Mondiale 1990 - Germania Ovest


Il Racconto


Ciao, Calcio
Ciao, calcio. Festoso saluto o amaro congedo? Si può scegliere. Per Italia '90, bella favola dal finale amaro, valgono entrambe le chiavi di lettura. Da una parte ci sono le notti magiche, la fantastica macchina organizzativa, gli stadi salotto, le spettacolari riprese tv, la passione della gente, gli strabilianti effetti di "Ciao" la mascotte; dall'altra spuntano la scarsa qualità di gioco, i troppi errori arbitrali, i rigori beffardi, l'ingiustizia della giustizia celebrata nella finalissima di Roma dove mesto si fa l'arrivederci al calcio. Su Italia '90 si tatuano gli occhi spiritati di Schillaci e le lacrime di Maradona piuttosto che la tradizionale copertina dedicata alla vincitrice Germania Ovest, al suo tris di Coppa al pari di Brasile e Italia. Resta, comunque, un'edizione storica: calcio nuovo non se ne vede ma nuovo è il modo di proporlo al mondo, nuova la maniera di allestire lo spettacolo e c'è la coscienza che i registi a venire dovranno adeguarsi. La nave organizzativa, salpata l'11 maggio 1984 dal porto di Zurigo quando la Fifa aveva varato il mondiale d'Italia, si presenta all'appuntamento in perfetto orario ma lasciandosi dietro una schiuma di polemiche: le grandi spese per gli stadi, le proteste di ambientalisti, i rifugiati a Caparbio del partito antimondiale, le speculazioni feroci, gli scandali in attesa di giudizio. Il mondiale, lira più lira meno, viene a costare una decina di migliaia di miliardi, di cui la metà a carico dello stato. Quei soldi, è vero, son serviti anche per fare alcune strade e qualche parcheggio ma la cifra è superiore di quasi venti volte a quella spesa quattro anni prima dal Messico. Megalomania? Colpa dell'inflazione? Macché. Piuttosto grande intuizione nell'affare,partita nella quale nessuno è rimasto fuorigioco: industria, politica, imprese pubbliche e private, grandi e piccole, italiane e multinazionali. In un clima di festa e di speranza ci si appresta ad andare allo stadio e davanti ai televisori.
Per la seconda volta consecutiva il calcio mondiale cerca i suoi campioni in un paese che ha già ospitato la rassegna (Italia '34) così come per fa seconda volta di fila ci sono tutte le nazioni già vincitrici: Italia, Brasile, Uruguay, Rfg, Argentina e Inghilterra. Al gran ballo n. 14 della serie, dove le debuttanti di turno sono Egitto, Irlanda ed Emirati Arabi, il confronto è ancora Europa-Sud America, un duello che vede in vantaggio il nuovo mondo per 7-6 grazie alla storica impresa del Brasile che espugnò il vecchio continente in Svezia '58, cosa mai riuscita oltreoceano a nessuna delle rappresentanti europee. Per esse, guidate dall'Olanda, è ancora il Brasile lo spauracchio latinoamericano. Ma accanto alla favorita Olanda, regina d'Europa grazie alla presenza in squadra di Van Basten, Gullit e Rijkaard gli eroi del Milan stellare, il calcio del vecchio continente mette in campo l'ambiziosa Italia di Vicini, padrona di casa e ricostruita sulle ceneri messicane coi giovani di una gloriosa e sbarazzina under. Ma quanto valga l'Italia (aldilà dei 200 miliardi di capitale giocatori) è un'incognita, soprattutto lo è il contraccolpo psicologico del suo dovere di vincere. Nelle rosa delle candidate al titolo ci sono anche la Germania che non vince da un decennio ma è assidua frequentatrice del podio (seconda nei due precedenti mondiali e terza negli europei), l'Urss col suo nuovo calcio al computer programmato dal tecnico Lobanovski, l'Inghilterra dei "maestri" che teme di pagare il dazio hooligans. L'Argentina di Maradona campione 86 non gode dì molto credito: si sa che i detentori del titolo sono parecchio al di sotto dei livelli di quattro anni prima. Tra le 88 eliminate delle 112 nazionali iscritte si segnalano la Francia di Platini, la Polonia, l'Ungheria e il Portogallo. Il Sudamerica non boccia alcuna squadra illustre (la spunta anche l'Uruguay grazie al miglior quoziente reti sulla Bolivia) ma produce un caso esplosivo. A Rio, sul 2-0 per il Brasile contro il Cile nella partita decisiva, il portiere cileno Roberto Rojas si accascia improvvisamente a terra nei pressi di un petardo lanciato dagli spalti da una tifosa carioca, poi identificata in Rosemary Melo. Rojas sanguina e l'incontro è sospeso. I cileni lasciano il campo per non riprendere più il gioco. La Fifa assegna a tavolino il 2-0 al Brasile e in un secondo tempo, una volta accertato che Rojas si era ferito da solo con una lametta, il portiere cileno sarà radiato.

I leoni indomabili sbranano il re
Come tradizione vuole dal 1974, il mondiale riparte da dove è finito quattro anni prima, dalla nazionale detentrice del titolo cui spetta aprire la competizione. In precedenza il compito era toccato quasi sempre alla squadra del paese organizzatore. In Messico '86 l'inaugurazione fu dell'Italia; ora sul cartellone della prima alla Scala di Milano c'è l'Argentina campione che affronta l'africana Camerun, agrodolce ricordo azzurro dell'82. L'Italia, da brava padrona di casa, lascia la mano d'apertura agli ospiti venuti da lontano, da altri continenti. Dopo la cerimonia d'apertura, un'orgia di italian style con sfolgorante sfilata di moda che avvince il mondo via tv, il fischio d'avvio. In tribuna quattro capi di Stato: l'italiano Francesco Cossiga, l'argentino Carlos Menem, il camerunense Paul Biya e il brasiliano Color de Mello. In campo c'è il re del calcio, Diego Armando Maradona. Sembra debba essere la sua festa e invece gli fanno la festa. I "leoni indomabili" sbranano i campioni con un gol di testa di Omam Biyik il 66'. L'Africa non è più Terzo Mondo, almeno nel calcio: è il primo tema proposto da Italia '90. Il mondiale azzurro scatta alle 21 del giorno successivo all'Olimpico di Roma. C'è da sbrigare la pratica-Austria, una squadra che fa paura dato che prima del mondiale ha battuto l'Olanda di Van Basten. Gli azzurri cominciano a ritmo sostenutissimo. Carnevale sbaglia due palle-gol, Ancelotti scheggia un palo. L'uomo del destino entra in campo al 75'. Si chiama Salvatore Schillaci. Di lì a poco diventerà in tutto il mondo soltanto Totò fino all'anno precedente giocava nel Messina. Fra un po' farà saltare tutti in piedi. Passano appena quattro minuti dal suo ingresso in campo al posto di Carnevale: Vialli fa un cross dalla destra, lì in mezzo sbuca la testa di Schillaci ed è il primo passo nella favola. La seconda partita azzurra del primo girone ha il sapore di un anticipato passaggio di consegne tra un mondiale e l'altro: sono di fronte Italia e Stati Uniti, futuri organizzatori della Coppa del Mondo. Ci si attende una goleada azzurra. Si risolve invece in una vittoria sofferta. Va in gol Giannini dopo appena 11' ma poi Vialli sbaglia un rigore e gli Usa crescono. Neppure Totò, in campo dal 51', riesce a mettere al sicuro il risultato e così l'Italia vince ma spende troppe energie in una partita che avrebbe dovute consentirle di risparmiarle in vista di scontri più duri. Trascinata dal pubblico dell'Olimpico che fa la "ola", l'Italia fa sua la sfida della svolta, quella contro la Cecoslovacchia che aveva sommerso gli Usa 5-1 e battuto l'Austria per 1-0. Nel duello che vale la vittoria nel girone e quindi la permanenza a Roma, Vicini lascia fuori Carnevale e lancia la coppia fantasie Schillaci-Baggio. Il nuovo tandem firma il 2-0 e il secondo gol, quello d Baggio al 78, fa rivivere giocate di Maradona '86: dribbling da meta campo e tocco morbido alla destra del portiere Stejskal. Con tutta l'Italia, salta in piedi anche Pelé. E fatta: Italia prima davanti ai cechi. Austria e Usa a casa. Negli altri gironi gli arbitri mostrano di non essere al top. È soprattutto l'Urss a farne le spese. L'uruguayano Cardellino assegna un rigore inesistente ai romeni che vincono la sfida con i sovietici nella loro prima uscita mondiale ma lo scandalo arriva il 13 giugno a Napoli in Argentina-Urss "La mano de Dios" colpisce ancora. In Messico '86 Maradona segnò agli inglesi col pugno, stavolta la mano di Maradona spinge fuori dalla rete un pallone destinato nel sacco. Niente rigore per l'arbitro svedese Fredrikson. La mano, venuta stavolta dall'arbitro, arriva comunque anche da Dio in aiuto ai sudamericani: il loro portiere Pumpido si frattura una gamba ed è sostituito da Goycoechea, che si rivelerà un formidabile pararigori le cui mani decideranno anche la sorte degli azzurri. L'Urss si rifà (4-0) col Camerun di "nonno" Milla (38 anni) ma non può evitare l'eliminazione nè impedire la promozione degli africani davanti ai romeni. Gli argentini passano per il rotto della cuffia, con ripescaggio delle terze. Agli ottavi passano anche Brasile, a punteggio pieno come l'Italia e con Careca ballerino di lambada ad ogni suo gol, la sorprendente Costa Rica guidata dallo jugoslavo Bora Mulitinovic, ex ct del Messico, che fa fuori Scozia e Svezia. Nessuna sorpresa negli altri gironi: passano i panzer di Germania trita tutto, la Jugoslavia di Jozic (libero con vocazione al gol), la Colombia di fenicotteri e del disinvolto portiere Higuita, la ritrovata Spagna di Michel il Belgio di Scifo che pure sbaglia un rigore contro gli iberici, l'Inghilterra dell'irascibile burlone Gascoigne, la mistica Irlanda del portiere Bonnei del ct Charlton, la smarrita Olanda di Gullit e Van Basten, l'impaccia Uruguay di Fonseca che supera il turno con un suo gol rifilato ai coreani in posizione di fuorigioco e a tempo scaduto.

Quel diavolo di Maradona
Si passa all'eliminazione diretta. Il mondiale entra nella sua fase più spettacolare anche se la formula dei rigori dopo i supplementari, foriera di intense emozioni in campo e davanti ai teleschermi, fa storcere il naso ai puristi del calcio. La prima giornata è riservata alla doppia sfida CC: Camerun-Colombia a Napoli e Cecoslovacchia-Costa Rica a Bari. Gli africani si dimostrano davvero indomabili. Nei supplementari il "vecchio leone" Milla prima trafigge di precisione lo spregiudicato Higuita e poi lo beffa rubandogli palla mentre il colombiano giocherella fuori area. A Bari i cecoslovacchi sfoderano un gigantesco Skhuravy che dall'alto del suo metro e 91 schiaccia con una tripletta di testa i piccoletti del Costa Rica. Italia '90 si sposta al nord: a Torino c'è il derby sudamericano Argentina-Brasile, a Milano la sfida sul tetto d'Europa tra Olanda e Germania, una sorta di derby Milan-Inter per la presenza di tanti rossoneri e nerazzurri nelle due squadre. Maradona strega i brasiliani che colgono tre pali, dominano per oltre un'ora col loro modulo a cinque difensori ma a 8 dalla fine si fanno sorprendere da un guizzo di Diego che inventa il gol decisivo per Caniggia. Il calcio è anche questo e Maradona si conferma il suo re. Lo scontro di San Siro è deludente: Milanolanda è neppure lontana parente della squadra campione d'Europa e gli interisti Klinsmann e Brehme l'affondano. Il match inoltre è macchiato dopo appena 22' da una rissa sotto porta tra Rijkaard e Voller. L'olandese sputa in faccia al tedesco e i due vengono espulsi.
L'Italia se la vede a Roma con l'Uruguay, squadra dura e rognosa che non fa giocare. Fortuna che c'è Schillaci e che il ct Vicini azzecca la mossa a sorpresa di immettere Serena nella ripresa. E la nuova-strana coppia confeziona la doppietta che dissolve l'incubo dei supplementari. Ai supplementari vanno invece gli altri tre ottavi, uno persino ai rigori. Nei calci dagli 11 metri i sorprendenti irlandesi battono i romeni grazie ad una miracolosa parata di Bonner e compiono l'impresa di approdare ai quarti senza aver vinto una sola partita. La Jugoslavia mette ko la Spagna di Suarez con una punizione capolavoro di Stojkovic al 92' mentre l'Inghilterra passa all' ultimo minuto quando Platt raccoglie una punizione di Gascoigne e in spettacolare girata batte il portiere belga Preud'Homme. È uno dei gol più belli di Italia '90. Si discute ancora dell'eliminazione di Olanda, Brasile, Spagna e ci si attendono altre sorprese nei quarti che invece promuovono le favorite. L'Italia di Schillaci e la Germania di Matthaeus superano senza strafare Irlanda e Cecoslovacchia mentre Inghilterra e Argentina hanno più gatte da pelare per domare rispettivamente i "leoni" del Camerun ai supplementari grazie all'infallibilità di Lineker dal dischetto e i "piavi" ai rigori grazie ad un paio di prodezze di Goycoechea. Si mette in risalto il calcio brioso del Camerun ma si comincia a rilevare il non eccelso livello di gioco espresso finora dal mondiale. Le semifinali accentueranno le critiche. Si decidono entrambe ai rigori e a 11 metri dalla porta si infrangono i sogni di azzurri ed inglesi. Napoli 3 luglio: c'è Italia-Argentina. Maradona ha surriscaldato la sfida con una grossolana mozione dei sentimenti rivolta ai "suoi" sostenitori napoletani. Si va allo stadio pensando per chi tiferà il San Paolo. Per Totò o per Diego? In 17 minuti la scelta è fatta: Totò va in gol riprendendo una corta respinta di Goycoechea su conclusione di Vialli (che Vicini ha recuperato sciogliendo inspiegabilmente la coppia magica Schillaci-Baggio). L'Italia si vede già in finale ma al 67' Olarticoechea fa un lancio per Caniggia che anticipa di testa Zenga, uscito dai pali in colpevole ritardo, ed è l'1-1. Si va ai supplementari, quindi ai maledetti rigori e dal dischetto gli errori fatali di Donadoni e Serena, che si fanno parare i tiri da Goycoechea (e tra l'esecuzione dei due azzurri c'è il decisivo gol di Maradona), bloccano l'Italia a 11 metri dalla finale. Undici metri di differenza anche tra Germania e Inghilterra: 1-1 dopo i 90' regolamentari e la coda di mezz'ora. Infallibili dal dischetto i tedeschi, sbagliano invece Pearce e Waddle. Gazza è in lacrime. Neppure riuscirà a consolarsi tre giorni più tardi a Bari nella finale per il terzo posto dove gli azzurri trovano lo zuccherino del bronzo in fondo all'amaro calice di Italia '90. Nonostante un inadeguato arbitraggio, la "finalina" è una delle più belle ed emozionanti partite del mondiale ma la rabbia per l'eliminazione in semifinale si accentua osservando che la squadra azzurra toma alle scintille una volta restituita alla sua magica coppia Schillaci-Baggio. Terzo posto e Totò capocannoniere: è qualcosa, ma poteva andare meglio. Resta un peccato.

La finale
La finale propone la rivincita di quella di Messico '86 mettendo faccia a faccia le squadre battutesi per il titolo quattro anni prima: Germania e Argentina. La formazione tedesca finora non ha entusiasmato ma si è mostrata tre le più solide e determinate partecipanti. A parte il pareggio con la Colombia nella prima fase e la promozione ai rigori in semifinale, i panzer di Beckenbauer non hanno avuto stenti. L'Argentina di Bilardo, o meglio di Maradona, invece è giunta in finale tra mille polemiche, facendo calcio speculativo, ricorrendo a falli sistematici e non sempre soltanto tattici, affidandosi alla soluzione-lotteria dei rigori. In due parole è arrivata in fondo giocando male: ripescata tra le terze nel primo turno, beffando il Brasile negli ottavi, attraverso i rigori contro Jugoslavia e Italia nei quarti e in semifinale. Un'eventuale conferma dell'Argentina campione squalificherebbe il calcio spettacolo su cui hanno investito l'organizzazione e tante forze economiche, mortificherebbe Italia 90, premierebbe le furbate sul fair play. E così ci si ricorda della "mano de Dios" di Maradona trasformatasi ora in "mano nera": quella di quattro anni prima contro l'Inghilterra quella di appena tre settimane avanti nella partita con l'Urss. E poi le risse da osteria di Diego e famiglia nel ritiro di Trigoria, la sua megalomania, le sua onnipotenza, i suoi guai personali con la giustizia, le carezze ai napoletani in antitesi alle provocazioni lanciate agli altri italiani, le sue accuse all'organizzazione calcistica e ai suoi dirigenti. Insomma l'Argentina d Maradona è una finalista scomoda e immeritevole. La finale, dunque dovrà "fare giustizia" anche a costo di farla con un'ingiustizia. Ed essa si consumerà puntualmente sul campo ad opera di un giudice al di sotto di ogni sospetto. L'esecuzione dell'odioso Maradona è affidata all'arbitro Edgardo Codesal Mendez, messicano di nazionalità ma uruguayano d'origine. Si comincia con un episodio vergognoso: prima dell'inizio il publico romano fischia l'inno dei sudamericani, "colpevoli" di avere eliminato l'Italia. Si gioca. L'Argentina di Carlos Bilardo fa la solita ammucchiata a centrocampo in attesa che Diego inventi qualcosa anche perché manca Caniggia, squalificato per una stupida ammonizione (comportamento antiregolamentare) rimediata in semifinale. La Germania di Franz Beckenbauer è imbrigliata nella manovra, macchinosa, quasi frenata. I tedeschi senza fantasia hanno difficoltà ad organizzare il gioco, continuamente spezzato dagli argentini. Il primo tempo è una grande noia. Si spera nella ripresa: tedeschi all'attacco a testa bassa e sudamericani in costante difesa avanzata. Ed ecco il crescendo di Codesal: espelle Monzon al suo secondo duro intervento su Klinsmann, non rileva un fallo da rigore su Dezotti e quindi, a sei minuti dalla fine, "scopre" un fallo da rigore di Sensini su Voeller. Sul dischetto va Brehme. Ha davanti il para-rigori Goycoechea ma il terzino interista lo batte con un destro rasoterra che si infila a fil di palo sulla destra del portiere argentino che intuisce la direzione senza arrivare sul pallone. Altri colpi (Dezotti è espulso per un fallo di reazione su Kohler) ed è la fine della partita più brutta del mondiale che consegna la Coppa del Mondo alla Germania, al suo terzo titolo dopo i successi del '54 e '74. Matthaeus alza il trofeo, Maradona piange indignato più che deluso. Qualche ora più tardi dirà: "Dovrò spiegare a mia figlia Dalmita che nel calcio c'è la mafia. Ho parlato male della Fifa e me l'hanno fatta pagare". "Italia '90 non c'è più, non è mai esistita - scrive quel giorno un umorista italiano. - È stata solo un'invenzione per rifare stadi e strade". La battuta fa sorridere qualcuno, non Maradona. Italia '90 ha chiuso lasciando queste riflessioni: lo spettacolo non è stato all'altezza dell'organizzazione, si sono viste manovre asfittiche, paura di osare e tattiche difensive. Dal grigiore generale si sono salvate poche squadre: la fantasia del Camerun, l'autorità della Germania ma soprattutto l'intensità dell'Italia. I giocatori: Schillaci cannoniere inesorabile, Matthaeus, Lineker, qualche lampo di Maradona, Baggio, Milla, Platt, Skuhravy e Goicoechea. Gli arbitri: hanno toccato il fondo. Frastornati dalle nuove disposizioni della Fifa (necessità cieca di repressione), gli arbitri sono stati i grandi sconfitti di Italia '90. La formula: alle esigenze tecniche si sono sovrapposte quelle commerciali. L'eliminazione diretta col meccanismo dei supplementari e soprattutto dei successivi rigori è altamente televisivo ma premia spesso le squadre più fortunate, non quelle più meritorie. Il cammino dell'Argentina è stato esemplare dello scadimento dei meriti.

I Protagonisti


Il CT: Franz Beckenbauer (Rfg)
(Monaco di Baviera 11 settembre 1945)
Il più grande calciatore tedesco di tutti i tempi nasce in un sobborgo di Monaco di Baviera l'11 settembre 1945. A 13 anni si presenta ad una leva calcistica del Bayern e supera l'esame a pieni voti. La classe e l'eleganza sono già quelle che lo renderanno famoso in tutto il mondo. A 18 anni è titolare in prima squadra ed un anno e mezzo dopo vince il suo primo titolo: il Bayern infatti chiude al primo posto della serie B tedesca, e sale così agli onori della "Bundesliga". Qualche mese dopo, il 26 settembre 1965, disputa una splendida partita con la nazionale, che a Stoccolma supera la Svezia: da quel giorno non si sfilerà più la maglia bianca con l'aquila, e se salterà qualche partita sarà soltanto per infortuni o squalifiche. A far grande Beckenbauer sono la pulizia del tocco, l'eleganza di tutti i movimenti, la sua tecnica raffinata, tutte doti fino ad allora assai poco tipiche del repertorio d'un calciatore tedesco. A soli 21 anni disputa un grande mondiale in Inghilterra, dove stupisce pubblico ed osservatori. Segna due splendidi gol alla Svizzera, uno all'Uruguay ed uno in semifinale all'Urss. Gioca una grande partita anche in finale, quando la Germania Ovest deve piegarsi alla ragion di stato che dà ragione ai padroni di casa inglesi.
A quei tempi è ancora uno splendido laterale, un mediano classico che orchestra la manovra piazzandosi davanti alla difesa. Poi il tecnico Schoen lo arretra nella posizione di libero, ed in quel ruolo col Bayern e con la nazionale vincerà veramente tutto. Quattro titoli di calciatore tedesco dell'anno, due Palloni d'Oro come miglior giocatore europeo (1972 e 1976), unico difensore ad aver avuto questo privilegio, campione di Germania per quattro volte, vincitore della Coppa di Germania per altre quattro volte. Tre invece le Coppe dei Campioni conquistate con il Bayern: 1974, 1975 e 1976. Una Coppa delle Coppe nel 1967, una Coppa Intercontinentale nel 1976. Con la nazionale è stato campione d'Europa nel 1972 e campione del mondo nel 1974, secondo ai mondiali del '66, terzo a quelli del 70, secondo agli Europei del '76. In nazionale ha giocato 103 partite, l'ultima delle quali il 23 febbraio 1977 a Parigi contro la Francia. Ha segnato 13 reti, 50 volte è stato capitano. Ha diviso carriera e trionfi, col Bayern e con la nazionale, con due ragazzi cresciuti assieme a lui nelle giovanili del club bavarese: Sepp Maier e Gerd Mueller. Beckenbauer è entrato nella storia dei mondiali di calcio anche per la stoica partita disputata contro l'Italia nei mondiali messicani del '70. Fu la leggendaria semifinale conclusasi 4-3 ai supplementari, ed il "Kaiser" la disputò quasi tutta con il braccio al collo per una lussazione alla spalla. Dopo esser stato il cardine del "Nationalmannshaft" per tanti anni, ha tentato l'avventura del calcio nordamericano della Nasi grazie ad un contratto miliardario propostogli dai New York Cosmos, dove ha giocate assieme al suo amico Pele ed a Giorgio Chinaglia. Disputò poi ancora una stagione nell'Amburgo prima di ritirarsi definitivamente ed iniziare una carriera di commentatore interrotta nel 1984, all'indomani degli Europei francesi, per assumere la guida della nazionale, pur senza avere il patentino da allenatore.
Per lui è stata così creata la carica di "team-chief". Nel suo nuovo incarico, ha ottenuto un secondo posto ai mondiali messicani dell'86 ed ha poi parzialmente fallito il traguardo degli Europei '88, quando la sua Germania è stata eliminata in semifinale dagli eterni rivali olandesi classificandosi terza. Poi la splendida avventura di Italia 90 con la vittoria finale sull'Argentina. Lui e il brasiliano Zagallo sono gli unici ad avere vinto il titolo più prestigioso sia da calciatore sia da selezionatore. Dopo Roma '90, come avevi già annunciato, ha lasciato al suo ex compagno Berti Vogts il compito di guidare la nazionale. Il suo bilancio da ct (dall'84 al '90) è: 66 partite, 35 vittorie, 18 pareggi e 13 sconfitte. Dopo una breve parentesi all'Olympique Marsiglia, è tornato al Bayern come membro del consiglio di amministrazione per diventarne presidente e vicepresidente della federcalcio tedesca.
In apparenza freddo e distaccato ma in realtà espansivo con gli amici veri, ha un matrimonio fallito alle spalle. In passato ha avuto problemi con il fisco tedesco tanto da fissare la propria residenza in Austria. Suo figlio, cresciuto nelle giovanili del Bayern, ha giocato nelle file del Monaco 1860, la seconda squadra della città bavarese.

Il capocannoniere: Salvatore Schillaci (Italia) - 6 Reti
(Palermo 1 dicembre 1964)
L'immagine del mondiale sta nei suoi occhi. Occhi lucidi, spiritati, allucinati, fuori dalle orbite e dentro quelli della tv planetaria. Italia '90 è Schillaci, maglia numero 19. Cresciuto nel quartiere più povero di Palermo, ragazzo di strada prima di mettere le mani a posto e i piedi al servizio del gol. Un anno nei dilettanti dell'Amat Palermo prima di esordire tra i professionisti nel 1982, in C2 con il Messina. Sette stagioni con il club isolano che nel 1986 raggiunge la B per restarci tre anni. 25 gol nei primi quattro campionati di C, tre alla prima stagione di B, 13 alla successiva, ieri in più nella stagione 88-89. È l'anno della consacrazione. I suoi gol d'opportunismo o di potenza e il formidabile scatto negli spazi stretti dell'area avversaria vengono notati da osservatori della Juventus, la squadra più blasonata d'Italia. In bianconero firma nell'81-90 la sua stagione più bella: serie A con 30 presenze (esordio il 27 agosto 1981 contro il Bologna) e 15 reti, Coppa Italia, Coppa Uefa e Nazionale. Una sola apparizione azzurra prima delle "notti magiche": debutto il 31 marzo '90 a Basilea, Svizzera-Italia 0-1. Al mondiale la sua irruzione è fragorosa e fa pensare al Paolo Rossi d'Argentina. Parte come ultimo attaccante della formazione di Azeglio Vicini, chiuso da tre giocatori più esperti e quotati, Vialli, Baggio e Carnevale. Ma gli bastano quattro minuti per lasciare il segno e aprire il suo mese da favola. Nella partita dell'esordio mondiale, entrato a un quarto d'ora dal termine, alla sua prima vera azione va in gol con un guizzante colpo di testa su cross di Vialli. Arrivano poi gli americani. In vantaggio per 1-0 grazie al gol iniziale di Giannini, sbagliato un rigore con Vialli, l'Italia è un po' in affanno. Nemmeno Schillaci, in campo dal 51' al posto di carnevale, fa miracoli ma gli azzurri si aggiudicano egualmente i due punti. Al terzo incontro, promosso titolare, Totò fulmina la Cecoslovacchia con un gol di testa dopo appena nove minuti spianando la strada del successo. Diventa il "Salvatore... della patria" per i tifosi italiani. Negli ottavi va ancora a segno contro l'Uruguay con un sinistro appena dentro l'area, nei quarti stende l'Eire riprendendo di destro una corta respinta di Bonner e trascina l'Italia alla semifinale. Contro l'Argentina Totò si ripete Infilando in rete su rinvio di Goycoechea. Non basta. L'Italia perde ai rigori (e lui non è chiamato al tiro dagli 11 metri) e sfuma la finalissima. C'è ancora tempo per il gol che lo consacra capocannoniere della manifestazione. Lo segna dal dischetto a quattro minuti dal termine nella finale per il terzo posto disputata contro l'Inghilterra. Arrivano gli elogi e le celebrazioni ma la favola è finita. La popolarità non lo monta ma lo disorienta. Non riuscirà più a ritrovarsi dal lato fisico né sotto l'aspetto psicologico. Nella stagione seguente i guizzi si smorzeranno, resteranno un ricordo. In Nazionale altre otto presenze e una sola rete, contro la Norvegia a Oslo. L'ultima partita in azzurro la giocherà il 25 settembre 1991 a Sofia, Bulgaria-Italia 2-1 in amichevole. In totale sedici presenze in Nazionale e sette realizzazioni, di cui sei al Mondiale italiano. Anche nella Juventus faticherà a trovare la via del gol. I bianconeri, in fase di ristrutturazione d'organico, lo cederanno all'Inter nel 1992, dopo due stagioni disastrose. Neppure in nerazzurro il ragazzo di Palermo si sbloccherà. Schillaci, vita e onori di atleta racchiusi in quattro settimane: è l'illuminante parentesi di un calciatore istintivo, cresciuto allo stato brado sulla strada e in campo in un momento di calcio divinizzato e miliardario. Giocatore di ieri, è stato costretto a giocare nell'oggi. Un eroe per caso, folgorante ad accendersi di gloria, altrettanto rapido a spegnersi. Ha lasciato il"copyright" su Italia '90 per rientrare subito dopo alle sue sofferenze. Nessuno è stato più puntuale di questo ragazzo di Palermo.

La stella: Lothar Herbert Matthaeus (Rfg)
(Erlangen 21 marzo 1961)
Uno dei più grandi registi del calcio. Sa interpretare contemporaneamente ruoli di copertura e di ispiratore di gioco a centrocampo dimostrandosi più completo di altri grandi numero 10 della storia. Dotato di eccellenti doti fisiche e di un tiro potente e preciso che lo fa specialista dei calci piazzati. Unico difetto: poco geniale e troppo metodico nel suo gioco carente di fantasia. Si mette in luce in Bundesliga appena diciottenne nel Borussia Moenchengladbach e già nell'anno successivo apporta un valide contributo alla sua nazionale campione d'Europa. Nel 1984 è ingaggiate dal Bayern Monaco con cui vince tre campionati (1985, 1986 e 1987). Ne 1986 è il leader della nazionale tedesca ai mondiali in Messico perduti in finale contro l'Argentina di Maradona, che neutralizza marcandolo a uomo per tutta la partita. Impostosi come il più forte giocatore europeo in quel periodo diventa l'oggetto del desiderio di molte società ma è l'Inter ad acquistarlo nel 1988. Nel periodo interista raggiunge l'apice divenendo la stella della squadra e svolgendo un ruolo fondamentale per la conquista dello scudetto dei record (1989 con 58 punti in 34 partite, primato de campionato italiano a 18 squadre e 2 punti per vittoria) segnando il gol decisivo nello scontro diretto con il Napoli di Maradona (2-1). Il meriti del suo alto rendimento va soprattutto al tecnico Giovanni Trapattoni che ne modifica parzialmente la posizione in campo. Nel 1990 è il capitano il trascinatore della Germania campione del mondo nella quale esalta il suo repertorio al punto da essere designato miglior giocatore del torneo quindi vincitore del Pallone d'oro. Nel 1991 arriva Orrico ad allenatore l'Inter e Matthaeus non si trova più a suo agio. Ha qualche screzio con tecnico prima di infortunarsi seriamente ad un ginocchio. L'Inter decide quindi di cederlo al Bayern con la convinzione che il giocatore sia finito Matthaeus, invece, disputa ad alto livello molte altre stagioni vincendo col Bayern altri quattro scudetti (1994,1997,1999 e 2000). In nazionale viene poi impiegato da libero prendendo parte ancora a due mondiali da titolare fisso e stabilendo così il record di partecipazioni ai mondiali (cinque) e di presenze in partite di Coppa del mondo (25: due nel 1982, sette nel 1986, sette nel 1990, cinque nel 1994 e quattro nel 1998). Nel 2000 passa ai New York Metrostars e dopo quella stagione dà l'addio al calcio giocato per dedicarsi all'attività di allenatore col rammarico di non avere mai vinto la Coppa Campioni perduta per tre volte in finale. Con la nazionale tedesca ha giocato per un ventennio (da giugno 1980 a giugno 2000) collezionando 150 presenze e segnando 23 reti.

Curiosità


Le cifre
Italia '90 ha incassato 170.982.217.000 lire, ha venduto 2.515.168 biglietti (media 48.368 ad incontro), gli accrediti emessi sono stati 42.931, i giornalisti accreditati sono stati 2.414 di cui 1606 presenti alla finale (record del mondo per una partita di calcio), 725 fotografi hanno scattato 1.440.000 foto (quasi 2000 a testa), sono stati utilizzati 4.830.000 fogli di carta per la produzione di comunicati. Germania-Jugoslavia a Milano è stata la partita per la quale sono stati veduti più biglietti (74.765), Jugoslavia-Emirati Arabi a Bologna quella con meno biglietti venduti (27.833). Ascolti tv: oltre 30 miliardi di contatti (in Messico '86 erano stati 13 miliardi).

Quell'Hooligan campione del mondo
La notte della conquista della Coppa del Mondo i calciatori tedeschi si concedono grande baldoria. Il rientro nell'albergo del ritiro avviene alle luci dell'alba. Stravolto, occhiali scuri, coperto da un bandierone tedesco, scende nella hall: sembra un hooligan. Gli avieri del servizio sicurezza hanno un sobbalzo. Stanno per placcarlo ma subito dopo si fermano accorgendosi che si tratta di Pierre Littbarski, sbronzo marcio a mezzogiorno. Birra e vino la notte, champagne a colazione. Ha festeggiato più degli altri compagni. Si giustifica: "Ero alla terza finale. Le altre due le avevo perse. Pensavo alla terza sconfitta e invece... Ho trent'anni. Non mi sarebbe più capitata un'occasione come questa. Ho festeggiato adeguatamente".

I semprepresenti
Soltanto 21 giocatori, di cui 7 italiani, sono stati sempre presenti giocando sette partite su sette. Compresi i supplementari i calciatori che sono stati più in campo sono due inglesi: Peter Shilton e De Walker con 720 minuti. Sono seguiti dal loro compagno di squadra Lineker (713'), dagli argentini Maradona e Simon (668), dall'altro argentino Basualdo (668) e dai tedeschi Matthaeus, lllgner, Buchwald e Augenthaler e dagli italiani Baresi, Bergomi, Maldini e Zenga, tutti a quota 660'. Delle finaliste la Germania di Franz Beckenbauer è stata la squadra che ha utilizzato un minor numero di giocatori: 19. È seguita da Italia e da Argentina con 20.

Tutto in famiglia
Sistematico black-out della corrente elettrica nell'isoletta di Alicudi (Eolie) e allora il parroco fa sistemare sul sagrato della chiesa un televisore a batteria con un'antenna parabolica di sua invenzione che consente ai suoi fedeli di seguire le partite del mondiale. Il parroco si chiama Angelo Schillaci, parente di Salvatore, attaccante della nazionale italiana.




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