Mondiale 1994 - Brasile


Il Racconto


La scommessa vinta
Una scommessa. Il mondiale di calcio sbarca negli Stati Uniti dove il "soccer" ha la popolarità del baseball in Italia. Un azzardo calcolato per lanciare il gioco più bello del mondo nel Paese dei grandi consumi, per conquistare un enorme mercato che finora è inspiegabilmente sfuggito al fascino contagioso del pallone. Un'idea venuta all'allora segretario di Stato americano Henry Kissinger e condivisa dai dirigenti della Fifa, sempre più attenti al business tanto che questa quindicesima edizione sarà l'ultima a 24 squadre prima di passare alle 32 di Francia '98. E gli affari in America si prospettano già aurei visto che ci sarà il tutto esaurito nei nove stadi per complessivi tre milioni e mezzo di biglietti venduti, quasi un milione in più ai quanti furono distribuiti a Italia '90. Si punta soprattutto sulla passione per il calcio delle comunità europee e latino-americane con la speranza che l'avverta anche lo yankee medio, sempre attratto da ogni grande evento sportivo, come accadde del resto al torneo olimpico di Los Angeles 1984. A tutto il resto pensa la tv. A neutralizzare il problema delle enormi distanze (fino a tre fusi orari) tra le varie città sedi delle partite. A rimpicciolire il mondo. A scoprire l'America del calcio. A regalare altre notti magiche all'Italia. Ad alimentare passioni in Asia e Africa, ultime frontiere, in ordine di tempo, dell'epidemica passione calciofila. A "moviolare" le fasi più intense delle partite. Agli organizzatori spetta il compito di garantire la funzionalità della grande macchina, il rispetto degli orari, della viabilità, della sicurezza. Su quest'ultimo punto sono stati sollevati dall'eliminazione dell'Inghilterra e dei suoi hooligans, oltreché dall'assenza di altri "paesi a rischio" come Iran, Iraq e Corea del Nord. Mancano anche la Danimarca campione d'Europa 1992, il Portogallo, la Polonia e la Francia. Esclusa anche la Jugoslavia per via della guerra civile in Bosnia. L'intuizione della Fifa si rivela giusta. Gli affari infatti sono aurei con il tutto esaurito nei nove stadi per complessivi tre milioni e mezzo di biglietti venduti, quasi un milione in più di quanti furono distribuiti a Italia '90. Record di incassi, primato di spettatori sugli spalti e in tv, tanti gol, arbitraggi non sempre cristallini ma nel complesso migliori di quelli di quattro anni prima, minor numero di partite finite senza gol. Accanto alla note positive, però, c'è anche qualche stonatura: il titolo assegnato per la prima volta ai rigori, sequenza che non appaga gli esteti del calcio, temperature e orari proibitivi, enormi distanze tra le sedi, organizzazione non proprio perfetta.
Il titolo è andato comunque alla squadra più degna per continuità di prestazioni, il Brasile, che ha chiuso il poker di successi. Seconda piazza all'Italia, Mecca del pallone. Tutto a posto, dunque. La qualità del gioco non è stata elevata ma è migliorata rispetto a quattro anni prima. Grazie alle nuove regole, sia un pò troppo penalizzanti per i difensori, specie per i portieri, si è visto un calcio più offensivo. Usa '94 tuttavia non ha detto granché di nuovo sul piano tattico. È prevalso il modulo a zona 4-4-2 che è comunque un progresso rispetto al difensivismo accentuato che aveva caratterizzato Italia '90. Non c'è stata una stella che abbia abbagliato più di altre ma Romario ha fatto suo il duello con Roberto Baggio se non altro perché ha vinto il titolo quando l'azzurro ha fallito il rigore decisivo. Nelle simpatie della gente, però, Codino ha fatto più breccia del brasiliano e del bulgaro Stoichkov, vincitore con sei gol della classifica cannonieri assieme al russo Salenko.
Aldilà dei dati ufficiali, delle classifiche e dei record, però, Usa '94 lascia alcuni ricordi sgradevoli. Nella galleria c'è il volto stravolto di Maradona dopo il suo gol alla Grecia. La sua successiva squalifica per doping, l'omicidio al suo rientro in patria del calciatore colombiano Andres Escobar colpevole di autogol contro gli Usa (2-0), l'infortunio che ha fermato Baresi per quasi tutta la competizione, la squalifica record inflitta a Tassotti tramite la ripresa tv, i sospetti di complotto anti-Italia che quella decisione ha generato. Altre immagini di Usa '94: la delusione della Colombia, la sorpresa della Nigeria, l'emergente calcio dell'est europeo con Bulgaria e Romania semifinaliste, l'eliminazione dell'Argentina, la conferma del ritorno del football scandinavo con la Svezia terza due anni dopo il titolo europeo colto dalla Danimarca.

Dal Pontedera al Brasile
L'Italia è andata in America tra polemiche e pessimismo. Le sconfitte subite nelle amichevoli di preparazione con Francia, Germania e addirittura con il Pontedera, i frequenti esperimenti tattici di Arrigo Sacchi (il ct ha provato il 4-2-2-2, poi il 4-3-3 per ripiegare infine sul tradizionale 4-4- 2) e la mancata convocazione di alcuni elementi ritenuti utili da stampa e opinione pubblica, come Lombardo, sono alla base della sfiducia. Le premesse, dunque, non facevano presagire nulla di buono. Le cose si sono complicate ulteriormente quando, nella partita di esordio, gli azzurri hanno perso contro l'Eire schierando all'attacco una "banda bassotti" composta da Baggio, Signori, Donadoni ed Evani contro il muro eretto dai più prestanti irlandesi. Nella seconda gara con la Norvegia il ct Sacchi (che contro l'Eire aveva sognato di potere superare la retroguardia avversaria con i folletti) non ha ripetuto l'errore e l'Italia ha colto la vittoria, sia pure striminzita (1-0, gol di Dino Baggio), nonostante abbia giocato quasi tutta la partita in 10 per l'espulsione al 23' di Pagliuca, sostituito dal secondo portiere Marchegiani a scapito di Roberto Baggio che per questa decisione è uscito dando del matto al ct Sacchi. Nella terza gara della prima fase gli azzurri hanno strappato un pari (1-1) contro il Messico ed hanno passato il turno per il rotto della cuffia.
Negli ottavi l'Italia ha affrontato la rivelazione Nigeria, debuttante ai mondiali e vincitrice a sorpresa del suo girone avanti all'Argentina, scossa dal caso Maradona, bloccato per doping. Sacchi ancora una volta ha rivoluzionato tutto con scelte discusse come l'esclusione di Dino Baggio a favore di Berti. All'Italia, sotto di un gol al 26', sono stati negati tre possibili rigori dall'arbitro messicano Carter e sul finire della partita Zola è stato espulso per un fallo veniale. In tribuna i dirigenti italiani sudavano freddo, sbiancati, annichiliti, pensando forse al loro amaro rientro in patria ma a due minuti dal termine Roberto Baggio, su lancio di Mussi, ha fatto scendere tutti dall'aereo siglando l'1-l. Ai supplementari il divin Codino ha proseguito nel suo show. Con un dosato pallonetto ha lanciato Benarrivo, che è stato travolto in area da un difensore africano. Rigore. Ha calciato Baggio ed è stato 2-1 per l'Italia che è approdata così ai quarti. Qui se l'è vista con la Spagna e ancora una volta e ancora all'88' ci ha pensato Roberto Baggio a dare alla squadra il pass per la semifinale siglando il 2-1 dopo il gol di Dino Baggio e l'autorete di Benarrivo. Ed Ecco la Bulgaria, reduce dal successo sulla Germania. Splendido il primo tempo degli azzurri che hanno segnato due volte con il solito Roberto Baggio, un palo di Albertini e dopo avere sfiorato il gol in altre occasioni ma allo scadere del tempo la Bulgaria ha accorciato le distanze con Stoichkov su rigore. La ripresa è stata sofferenza per l'Italia che, grazie anche all'arbitro francese Quiniou, è riuscita comunque a concludere con una vittoria. Azzurri in finale dove li attende il Brasile vincitore sulla Svezia in semifinale.

Alla conquista del West
Il primo turno è all'insegna dei record. II vecchio Milla, a 42 anni, segna contro la Russia e Salenko realizza 5 gol in una partita (mai successo ai mondiali) e il Camerun è umiliato (1-6). Maradona gioca contro la Nigeria la 21/a partita mondiale raggiungendo nel primato di presenze Seeler e Szmuda, record poi eguagliato nei quarti dal tedesco Matthaeus. E dopo questo confronto che la Fifa annuncia la squalifica di Maradona per doping da efedrina. Senza Diego, ripiegato a commentare il mondiale per la tv nazionale, l'Argentina cade contro la Bulgaria (2-0). Sorprende anche la vittoria dell'Arabia Saudita sul Marocco, primo confronto Asia-Africa.
Negli ottavi il Brasile stenta ad imporsi sui padroni di casa (1-0) finendo in 10 (espulso Leonardo per fallo su Ramos); la Svezia trascinata da Kennet Andersson sbriga la pratica Arabia Saudita (3-1); la Spagna ha facilmente la meglio sulla Svizzera (3-0); l'Olanda batte l'Éire (2-0), la Romania di Dumitrescu e Hagi elimina l'Argentina del ct Basile (3-2) che ha lanciato Ortega per Maradona: la Bulgaria grazie al suo portiere Mihailov, supera il Messico ai rigori dopo l'1-1 dei supplementari; la Germania graziata di un rigore, batte il Belgio (3-2) con reti di Voller (2) e Klinsmann. Nei quarti i presuntuosi tedeschi da campioni uscenti diventano usciti sconfitti dalla Bulgaria di Stoichkov; gli svedesi hanno la meglio ai rigori (2-2 dopo i supplementari) sulla Romania grazie alle prodezze del loro formidabile portiere Ravelli (117 presenze in nazionale) e il Brasile supera l'Olanda (3-2) con una punizione di Branco a 10' dalla fine. In semifinale i sudamericani superano gli svedesi (1-0) e gli azzurri battono i sorprendenti bulgari.
Si arriva all'epilogo. Italia-Brasile, sfida del secolo tra le migliori del calcio sudamericano ed europeo. Entrambe hanno l'occasione di aggiudicarsi il quarto titolo mondiale. Sul piano fisico l'Italia pare la più malconcia col recupero in extremis di Franco Baresi (infortunatosi il 23 giugno contro la Norvegia, rientra il 17 luglio contro i sudamericani, primo calciatore della storia a subire un'operazione di menisco durante un mondiale e tornare in campo durante la stessa manifestazione) e Roberto Baggio in condizioni precarie per l'infortunio muscolare riportato con la Bulgaria che lo obbliga a giocare con una fascia elastica alla coscia sinistra. E la prestazione di Codino alimenterà polemiche per il mancato inserimento di Zola.

La finale
La maledizione continua. Rigori, dannati rigori. L'Italia cade ancora a 11 metri dal sogno. È la seconda volta consecutiva che il calcio azzurro si blocca sul dischetto. L'illusione si è spezzata quando Roberto Baggio, l'alfiere di Italia '94, ha calciato alto il suo penalty. Quando si infrangono le aspirazioni è come se si svuotasse il cuore, la fede. L'Italia è soltanto "vice campione". Perfido Brasile. Ha fatto quattro dopo i titoli del '58, '62 e '70. Poteva capitare all'Italia. Niente da fare. Anche stavolta il "superenagol" ha penalizzato gli azzurri. Nella madre di tutte le finali alla squadra di Sacchi è mancato quel pizzico di fortuna che invece l'aveva sostenuta in alcune tappe fondamentali della sua avventura americana. Per gli azzurri non è stata la resa del '70 e a loro spetta l'onore delle armi ma la reputazione non basta quando fa solo da zuccherino nell'oceano di amarezza che sommerge tutto, perfino la rabbia. Essere campioni delusi è peggio che riconoscersi brocchi vincenti. Ma brocchi i brasiliani non sono e lo hanno dimostrato per tutti i 120 minuti della finale manifestando una leggera superiorità sull'Italia.
Gli azzurri, comunque, hanno tenuto validamente testa ai sudamericani schieratisi all'europea (otto undicesimi giocavano nel vecchio continente), una formazione all'altezza di quelle che l'hanno preceduta nell'albo d'oro con un solo fuoriclasse (Romario), qualche giocatore completo (Bebeto, Mauro Silva, Jorginho) e un gruppo di operai dediti al sacrificio collettivo. Un Brasile molto poco "brasileiro". Con un reparto arretrato coperto e un centrocampo privo di fantasia, in cui ogni soluzione offensiva era lasciata al tandem d'attacco Romario-Bebeto. Gli azzurri hanno avuto il grosso demerito di farsi portare ai rigori, da sempre un tabù del calcio italiano. Così come l'Argentina di Maradona aveva spezzato le aspirazioni dell' Italia di Vicini quattro anni prima, il Brasile di Romario ha infranto il sogno della squadra di Sacchi. Sono stati Baresi e Roberto Baggio, giocatori simbolo della nazionale a commettere gli errori decisivi. Pagliuca, l'azzurro para-rigori ha potuto porre rimedio soltanto al primo dei due sbagli neutralizzando il tiro di Marcio Santos ma poi è dovuto capitolare. 3-2 il risultato finale dopo che le due ore di gioco regolamentare si erano concluse tra i fischi del pubblico.
Tra due squadre stremate dalle fatiche precedenti e dal sole a picco sul Rose Bowl di Pasadena è scaturita una finale deludente, condizionata dal tatticismo e soprattutto dalla paura. Preoccupati soprattutto a non prenderle, italiani e brasiliani hanno fatto voltafaccia al gioco offensivo che ha caratterizzato Usa '94. Nei primi 90 minuti non c'è stata intensità, si è giocato col freno a mano tirato da ambo i lati. È parsa quasi una esibizione, altro che finale mondiale. Soltanto nella mezz'ora supplementare la partita si è tonificata soprattutto per merito dei sudamericani che hanno tentato un maggior numero di affondo. In questa fase, come già in alcuni momenti dei regolamentari, Pagliuca ha denunciato gravi incertezze, specie nelle uscite. A lui però la squadra si è affidata per portarlo ai rigori, la sua specialità. E lì, almeno lui ha risposto. I primi 90 minuti di gioco si possono sintetizzare così. Primo tempo applicato, diligente ma privo di emozioni. Si aspettava la ripresa per assistere alla vera finale. Altra delusione. Questi i nodi del secondo tempo: un errore di Baggio da centroarea, una uscita di Pagliuca su Romario, il pallone finito sul palo dopo essere sfuggito al portiere azzurro sul tiro di Mauro Silva. Finale del tempo a ritmo ridottissimo per la gara di resistenza dei supplementari. Coda di mezz'ora. Si è cominciato con una scelleratezza ai Pagliuca, uscito a vuoto su un cross di Cafu. Il pallone è pervenuto a Bebeto che però ha mancato la facile occasione. Un tentativo di Baggio sventato da Taffarel e un salvataggio in tandem di Apolloni e Baresi dopo un mancato intervento di Maldini. Ultime frazioni con i brasiliani più attivi. Romario ha mancato al 5' il gol da due passi su assist di Bebeto e nel finale Baggio ha cercato un'improbabile conclusione da fuori. Fischi dell'arbitro e degli spettatori. Finale ai rigori. Prima della maledetta estrazione scenetta da libro cuore tra Pagliuca e Taffarel che si sono abbracciati nella consapevolezza che la coppa del mondo era nelle loro mani. Ha inaugurato la serie dei tiri Baresi calciando alto. È toccata a Marcio Santos la replica ed il suo tiro è stato parato da Pagliuca con un gran balzo sulla destra. Albertini ed Evani hanno poi siglato loro penalty così come Romario (discutibile e forse da ripetere la sua esecuzione perché si è fermato nella corsa) e Branco. È stata poi la volta di Massaro che si è fatto parare lo "straccio" lanciato a Taffarel. Perfetta esecuzione di Dunga che ha spiazzato Pagliuca e Roberto Baggio ha poi calciato alle stelle il mondiale dell' Italia, il suo, quello di milioni di appassionati. Altro che coppa. È stata un'altra scoppola del destino.

I Protagonisti


Il CT: Carlos Alberto Gomes Parreira (Brasile)
(Rio de Janeiro 27 febbraio 1943)
Ottimo preparatore atletico, fautore del gioco all'europea, ha dato maggiore copertura al Brasile piazzando Dunga davanti alla difesa, chiedendo al centrocampo maggiori sacrifici nei rientri e affidando ai difensori di fascia libertà di interpretare all'occorrenza la funzione di ali. In sostanza ha dato più concretezza al gioco di una nazionale che ha comunque mantenuto una manovra votata all'offensivismo. È stato in carica dal 28 aprile 1993 al 9 febbraio 2005, con alcune interruzioni. Diplomato nella scuola nazionale di educazione fisica di Rio nel 1966, prima di approdare alla nazionale, ha allenato molte squadre di club in patria e all'estero: Sào Cristóvào, Vasco, Fluminense, Valencia (Spagna), Fenerbahce (Turchia), Sào Paulo, Atletico-MG, Santos, Internacional-RS e Corinthians.
Preparatore fisico della nazionale brasiliana dal 1970, ha poi guidato le rappresentative del Kuwait nel 1982, degli Emirati Arabi Uniti nel 1990, e infine il Brasile sotto la supervisione tecnica di Mario Zagallo per poi andare al MetroStars (Usa) nel 1997 e quindi sulla panchina dell'Arabia Saudita nel 1998. Da allenatore ha vinto la Coppa dell'Amicizia (1992), la Coppa del Mondo (1994) e la Coppa America (2004). Da preparatore atletico si è aggiudicato la Coppa del Mondo (1970), la Coppa Rocca (1971) e l'Indipendenza (1972). Dall'ottobre 2002 al luglio 2006 è stato ancora ct della nazionale brasiliana e dopo quasi tre settimane dall'eliminazione nei quarti di finale del mondiale in Germania 2006 ad opera della Francia, si è dimesso accettando poi a fine luglio di quell'anno di guidare la selezione sudafricana verso la Coppa del Mondo 2010 per poi farsi da parte in seguito alla malattia della moglie. Nel marzo 2009 ha accettato la panchina del Fluminense ma dopo cinque sconfitte di fila è stato esonerato. È tornato alla guida del Sudafrica il 23 ottobre 2009 dopo l'esonero di Joel Santana.
Il 26 gennaio 2006 era stato designato migliore ct del 2005 davanti all'olandese Marco Van Basten dalla federazione internazionale di storia e statistiche del calcio (IFFHS). Terza piazza per il ct dell'Argentina Josè Nestor Pekerman. Podio mancato da Marcello Lippi, piazzatosi quarto davanti al ct della Repubblica Ceca Karel Bruckner.

I capocannonieri: Hristo Stoichkov (Bulgaria) - 6 reti
(Plovdiv, 8 febbraio 1966)
È stato uno dei calciatori europei più esplosivi. Attaccante trequartista velocità sensazionale e sinistro micidiale. Si è espresso ad alti livelli atletici per l'intera carriera nonostante un carattere impulsivo che lo ha portato spesso a discutere con gli arbitri tanto da rimediare parecchie espulsioni.
Comincia nel 1981 nel Maritza Plovdiv, squadra della sua città natali che milita in seconda divisione. Nel 1982 si trasferisce allo Zhevros Jarmanli, sempre nella stessa serie, rimanendovi due anni. Nel 1984 firma pei il CSKA Sofia, in prima divisione, ma l'anno successivo il club viene retrocesso dopo gravi incidente avvenuti tra giocatori delle due squadre nella finale di Coppa con il Levski. La federazione decide anche di cambiare il nome dei due club (il Levski diventa Vitosha e il CSKA si muta ir Sredets). Qualche tempo dopo la federazione riduce a un anno la sanzioni a Stoichkov che nel frattempo non ha potuto disputare il mondiale 1986 ir Messico. Viene comunque selezionato per la prima volta in nazionale e ne diventa subito il leader. Nell'ultima stagione allo Sredets (1989) vince la classifica cannonieri con 23 gol in 30 partite aggiudicandosi scudetto e Coppa di Bulgaria. È quella l'ultima stagione che gioca in patria prima di trasferirsi nel 1990 al Barcellona di Johan Cruiiff. In Spagna vince tutto (quattro scudetti, tre Supercoppe nazionali, una Coppa Campioni nel 1992, il Pallone d'Oro nel 10994 grazie alla sua prestazione in Usa) fino al 1995 quando, per problemi con la dirigenza del club, finisce al Parma dove, chiuso dalla presenza di Filippo Inzaghi e Gianfranco Zola, gioca soltanto 23 gare segnando appena 5 gol, ma soprattutto commettendo parecchi errori sotto porta, che gli costano una lunga satira da parte della Gialappa's Band. Con la nazionale disputa gli europei 1996 tornando al Barcellona ma deve accontentarsi di fare la riserva, dapprima di Ronaldo, poi di Rivaldo. Nel gennaio 1997 rientra in patria con il CSKA Sofia (4 partite, un gol) e partecipa al mondiale di Francia '98. In nazionale colleziona complessivamente 83 presenze con 37 reti. A fine carriera emigra in Giappone nel Kashiwa Reysol (due stagioni, 28 partite, 13 gol e una Coppa nazionale), quindi negli Usa dove gioca due anni con i Chicago Fire (35 gare, 15 gol) ed uno con i D.C. United con cui vince un titolo nazionale. Si ritira dal calcio giocato nel 2003, anno in cui prende il patentino di allenatore diventando vice al Barcellona. Dopo in disastro agli europei 2004 (tre sconfitte in altrettante partite) il ct della nazionale bulgara Plamen Markov si dimette e il 15 luglio gli succede Stoichkov. Poco prima di questa nomina Pelé lo ha incluso nel club 100 dei più grandi calciatori di tutti i tempi. La sua carriera di allenatore non è fulgida: manca la qualificazione ai mondiale 2006 ed ha divergenze personali con tre importanti giocatori della nazionale che annunciano di non volere più giocare nella selezione finché ci sarà Stoichkov, il quale peraltro il 3 settembre 2005 nella partita contro la Svezia ha insultato l'arbitro rimediando 5 giornate di squalifica.
Abbandonata la panchina bulgara nell'aprile del 2007, si è seduto per alcuni mesi su quella spagnola del Celta Vigo che lo ha esonerato a stagione appena iniziata. Dalla scorsa estate ha accettato il trasferimento in Sudafrica per guidare il Mamelodi Sundowns di Pretoria, club di prima divisione.

Oleg Salenko (Russia) - 6 reti
(San Pietroburgo, 25 ottobre 1969)
Esordisce nello Zenit Leningrado nel 1986, dove in due anni segna 11 reti. Si impone sulla scena internazionale nel 1989 con la Dinamo Kiev (48 gol in 4 stagioni), primo calciatore russo ad essersi trasferito in una squadra ucraina. Nella stagione 1992-93 va in Spagna, realizzando nel Logrones 29 reti in due anni e laureandosi capocannoniere del campionato iberico (1993-94). Nel 1994 passa al Valencia (9 gol) ma la sua consacratone arriva al mondiale '94, dove in appena 215 minuti giocato segna sei gol, cinque dei quali nella sola partita contro il Camerun del 28 giugno (le eti: 15', 41', 44' su rigore, 72' e 75'). Cinque gol in un'ora! Al ritorno, però, il suo rapporto col Valencia si deteriora e nel gennaio 1995 Salenko emigra in Scozia, al Glasgow Rangers. Comincia lì il suo declino. Se ne va quindi in Turchia nell'Istanbulspor dove realizza 13 reti: Nel marzo 1997 un serio infortunio al ginocchio lo costringe a sottoporsi ad un difficile intervento chirurgico che segna l'inizio della fine della sua carriera. Per due anni esce dalla scena internazionale. Nel 1999 fallisce un provino con il Cordoba (Spagna) e gioca la sua ultima stagione (2000-2001) in Polonia, nel Pogon Szczecin. Nel 2002 toma a Kiev sperando invano in una offerta del club. Nel frattempo si dà al Beach soccer per diventare nel 2003 allenatore della nazionale ucraina di questo sport. Va ai mondiali nippo-coreani del 2002, ma da telecronista per la tv ucraina.

La stella: Roberto Baggio
(Italia - Caldogno (Vicenza) 18 febbraio 1967)
Ha passato la sua vita calcistica a rincorrere sogni, prima ancora che a realizzarli: l'ultimo è la sua quarta partecipazione a un Mondiale, con un viaggio nel 2002 in Giappone oramai negato. Ma da qualche incubo, invece, Roberto Baggio è stato inseguito. Come ad esempio quello di essere sempre il pomo della discordia. Divin Codino o coniglio bagnato, 10 o nove e mezzo, attaccante o trequartista, Roberto Baggio è stato in un certo senso l'erede di Gianni Rivera: non solo per il numero di maglia e l'affinità elettiva nell'amare il calcio come divertimento - proprio e degli altri - ma anche per il destino: nel suo c'era scritto incanterai e dividerai. Fino al mondiale '98, quando la chiamata in azzurro a furor di popolo e un torneo deludente da parte di Del Piero riproporrà in alternativa allo juventino il tormentone della staffetta: esattamente come Mazzola-Rivera a Messico '70.
Ma è il mondiale del '94 il palcoscenico del Codino, più ancora dell'edizione italiana di quattro anni prima dove è la vera punta di diamante dell'Italia. Pallone d'oro un anno prima dell'edizione Usa, nella squadra di Sacchi la sua collocazione tattica ripropone tutte le dispute sul ruolo: punta o rifinitore? Il ct del calcio totale va in contropiede e un posto a Baggio lo trova, privilegiando le sue invenzioni, e quelle gambe in cui a dispetto dei mille infortuni "cantano gli angeli" - come disse un altro tecnico del genio di Caldogno. Ma Baggio non è il campione sfolgorante che ha incantato i tifosi della Fiorentina prima e della Juve poi, negli otto anni precedenti, magari con gol come quello di un famoso Milan-Fiorentina, in dribbling su tutta la difesa avversaria, o quello analogo alla Cecoslovacchia a Italia 90. Quattro anni più tardi con Trapattoni ha conosciuto anzi perfino la panchina.
E l'inizio è triste. Unico episodio degno di un giocatore che non sa volare basso, quel "ma questo è matto" in diretta mondiale ad Arrigo Sacchi, allorché il ct lo toglie in Italia-Norvegia, per fare entrare Marchegiani al posto dell'espulso Pagliuca: scelta tatticamente ineccepibile, ma tanto basta a scatenare il tam tam della rivalità tra i due. Così diventa un vero e proprio romanzo la doppietta con la quale il Codino salva l'Italia e Sacchi dall'eliminazione con la Nigeria, e poi gli altri tre gol contro Spagna e Bulgaria. Fino alla finale persa ai rigori con il Brasile, ultimo errore azzurro dal dischetto quello del "coniglio bagnato". Il romanzo di Baggio fatto di cadute e di risalite, di assist e gol tirati fuori dal cilindro della classe, non finì lì. Ne scrisse ancora di capitoli dopo quell'errore fatale. Nel '98, vittima del dualismo con Del Piero, gioco a sprazzi ma riuscì a riscattarsi: al debutto con il Cile inventa l'assist per Vieri e si procura e segna il gol che riporta l'Italia sul pari dopo la rimonta cilena. L'esultanza, dopo il centro dal dischetto, quattro anni dopo quell'infausto rigore, fu liberatoria. Nei quarti contro la Francia, subentrato a Pinturicchio, sfiora il golden gol calciando in corsa un pallone che sfila di poco dal palo di Barthez. "Tanto così" mima con le dita confermando ancora una volta che la sua è una rincorsa del destino senza fine. Nell'epilogo dagli undici metri stavolta calcia per primo e non sbaglia ma l'Italia esce egualmente sconfitta dalla roulette dei rigori. Eppure il sogno di Baggio, che grazie alle due marcature in terra francese, diventa l'unico giocatore italiano ad aver segnato in tre mondiali diversi, continua. Nel 2000 rifiuta il trasferimento in grandi squadre come Arsenal e Real Madrid e accetta di andare al Brescia. Vuole restare in Italia per giocarsi al meglio le sue carte "mondiali": insegue il Giappone, la sua quarta Coppa del Mondo e intende dare il massimo per realizzare questo sogno. In serie A continua a dare il meglio di sé smentendo ancora una volta coloro che lo davano per finito. La stagione decisiva inizia nel migliore dei modi (8 reti in 9 partite), ma la cristalleria si rompe a metà stagione durante una partita di Coppa Italia contro il Parma: rottura del legamento crociato anteriore e lesione del menisco interno del ginocchio sinistro. Operato in Francia rientra a 76 giorni dal giorno dell'infortunio, a tre turni dalla fine del campionato. Regala ancora sogni, segna, salva il Brescia dalla B. Ma non basta. Per il Trap è una divinità troppo fragile per affrontare le durezze del Mondiale. E il poker mondiale del Codino svanisce. Nelle due stagioni successive continua a giocare nel Brescia con il quale supera la soglia record dei 200 gol in serie A (arrivò a 205) raggiungendo altri quattro "mostri sacri" del campionato italiano: Silvio Piola, Gunnar Nordahl, Giuseppe Meazza e Josè Altafini. La sua ultima partita a San Siro il 16 maggio 2004 contro il Milan. Alla sua uscita, cinque minuti prima della fine dell'incontro, viene abbracciato da Paolo Maldini e tutto lo stadio si alza in piedi. E il tributo in lacrime ad un eroe d'altri tempi che in tutta la sua carriera ha totalizzato 699 presenze segnando 318 gol, di cui 108 su rigore.

Curiosità


Escobar, l'autogol pagato con la morte
Si allungò in tuffo per evitare che un cross teso minacciasse la sua area ma sbagliò i tempi di intervento, spiazzò il portiere e il pallone finì nella porta sbagliata. Un errore mortale, senza virgolette stavolta. La vita di Andres Escobar, 27enne difensore colombiano, si interruppe al 34' del primo tempo a Pasadena, nella fornace che ospitò la sfida contro i padroni di casa degli Stati Uniti. Quell'autorete risultò decisiva per il cammino dei sudamericani e sancì la condanna per "l'atleta gentiluomo" come veniva chiamato dai suoi tifosi per i suoi modi gentili ed educati e il suo carattere mite. Nove giorni dopo, appena rientrato in patria, Escobar venne assassinato davanti alla moglie a Medellin da Humberto Munoz Castro, più che un ultrà impazzito un killer assoldato dalla mafia. Un alterco, una parola di troppo innaffiata nell'alcol, sopratutto montagne di narcodollari andati in fumo alla base della reazione assassina. "Grazie per l'autogol" gli avrebbe gridato l'omicida prima di sparagli a bruciapelo. "Ero col mio datore di lavoro che aveva perso una somma enorme in alcune scommesse sulla vittoria della Colombia al Mondiale. Gli abbiamo rimproverato quella autorete siamo passati alle mani, ho perso l'autocontrollo e l'ho ucciso". Sei colpi, un paio al petto, e partita finita. Il movente delle scommesse clandestine si intreccia a doppio filo con la mano dei "cartelli" della cocaina. Per gli inquirenti furono loro a segnare il destino di Escobar, vittima della corruzione e della violenza dei potenti. Per gli inquirenti un particolare su tutti: all'arrivo da Los Angeles dopo l'eliminazione dal Mondiale, il giocatore Escobar venne accarezzato sulla testa da un uomo che gli aveva gridato la stessa crudele frase pronunciata dall'assassino al momento di premere il grilletto. Un omicidio premeditato, un conto da pagare, un "contratto" della mafia per chiedere la testa del giocatore colpevole di aver smontato il castello della corruzione. Solo così si spiega il ripensamento del nuovo direttore tecnico della nazionale, Dario Gomez, che lasciò l'incarico 48 ore dopo averlo accettato. Munoz Castro fu condannato a 43 anni ma nel 2005 rimesso in libertà con una sentenza giudicata controversa dopo che nel 2001 la pena, con la riforma del codice penale colombiano, gli venne ridotta a 21 anni. La notizia ufficiale sulla uscita di prigione del killer, assoldato da un potente uomo d'affari, non venne mai confermata.

Evitate crisi d'identità
Per la prima volta i giocatori indossano maglie personalizzate, con i cognomi stampati sopra il numero della casacca.

Nonno Milla
L'attaccante del Camerun Roger Milla diventa il calciatore più anziane a disputare la fase finale di un mondiale. Il 28 giugno a San Francisco, nelle terza partita della sua squadra (entra al 46' contro la Russia che vincerà 6-1) ha 42 anni e 43 giorni. È suo peraltro il gol della bandiera degli africani (al 47') e, naturalmente, Milla diventa anche il marcatore più anziano delle storia dei mondiali. Il più giovane realizzatore di tutti i tempi è Pelé che a 17 anni e 239 giorni segnò il gol del successo del Brasile contro il Galles nel mondiale di Svezia il 19 giugno 1958 a Goteborg.

Germania made in Italy
La Germania, campione in carica, esordisce contro la Bolivia (1-0) schierando dieci calciatori che giocano in Italia. L'unico non "italiano" è il portiere Illgner.

Bebeto
L'attaccante brasiliano Bebeto il 9 luglio a Dallas, dopo avere realizzato al 62' la seconda rete dei verdeoro nel quarto di finale contro l'Olanda (3-2), inaugura la moda di festeggiare il gol simulando di cullare il suo bebé Mattheus, nato da pochi giorni. Potenza del nome.

Hamburgher a go-go
La nazionale boliviana ha la sede del ritiro ad Oak Brook dove alloggia in un complesso costruito dalla catena di ristorazione Mc Donald's, che, per dovere di ospitalità, offre ai giocatori sudamericani la fornitura gratuita dei propri prodotti per tutta la durata della loro permanenza.




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