacolare dei suoi abituali standard. Il Brasile meno favorito della storia e per questo il più amabile, non tradisce, smette subito di scrivere favole a metà e arriva fino in fondo al traguardo senza inciampare come gli capitò a Francia '98 in quella notte parigina da incubi. La Germania tutto cuore e raziocinio, tattica e disciplina, ha ceduto al tocco morbido dell'estro geniale di un mezzo Fenomeno (Ronaldo rientrante da pochi mesi da un secondo infortunio al ginocchio che mise in dubbio la sua stessa carriera), dei "veli" di Rivaldo, degli assist pennellati di Ronaldinho. Ha retto la corazzata germanica, per un po', anzi parecchio, oltre quanto era lecito attendersi da una squadra rivelazione addomesticata da un domatore eccellente come Rudi Voeller, ex campione del mondo ad Italia '90. Nel primo tempo la sua Germania senza stelle ha fatto il Brasile assumendo anche un ruolo che sembrava non appartenerle: ha sguinzagliato Schneider e Jeremies in attacco, messo alle strette la difesa brasiliana, provocato più di un brivido alla torcida di Yokohama. La macchina verdeoro sembrava non carburasse. E nonostante i due motori di fascia - Cafu e Roberto Carlos - garantissero massima affidabilità (evitando ai tedeschi cross alti per le testi di Klose e poi di Bierhoff) andava a scatti, si spegneva al primo affondo davanti al centrocampo tedesco, lasciando sul terreno solo qualche fiammata finte, e colpi di tacco, azioni d'accademia e nulla più. Era la costanza a tardare e Ronaldo a sbagliare. Una, due, tre volte. Fino ad allora una traversi di Kleberson e la risposta di Neuville ad inizio ripresa con il portiere Marcos pronto ad allungarsi deviando la palla sul palo. Poi il destino decide una traiettoria. Quando al 22' della ripresa Oliver Kahn, fino a quel momento il miglior portiere del mondo, si fa rimbalzare il pallone calciato da Rivaldo sulla pancia, c'è Ronaldo ad aspettare. E lui l'uomo che conosce cosa sia la pazienza, è lui che fa centro. Il Brasile con quel guizzo rinasce e si scrolla l'ultima patina leggera di paura, l'allegria gli alleggerisce l'anima e giocando di rimessa raddoppia ancora con il suo "Ronie ritrovato. Velo di Rivaldo e - peccando di sano egoismo - piazza il pallone dell'ottavo sigillo nippocoreano dove neanche Kahn può fare nulla. La Germania non c'è più. Il Mondiale di... Francia '98 per quel ragazzo con la mezzaluna in testa è finito e il Brasile può tornare per la quinta volta a guardare il mondo dall'alto.

I Protagonisti


Il CT: Luiz Felipe Scolari (Brasile)
(Passo Fundo 9 novembre 1948)
"Quando vogliamo possiamo" ha sempre detto sotto quel baffo beffardo fin dai tempi delle giovanili quando a 17 anni iniziò sul serio a prendere a calci un pallone nell'Aymoré di Sao Leopoldo. Ma per volere un sogno grande quanto un Mondiale sapeva bene che ci voleva anche fantasia, allegria, spensieratezza e opportunismo. E libero arbitrio, da parte dei giocatori. Nato il 9 novembre del '48 a Passo Fundo, nel Rio Grande do Sul, figlio di Benjamin, giocatore di discreto livello regionale, Luis Felipe Scolari è uno dei pochi tecnici che alla strategia tattica ha sempre preferito l'arte dell'ispirazione. Un principio adottato in campo da giocatore (Caxias, Juventude, Novo Hamburgo per finire con il Csa de Alagoas), difeso strenuamente anche da tecnico che poteva permettersi se si guidava una nazionale come quella brasiliana poco incline a farsi imbrigliare da troppi schemi. L'uomo che conosce tutti i precari equilibri dei ct verdeoro aveva rischiato di non esserci neppure al Mondiale. Noto in patria come grande "motivatore" ancora prima di guidare la Selecao, "Felipao" (questo il suo soprannome) era ad un passo dal licenziamento quando il Brasile mise quasi in pericolo la sua partecipazione alla fase finale per una serie di sconfitte destabilizzanti. Per sopravvivere agli attacchi incrociati di stampa e tifoseria usò tutte le armi possibili, dalle preghiere giornaliere alla Vergine Maria ai calci nel sedere dati con sacrosanto vigore a chi lo contestava fino all'esasperazione. In verità Felipao al di là delle scaramanzie sapeva come ottenere il meglio della sua squadra. Dopo tutto prima della rassegna nippocoreana aveva portato il Gremio e il Palmeiras alla vittoria del titolo brasiliano e di quello continentale. "Storico" un suo esaltante discorso nello spogliatoio ripreso dalla tv quando era alla guida del Palmeiras. Al Mondiale Felipao ha vinto soprattutto contro un intero paese che pretendeva la convocazione di Romario. "Infastidisce il gruppo. Non mi serve" disse con coraggio nel giorno delle scelte. E giù accuse e lettere minatorie. Ma tra una preghiera e l'altra il devoto brasiliano 54enne di sangue italiano (originario del Veneto) e un forte impegno nel sociale (il titolo lo ha dedicato agli indios che hanno visto la partita in tv dentro le capanne dell'Amazzonia) ha avuto ragione vincendo tutti i match, finale compresa. Puntava sulla rinascita di Ronaldo e lo convocò quando ancora l'attaccante era un'incognita, molto prima che provasse con quel ginocchio di cristallo a dare calci nelle partitelle con l'Inter. Se il nerazzurro rinacque il merito fu anche di questo ct dalla faccia cinematografica (perfetta assomiglianza con l'attore americano Gene Hackman) e dai metodi semplici. "Quando vogliamo possiamo". Dopo la vittoria mondiale ha guidato la nazionale portoghese perdendo la finale europea del 2004 contro la Grecia. Due anni dopo al mondiale tedesco porta i lusitani al quarto posto eliminando Olanda e Inghilterra ma perdendo con Francia e Germania. Dopo l'eliminazione nei quarti all'Europeo 2008 lascia la panchina portoghese per sedere su quella del Chelsea fino all'esonero avvenuto nel febbraio 2009. Quattro mesi dopo firma un contratto per un anno e mezzo con il Bunyodkor, squadra uzbeka dove gioca Rivaldo.

II cannoniere: Luis Nazario Ronaldo da Lima (Brasile) - 8 reti
(Rio de Janeiro 22 settembre 1976)
Tutto iniziò giocando in porta. Il ruolo di portiere imposto da un allenatore di calcetto è stato il primo che venne assegnato ad una delle icone del calcio moderno, storia e mito, parabola di un campione nato, crollato e risorto in tre edizioni mondiali e dopo una lunga serie di intoppi fisici che ne avevano messo in forte dubbio talento e carriera. Terzogenito di una famiglia dalle modeste risorse finanziarie, nato in un quartiere periferico di Rio, Luis Nazario De Lima, in arte Ronaldo, si fece le ossa sui campetti di quartiere e in assidue partitelle giocate sui marciapiedi della città. Di studiare non se ne parla, solo pallone. Accede presto, a quasi dieci anni, in una piccola squadra, il Tennis Club Valqueire e nonostante le sue potenzialità viene regalato in panchina. Quando gli andava bene, poteva aspirare a difendere la sua porta. In allenamento però la vena geniale del campione iniziava a convincere anche i più ottusi e dopo alcuni mesi di tam-tam tra le squadre amatoriali, il primo a capirne le vere caratteristiche fu un osservatore del Social Ramos. Palleggi, rapide incursioni, tunnel e scatto bruciante non bastarono però ancora. Il ragazzo ha talento ma ancora troppo piccolo per il calcio a undici. E prosegue a giocare in piccoli rettangoli spelacchiati per dilettanti e in tornei "a sette". Un club vero però arriva presto. E il Sào Cristóvào che lo "ingaggia". L'anno dopo, appena quattordicenne, diventa capocannoniere nel campionato del girone. La favola è soltanto iniziata. I procuratori del Brasile under 17 capiscono che c'è del genio in quei piedi e si assicurano il cartellino per 7.500 dollari. Arriva la nazionale giovanile e il primo successo internazionale nel campionato sudamericano in Colombia. A 17 anni viene trasferito al Cruzeiro di Belo Horizonte per 50 mila dollari e nel dicembre del '93, non ancora maggiorenne convocato nella leggendaria Selecao. Il calcio diventa la sua professione. L'anno dopo partecipa al Mondiale americano. Non gioca neanche un minuto guardando la sua squadra vincere il titolo contro l'Italia di Sacchi. Inizia l'avventura europea: si trasferisce in Olanda, al Psv Eindhoven, diventando subito capocannoniere del campionato nazionale. Ma già alla seconda stagione inizia a manifestare i primi problemi fisici al ginocchio destro. I medici gli riscontrano un'apofisite tibiale che lo costringe a riposo forzato. "Ronie" corre ma lo deve fare con giudizio, segna ma ogni tanto si deve fermare. Per partecipare ai Giochi di Atlanta si sottopone ad estenuanti sedute di fisioterapia con quello che sarà poi il suo medico di fiducia, il dottor Nilton Petrone, detto Filé. Si riprende, l'oro olimpico non arriva ma a crescere è il suo conto in banca con il trasferimento al Barcellona dopo che l'Inter aveva desistito per l'eccessivo costo dell'ingaggio. La scelta azulgrana è dettata anche dallo sfregio subito dall'allenatore del Psv che in Coppa d'Olanda lo lascia in panchina. In Spagna oltre al titolo di capocannoniere conquista la Coppa delle coppe. L'ingaggio lievita ancora e stavolta la società di Moratti affronta la spesa. A Milano nel '97 conquista la Scarpa d'Oro quale miglior bomber di tutti i campionati europei nel '97, seguirà il Pallone d'Oro e il Fifa World Player. Al mondiale di Francia '98 è la grande star ma durante il campionato appare appannato, segna quattro gol appena e in finale è irriconoscibile e in condizioni fisiche mai sufficientemente chiarite. La discesa incerta dall'aereo che lo riporta in Italia fa scalpore. Si parla di crisi nervosa, epilessia, di una dose aggiuntiva di medicinali per recuperare una forma fisica deficitaria. Mistero. L'unica certezza è che poche ore prima della partita si sente male viene trasferito in gran segreto da qualche parte, torna e gioca. Ci sarebbe forse anche lo zampino del suo sponsor tecnico che avrebbe voluto a tutti i costi la sua presenza in finale. Questione di marketing. Il 18 luglio '99 c'è un parziale riscatto vincendo in Paraguay la Coppa America, tre mesi e tre giorni dopo però inizia il vero calvario. Si rompe il tendine rotuleo del ginocchio destro in campionato contro il Lecce. Si profila un'operazione a Parigi dal prof. Gerard Saillant, almeno quattro mesi per il suo ritorno in campo. Intanto dopo una love story con Susana detta ''Ronaldinha", sposa Mitene da cui aspetta un figlio. Sarà una storia breve. Da Milene qualche anno dopo divorzierà. Si rimette comunque dall'incidente al tendine eppure il destino fa una seconda entrata dura. Il 12 aprile 2000 nella finale d'andata di Coppa Italia contro la Lazio si rompe ancora il tendine rotuleo. Nuova operazione a Parigi. Sarà "clinicamente guarito" l'8 marzo del 2001. Torna in Uefa a settembre ma si blocca per una contrattura. Sembra la fine ma dopo 102 giorni torna di nuovo in campo ed è protagonista nella volata finale. Le lacrime dell'Olimpico per lo scudetto nerazzurro che fugge via in seguito alla sconfitta del 5 maggio contro la Lazio è l'icona della disfatta. Ma il perdente di successo deve ancora prendersi il suo riscatto. E al Mondiale nippocoreano c'è la sua piena resurrezione. Segna otto reti, due nella finale alla quale si presenta con un nuovo look: una mezzaluna di capelli, un vezzo scaramantico, una scommessa, una illuminazione. Con i quattro gol di Francia '98 raggiunge il record mondiale di Pelé (12). Stavolta può piangere di gioia. L incubo che gli occupava la testa abusivamente e finalmente scacciato. Il titolo iridato è molto più di una semplice, comune, noiosa ed effimera rivincita sportiva. "Mi sono però tolto un peso dalla coscienza, ora mi sento libero dichiara prima di iniziare la festa. Ha dediche per tutti: Dio, la famiglia, i compagni di squadra, il professor Saillant e il fisioterapista "Filé" Petrone. Non ci sono nella ristretta lista l'Inter e Moratti che l'ha aiutato, sostenuto, tenuto in piedi nonostante lui non garantisse nulla se non il dubbio e l'incertezza. Viene accusato dai tifosi di ingratitudine quando Ronaldo a conclusione della sua avventura giapponese decide di abbandonare l'Inter a cui deve comunque la sua rinascita per accettare un ingaggio dal Real Madrid. L'Italia che lo adottò soprannominandolo il Fenomeno non appena approdato in Serie A, è stata una parte importante della sua carriera. Ma l'uomo di Rio, che giocava in porta, aveva voglia di una nuova vita. Sempre ad inseguire il peso forma per la sua fisiologica tendenza ad ingrassare, Ronaldo viene dipinto - dalle sue tante fidanzate - anche come uno straordinario talento sotto le lenzuola. Celebre la sua battuta subito dopo aver conquistato il titolo a Yokohama: "Il sesso non è così gratificante come questa Coppa, perché non capita ogni quattro anni di fare sesso". Dopo l'avventura giapponese che, nonostante l'eliminazione inflitta al Brasile dalla Francia nei quarti, lo ha visto trionfatore essendo diventato il migliore cannoniere delle fasi finali dei mondiali con 15 gol davanti a Muller (14), lascia l'Inter per screzi con il tecnico Cuper e va al Real Madrid dove resta per quattro stagioni e mezzo giocando 177 partite, segnando 104 gol e vincendo due titoli spagnoli. A fine gennaio 2007 si trasferisce al Milan per 7,5 milioni di euro. Buon avvio ma in luglio comincia il suo calvario. In sette mesi subisce da una serie di infortuni: alla coscia sinistra, al polpaccio e al tendine rotuleo del ginocchio sinistro. Operato a Parigi nel marzo 2008 comincia il programma di recupero in Brasile dove il 29 aprile è trovato in un albergo di Rio in compagnia di tre transessuali che lo ricattano. Il Milan non gli rinnova il contratto. Voci infondate di un suo trasferimento a Manchester o a Siena finché approda al Corinthians. Il 29 luglio 2009 si opera alla mano sinistra infortunata e si sottopone anche a liposuzione. Torna in campo a settembre con l'idea di lasciare l'attività nel 2010. In Nazionale ha realizzato 62 gol in 97 partite, secondo marcatore di sempre nella Selecao, a 15 gol dal primatista Pelé.

La stella: Marcos Evangelista De Moraes detto Cafu (Brasile)
(San Paolo 7 giugno 1970)
Non sa crossare, non sa difendere, corre e basta, s'impegna sì ma è scadente. Insomma non serve un tipo volenteroso ma mediocre. Così pensavano di lui i tifosi brasiliani abbagliati da Branco e Jorginho il giorno delle convocazioni per Usa '94. "Cafu, chi è costui?" Otto anni dopo è molto meglio di Pelé, Rivelino, Ronaldo e Rivaldo e tutte le icone della Selecao che da oltre mezzo secolo illuminano la storia dei Mondiali. Come tutte le belle storie che premiano sacrificio e regolarità, parte da una salita ripida la corsa di un ragazzo figlio dell'allegria e del sorriso e sempre in perfetto orario: sul pallone, sull'avversario in fuga e sulla terza finale consecutiva: un record. Il suo nome è Marcos Evangelista de Moraes, detto Cafu e "Pendolino" dalla fantasia tifosa della sua Roma quando nel '97 viene ingaggiato per 13 miliardi delle vecchie lire - su indicazione del boemo Zeman - dalla famiglia Sensi alla quale è rimasto legato per sei stagioni per poi passare al Milan. Il suo nome d'arte lo deve ad un suo vecchio allenatore che rivedeva in lui le qualità dell'ala brasiliana Cafuringa.
Preso diciottenne nella squadra del San Paolo dopo otto provini mancati (altro record) il terzino che sa far battere bene il cuore (non solo in campo ma anche per il suo impegno sociale) è considerato in patria un predestinato essendo nato in piena campagna mundial. Il 7 giugno 1970 era infatti il giorno di Brasile-Inghilterra (1-0 con gol di Jairzinho, stadio di Guadalajara) e il papà di Marcos non sapeva a chi dare retta: se al pianto dello scalpitante neonato o alla compagnia di Pelé che davanti a 80 mila persone piegò gli inglesi. Dieci giorni dopo anche la famiglia de Moraes era campione del mondo. Cafu passò tutta l'infanzia con i genitori e i fratelli nel poverissimo quartiere di San Paolo, il Jardim Irene, quasi una favela. Facendo quello che più gli piaceva fin dai sette anni: giocare a pallone. Entrato giovanissimo nella scuola calcio Craqaue Pedro de Rocha, iniziò la sua carriera vincente nel Nacional, passando poi per il Portoguesa e l'Itaquacetuba per finire alla serie A brasiliana al San Paolo con il quale ha vinto due scudetti ('91 e '92) e due Coppe Libertadores ('92 e '93). Nell'estate '94 si trasferisce in Spagna e passa al Real Saragoza, cui vince la Coppa delle Coppe disputando un campionato di riserva (appena 16 partite). La saudade e la mancanza di spazio all'interno della squadra lo fanno riportare in patria, al Palmeiras dove gioca per due anni (19 partite la prima stagione e 16 la seconda) prima del salto in Europa col passaggio alla Roma (scudetto 2001 e Supercoppa italiana 2002) dove resta fino al 2003. Nei primi due anni Zeman lo fa giocare da esterno destro in una difesa a quattro. Con l'arrivo di Fabio Capello sulla panchina giallorossa, si sposta sulla linea dei centrocampisti, dove dà il meglio di se non dovendosi preoccupare troppo della fase difensiva. Passa quindi al Milan (anche qui scudetto 2004 e Supercoppa italiana).
Titolare in Nazionale dal 93, oltre ai due mondiali vinti nel '94 e nel 2002, è stato finalista nel 1998 ed ha conquistato la Coppa America nel '97 e '99. Chiude dopo avere disputato il suo quarto mondiale in Germania 2006 per dedicarsi alle sue opere umanitarie. Nominato nella Top 100 dei migliori giocatori di tutti i tempi della Fifa nel 2004 vanta 141 presenze con la maglia del Brasile (5 gol). Nominato ambasciatore dell'Onu per la campagna di lotta all'alloggio precario, su appoggio del presidente Inacio Luta da Silva. Nel suo quartiere-favela ospita gratuitamente in un campo polisportivo all'aperto corsi per 300 bambini per toglierli dalla strada. A quel Pendolino, sempre in orario quando c'è bisogno di aiuto, gli hanno già fatto vincere in Brasile un'altra coppa del mondo, quella della solidarietà.

Curiosità


Emerson, una frana di portiere
Ma si può? Il capitano della Selecao si è infortunato alla spalla destra (lussazione) facendo il portiere nell'ultimo tiro dell'ultimo allenamento prima della partita. Un ko talmente ridicolo che all'inizio i compagni di squadra di Emerson ci hanno riso sopra pensando ad uno scherzo. Tutto vero invece. Torneo concluso prima ancora di iniziare. Avrebbe recuperato un mese dopo, giusto il tempo di andare in vacanza. "E il giorno più triste della mia vita confessò quasi coprendosi il volto per la vergogna. Alla festa della Selecau lampione del mondo l'unico a piangere era proprio lui, l'ex centrocampista giallorosso che a Roma subì l'inevitabile sfottò dai suoi tifosi: "A Trigoria ce devi solo prova".

Fatti, non capriole
La moda del mondiale nippocoreano è festeggiare con una piroetta. Prima c'era la danza intorno alla bandierina importata negli anni '80 da Jorge Dos Santos Filho Juary, prodromo di tutti i Ravanelli, adesso ci sono le sette capriole consecutive con salto mortale finale di Julius Aghahowa, nigeriano supermolleggiato. Sbalorditi avversari e spettatori giapponesi che per un istante hanno pensato di stare sotto il tendone di un circo. Il gol non è però servito alle Aquile Verdi per battere la Svezia e superare il turno. L'esultanza pirotecnica (nella lista anche il salto all'indietro del tedesco Klose e lo spogliarello del senegalese Boupa che ha ballato intorno alla sua maglia) pero diventerà una moda di facile importazione presto arrivata anche in Italia con Oba Oba Martins, l'attaccante dell'Inter.

Pattinata antiamericana
A volte basta un gesto politicamente corretto per lanciare un messaggio incisivo come una lama che arrivi a scuotere le coscienze (sporche) di qualche giudice e organizzatore. L'artefice è il coreano Ahn, cristiano evangelico che reclamizza profumi e saponi, divora chili di cioccolata, ogni tanto fa gol capolavoro, elimina l'Italia dal mondiale (ma questo è un dettaglio) e prende in giro lo zio Sam. Dopo aver segnato la rete del definitivo pareggio contro gli Usa, l'attaccante in forza al Perugia di Cosmi ha voluto ricordare lo scippo nello short track subito dal suo compagno di copertina Kim Dong-Sung che ai Giochi di Salt Lake City disputati alcuni mesi prima fu privato dalla giuria della medaglia d'oro a beneficio del nippoamericano Apolo Ohno per una discutibile ostruzione nella finale dei 1.500. Il testimonial della "Korean Cosmetic" ha così invitato l'America a lavarsi lo spirito.




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