Mondiale 1982 - Italia


Il Racconto


Come una corrida
Storica edizione dei mondiali di calcio. La partecipazione alla fase finale viene estesa per la prima volta da 16 a 24 squadre. La Spagna, cui di tempo è stata assegnata l'organizzazione della Coppa del Mondo 1982, sa di dovere allestire una maxi-rassegna venerdì 18 maggio 1971 quando i Comitato Esecutivo della FIFA ratifica la memorabile decisione presa i giorno prima dalla Commissione organizzativa presieduta dal tedesco Herman Neuberger. È la grande vittoria del Terzo Mondo calcistico (Africa, Asia, Australia e Nord Centro America) che fin dal 1970 aveva chiesto una maggiore partecipazione delle sue squadre alla fase finale de mondiali. È anche il grande successo del calcio in genere e del suo colossale sviluppo nel mondo specie grazie alla TV. È soprattutto l'affermazione personale del brasiliano Joao Havelange, presidente della federazione internazionale dal 1974, che è stato convinto promotore dell'iniziativa. Il calcio europeo, alla cui guida c'è l'italiano Artemio Franchi, resta comunque privilegiato ottenendo 14 posti. La Spagna, che aveva sempre sperato di tenere a battesimo l'edizione della svolta, è pronta ad accogliere la "grande corrida" mettendo a disposizione una mappa mondiale di 16 stadi e 14 città. E nella corrida si produrrà la più straordinaria sorpresa della storia dei mondiali con il trionfo dell'Italia di Bearzot, un successo tanto clamoroso quanto meritato, una affermazione imprevista dagli stessi bookmakers inglesi che alla vigilia della rassegna, come tutti gli esperti non avevano inserito la squadra azzurra tra le favorite quotandola addirittura 40 a 1. Solo nel 1950 quando l'Uruguay di Schiaffino e Ghiggia, aveva beffato il Brasile al Maracanà e nel 1954 quando la Germania di Walter aveva gettato nello sconforto la favorita Ungheria di Puskas il mondiale aveva laureato campioni inattesi ma soltanto nel pronostico della, finalissima perché uruguayani e tedeschi alla vigilia delle rispettive rassegne erano comunque nella rosa dei più attesi. Assolutamente inaspettato invece il "boom" azzurro in Spagna, specie per le premesse e per come è maturato. Reduce da una precoce qualificazione (quattro vittorie consecutive) seguita però da un anno e mezzo di risultati scadenti, minata dalla vicenda del totonero che le ha restituito soltanto all'ultimo momento Paolo Rossi dopo due anni, accompagnata dalle perplessità suscitate da un centrocampo non ancora stabilmente assemblato (a Braga, nell'ultima amichevole prima del mondiale, viene provato a mediano e bocciato Massari con una sola presenza alle spalle), costretta a rinunciare al suo "leader" Bettega alla vigilia della partenza per via di un serio infortunio, l'Italia si presenta in Spagna con il sogno di ripetere Buenos Aires anche se stavolta la concorrenza è micidiale. La compongono la Germania campione d'Europa un Brasile decisamente migliorato negli ultimi quattro anni, l'Argentina arricchita da Maradona, l'URSS imbattuta da due anni, la Spagna padrona di casa, la Francia emergente di Platini, il Belgio e la Cecoslovacchia finiti sul podio negli europei in Italia. Persino Polonia, Jugoslavia e Ungheria godono di maggiore credito. E l'avvio azzurro è tutt'altro che promettente Se questa è l'Italia - afferma il presidente della FIGC Sordillo dopo l'esibizione di Braga - possiamo tornare a casa".

Quella falsa partenza
Nel debutto a Vigo contro la Polonia di Boniek (fresco juventino e da qui quante insinuazioni), già malconcio ad una caviglia, e del "matusa" , Lato, gli azzurri "non vanno oltre uno squallido 0-0”. Pareggio di studio, si dice. Del resto non ha fatto peggio il giorno prima l'Argentina di Maradona sconfitta nella partita inaugurale dal Belgio con un gol sul filo del fuorigioco messo a segno da Vanuenbergh? Col Perù c'è un pauroso crollo degli azzurri nella ripresa dopo che sono andati in vantaggio al 19' con Conti. I sudamericani impongono all'Italia un 1-1 reso ancora più amaro dall'autogol di Collovati a cinque minuti dal termine. Stavolta e critico lo stesso Bearzot. Brutto segno, si pensa. Rossi in particolare è uno straccio, sembra svuotato di energie. Non le ritrova neppure contro il Camerun che a gran gioco a centrocampo. Agli azzurri, con la Polonia già matematicamente promossa per la goleada inflitta ai peruviani, basta un pareggio con gli africani per passare il turno e pareggio è anche se scaturisce da situazioni bislacche: ad un gol apparentemente "involontario" di Graziani (un colpo di nuca che imprime traiettoria beffarda per N'Kono) risponde dopo un minuto una rete di M'Bida infilatosi in un improvviso corridoio aperto dalla retroguardia italiana. È 1-1: Italia avanti tra gli insulti della critica promozione raggiunta per un golletto in più sugli africani a parità di differenza reti) e Camerun a casa ma da primatista in quanto prima squadra del continente nero a restare imbattuta in un mondiale. Si parla di premi scandalosi agli azzurri e piovono immancabili le interrogazioni parlamentari a Roma. In Spagna, frattanto, Sordillo parla ai giornalisti nelle conferenze, tacciono invece i calciatori che annunciano il silenzio-stampa durante il trasferimento aereo a Barcellona. E negli altri gironi? Tutto regolare... o quasi. L'incirca è da applicare agli scandalosi aiuti ricevuti da una deludente Spagna cui vengono regalati un rigore contro l'Honduras, un altro contro la Jugoslavia (l'arbitro danese Luna Soeresen verrà poi radiato per quella decisione) e la espulsione del difensore Donaghy contro Irlanda del Nord che vince comunque il confronto. Di peggio accade nel girone di austriaci e tedeschi. A questi ultimi, sconfitti nella prima partita agli algerini (2-1), serve una vittoria nell'ultima sfida con l'Austria che a sua volta per raggiungere la qualificazione può anche perdere ma con non più di un gol di scarto. Morale: dopo 11' Hrubesch porta sull'1-0 la RFG e poi... guai a tirare in porta da una parte e dall'altra. L'incontro farsa è criticato da tutti, specie dagli algerini che sono addirittura furiosi essendo penalizzati da quel pareggio, ma quando un risultato fa gli interessi di entrambe le squadre è fatale che venga "cercato" senza rischi sul campo senza che per questo debba essere figlio della corruzione. È come se due ciclisti in fuga si spartissero vittoria di tappa e maglia di "leader" in classifica generale. Il Brasile chiude il proprio girone a punteggio pieno ma all'avvio ha goduto di due rigori negati e di un gol annullato all'URSS che supera la Scozia solo per differenza reti. A pieno regime viaggia anche Inghilterra mentre la Cecoslovacchia si fa imporre il pari dal Kuwait all'esordio (1-1) e cede il passo alla Francia di Platini. L'Argentina, dopo lo scivolone iniziale coi belgi, si rialza vincendo su Ungheria e El Salvador ed è promossa assieme ai "diavoli rossi" di Tys mentre per i magiari è ancori amaro "mundial". Velenosa l'eliminazione della Jugoslavia la quale, dietro alla sorprendente Irlanda del Nord, deve dare strada alla Spagna sospinta dagli arbitraggi anziché dal gioco.

La resurrezione
Nella seconda fase l'Italia finisce nel girone proibito. Ci si chiede cosa potrà fare contro Argentina e Brasile. Chissà quale Massacro! Invece, il miracolo. Data per spacciata, senza avere nulla da perdere, l'Italia sfodera carattere, ritrova per incanto il "Pablito" disperso nella lontana Argentina scopre un Conti alla Pelé, rimette a lucido Zoff, fa mordere Gentile su Maradona e Zico, ruota attorno all'inesauribile galvanizzatore Tardelli, trova avversari congeniali e rispolvera una duttilità tattica vincente. Difesa spietata e stretta, attacchi in contropiede e anche a largo respiro con la partecipazione dei difensori. È altra Italia. È grande Italia. Nel piccolo stadio del Sarria gli azzurri compiono il capolavoro in due atti. Affrontano l'Argentina campione di Menotti e Maradona. Si comincia con gioco duro da ambo le parti. Primo tempo senza gol ma nella ripresa un uno-due di Tardelli e Cabrini, in contropiede, piega i sudamericani che reagiscono con ogni mezzo. A sette minuti dal termine Passarella sorprende la barriera italiana su punizione ed è il 2-1. Ultimi minuti tesissimi con l'Italia tutta in difesa e al fischio finale il risultato non è mutato. Nella seconda partita di girone il Brasile travolge gli ex campioni del mondo (3-1 dopo essere stata in vantaggio per 3-0) e si va all'ultimo confronto del girone con il Brasile nettamente favorito sull'Italia tanto più che ai gialloverdi basta un pareggio per andare in semifinale. Dopo 5' il primo colpo di scena. Su un traversone di Cabrini da sinistra, Rossi giunge puntuale di testa ed insacca. Brasiliani alla riscossa ed è Socrates sette minuti più tardi a ristabilire l'equilibrio concludendo tra palo e Zoff in uscita. Sugli spalti è festa brasiliana ma al 25' Cerezo sbaglia un appoggio consegnando palla a Rossi che lesto scatta verso Valdir Peres per batterlo da lontano. Nella ripresa forcing brasiliano è ossessivo e, dopo un clamoroso errore di Rossi che sbaglia il 3-1, Falcao indovina il giusto corridoio siglando il 2-2. Il Brasile ha la qualificazione in tasca ma vuole strafare e continua ad attaccare ma ancora una volta è "Pablito" a fargli lo sgambetto con una deviazione ravvicinata al 74'. Brasiliani increduli ed accecati di rabbia ma il muro difensivo azzurro tiene e allo scadere una parata di Zoff sulla linea sancisce trionfo dell'Italia e l'eliminazione dei favoriti di Spagna '82. Negli altri gironi la Polonia impone lo 0-0 all'Urss nella decisiva partita e passa per migliore differenza reti (quelle fatte al Belgio) ma perde la disponibilità di Boniek per la semifinale con gli azzurri, la Francia di Platini passa a pieno regime su Austria e Irlanda del Nord mentre la Germania Federale ringrazia la Spagna che, eliminata dai tedeschi, nell'ultimo confronto non cede agli inglesi salvando così la faccia davanti ai propri tifosi. Nelle semifinali targate Europa, mentre l'Italia dosa tatticamente la vittoria su un Polonia spenta senza l'apporto di Boniek, Francia e Germania danno vita ad un confronto di straordinaria bellezza e intensità emotiva. È la partita più lunga e drammatica della storia dei mondiali. Sono le 21 a Siviglia, la temperatura è di 33 gradi centigradi. C'è la potenza dei tedeschi contro la fantasia dei francesi. La Germania passa al 18' con Littbarski ma Platini risponde dopo neppure dieci minuti su rigore e dirige alla perfezione il centrocampo dei galletti. Questi ultimi applicano un calcio offensivo di fantasia mentre i tedeschi, senza l'infortunato Rummenigge, non trovano il bandolo della matassa. I francesi comunque sprecano qualche occasione di troppo. C'è anche un brutto episodio quando Battiston viene "addentato" da Schumacher. Con molta fortuna i tedeschi arrivano ai supplementari. Nel primo quarto d'ora aggiuntivo i francesi sembrano mettere al sicuro il risultato con gol di Tresor e Giresse nel giro di sei minuti. La Francia coglie anche un palo e sul 3-1 festeggia anzitempo la promozione in finale.
È Rummenigge, entrato al 97' come ultima carta della Germania al posto li Briegei, a suonare la riscossa segnando il 3-2 a due minuti dal cambio li campo. I tedeschi ora schierano quattro punte e raggiungono il pareggio al 108' con Fischer che corregge in rete un colpo di testa di Hrubesch. Si va ai rigori. Questa la sequenza: Giresse gol, Kaltz gol, Amoros gol, Ireitner gol (parziale: 5-5), Kocheteau gol, Stielike deviato da Ettori (situazione: 6-5 per la Francia che festeggia), Six sbaglia, Littbarski gol (parziale 6-6), Platini gol, Rummenigge gol (parziale 7-7). Il dramma continua, Bossis sbaglia e tutta la responsabilità va sulle spalle di Hrubesch. Il tedesco non fallisce ed è il definitivo 8-7 che beffa i francesi e premia i tedeschi, francesi, distrutti, perdono qualche giorno più tardi anche il podio facendosi battere dalla Polonia del recuperato Boniek per 3-2 nella finale per il terzo posto.

La finale
Italia e Germania faccia a faccia per l'ennesima volta nel mondiale. È questa la vera rivincita della storica semifinale dell'Azteca 1970. Stavolta al Bemabeu è in palio per entrambi, italiani e tedeschi, il loro terzo titolo, tedeschi sono malconci con Muller infortunato e Rummenigge acciaccato. Anche Bearzot ha i suoi grattacapi per rimpiazzare l'infortunato Antognoni ma ha la straordinaria intuizione di sostituire il centrocampista con il difensore marcatore Bergomi, 18 anni (diventerà il più giovane campione del mondo della storia dopo Pelé) alla sua quarta presenza in azzurro dopo il debutto premondiale a Lipsia, la breve apparizione col Brasile e la partita con la Polonia. L'avvio azzurro non è dei più felici perché ad un infortunio di Graziani (rimpiazzato da Altobelli) segue un rigore fallo di Briegel su Conti) che lo specialista Cabrini fallisce calciandolo fuori a fil di palo. È quell'episodio probabilmente a spronare ancora più gli azzurri anziché demoralizzarli. Nella ripresa Rossi mette in rete raccogliendo una punizione di Gentile, Tardelli raddoppia con un bolide imprendibile che spiazza Schumacher e Altobelli rifinisce il trionfo mettendo sigillo del 3-0 per l'Italia che lascia ai rivali il gol della bandiera siglato a Breitner. Ad ogni gol azzurro il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, in tribuna accanto a Re Juan Carlos, scatta in piedi entusiasta rischiando la caduta. Alla fine l'apoteosi azzurra. L'Italia è campione del mondo per la terza volta. Paolo Rossi è il capocannoniere con sei gol. L'impresa è storica. L'Italia in tutto il mondiale non è mai stata in svantaggio: ha sempre segnato per prima, mai ha dovuto rimontare ed è stata quindi imbattuta, cosa riuscita soltanto a poche vincitrici del titolo in passato, successo è quindi nitido. Il suo segreto? Il collettivo: la compattezza di gruppo e lo spirito di squadra. Sul piano tecnico Bearzot ha puntato 9 giocatori eclettici, capaci di difendere e attaccare, su quello tattico è stato successo del marcamento misto.

I Protagonisti


Il Capocannoniere: Paolo Rossi (Italia) - 6 reti
(Prato 23 settembre 1956)
La carriera come un romanzo, una vita senza mezzi toni: dalla cima di successo al profondo dello sconforto e della delusione in una perfida e esaltante altalena. Prigioniero del più comune nome d'Italia, comincia tirare calci a 11 anni in una squadretta della sua città, l'Ambrosiana. Il suo primo trasferimento avviene a 12 anni ed è di pochi chilometri andando giocare nella cattolica Virtus di Firenze fino a 16 anni quando va nelle giovanili della Juventus. Qui non ha fortuna perché una serie di incidenti gli consente di fare soltanto una partita in Coppa Italia in tre anni. Dirottato a Como non riesce a sfondare disputandovi soltanto sei incontri (il debutto in serie A lo fa il 1 novembre 1975 in Perugia-Como 2-0). L'anno successivo è in serie B col Vicenza. È la sua fortuna. A 20 anni, con tre operazioni al menisco ed estenuanti periodi di inattività alle spalle, Rossi trova nel presidente della società veneta Giussi Farina, personaggio a forti tinte, il suo profeta. Nel Vicenza, alla cui promozione in serie A Rossi dà un decisivo contributo, il futuro "goleador de Espana 82" riesce ad esprimere talento e personalità tanto da portare la squadra provinciale a sfiorare persino lo scudetto. Esordisce in nazionale sotto Natale, il 12 dicembre 1977 a Liegi in una serata gelida dove l'Italia semisperimentale batte il Belgio per 1-0. Alla vigilia della partenza degli azzurri per i mondiali in Argentina è al centro di una disputa tra il Vicenza e la Juventus e alle buste il presidente Farina lo strappa a Boniperti per una cifra iperbolica che spinge Carrai alle dimissioni dalla presidenza di Lega. In Argentina la sua consacrazione internazionale. Le sue doti di opportunismo, rapidità e di movimento costante danno un nuovo volto alla nazionale italiana. Bearzot se ne rende conto nella partita premondiale con il Deportivo Italiano a Buenos Aires Io promuove titolare al posto di Graziani. Rossi diventa subito "Pablito" per gli ammirati argentini e per i tifosi italiani. È lui a dare il maggior contributo di simpatia che ispira la squadra azzurra in quel "mundial". Torna in Italia da "eroe" ma due anni più tardi, dirottato a Perugia col Vicenza in serie B, si trova invischiato nello scandalo delle scommesse. L'Italia si spacca in due su di lui: colpevolisti e innocentisti. Rimedia un squalifica di due anni durante i quali matura il trasferimento alla Juventus. Torna in campo a Udine e sigla di testa un gol della vittoria per 5-1 dei bianconeri alla fine del campionato 1981-82, giusto in tempo per partecipare ai mondiali. È infatti Bearzot a dargli fiducia schierandolo come titolare in Spagna soltanto dopo un incoraggiante provino in Svizzera. In Spagna altro calvario: l'inizio è disastroso come la squadra, poi la resurrezione sua e dell'intero complesso. Segna i tre gol che affondano il Brasile i due che liquidano la Polonia in semifinale e il primo della finale coi tedeschi. Poi, dopo il trionfo, la delusione nella Juventus e il trasferimento al Milan nel 1985. Nel 1986, Bearzot lo richiama in azzurro per la sua terza avventura mondiale. In Messico 86 però le sue condizioni fisiche e psicologiche non gli consentono di trovare la sua ennesima rivincita. Stavolta è "mundial" amaro per Rossi e per la nazionale italiana. Lasciato l'azzurro (ultima presenza l'11 maggio del '95 a Napoli contro la Cina) "Pablito" chiude la carriera da professionista nell'Hellas Verona con cui nella stagione 86-87 realizza 4 gol in 20 partite.

La stella: Michel Platini (Francia)
(Joeuf 21 giugno 1955)
Soltanto un calciatore è stato capace di vincere per tre volte il "Pallone d'Oro" di France Football che premia il miglior giocatore europeo: Michel Platini. Ed in questa valutazione non è mai entrato il proverbiale sciovinismo dei francesi: Platini questi trofei se li è meritati ampiamente. Nasce il 21 giugno del 1955 a Joeuf, in Lorena, dove il nonno Francesco si è trasferito dal natio Piemonte. Il muratore piemontese a forza di mettere insieme mattoni riesce a risparmiare il gruzzolo sufficiente per compare il "bar degli sportivi" di Joeuf, e lì passa lunghe ore a parlare della sua grande passione: il calcio. Il figlio Aldo eredita l'amore per questo sport, e lo pratica pure con discreti risultati, ma non se la sente di affrontare una carriera vera e propria: preferisce fare il professore di matematica. La lacuna verrà colmata dal figlio Michel, che fin da piccolissimo denota una spiccata propensione per tutti gli sport, e per il calcio in particolare: per ore ed ore si esercita a tirare la palla contro la saracinesca di un garage, con il cane Fufi nel ruolo di improvvisato "portiere". A undici anni firma il suo primo cartellino, per il Jovicienne di Joeuf, mentre il padre lo segue dappertutto e gli fa da allenatore personale. Michel deve ripetere per ore ed ore ogni tipo di esercizio, e ad ogni stop che sbaglia papà Aldo gli fa fare venti giri di campo per punizione. A 14 anni va a Parigi, stadio di Colombes,per partecipare alla finale del concorso per i migliori giovani calciatori di Francia, ma un vento fortissimo gli impedisce di mostrare le sue qualità. Viene bocciato, e per consolarlo gli regalano un biglietto per salire sulla Torre Eiffel. Tre anni dopo, nel 1972, va a fare un provino per Metz, ma durante le visite mediche gli diagnostico una insufficienza cardiaca e lo rispediscono a casa. Poco male, perché il nome di Michel comincia già a circolare per tutta la Francia, e si fanno avanti Sedan e Sochaux. Al diciassettenne talento viene offerto un ingaggio perfino dal vicino Belgio, dallo Charleroi. Michel preferisce Nancy, nell'amata Lorena, da quel giorno comincia la sua leggenda. Il presidente del club biancorosso Claude Cuny si rende subito conto delle qualità del ragazzo, e lo ingaggia a sviluppare l'abilità nei calci piazzati. Compra quattro sagome azzurre di plastica e le regala a Platini, affinché possa esercitarsi nelle punizioni alla fine di ogni allenamento. Il ragazzo, prontamente, esegue, come aveva fatto con papà Aldo quando questi lo costringeva ad interminabili sedute di palleggio a piedi scalzi sulla spiaggia di Perros Guirec, in Bretagna, dove i Platini andavano in vacanza. Il 3 maggio del 1972 Michel esordisce nella serie A francese. La partita è Nancy-Nimes, e quell'anno la giovanissima mezzala totalizzerà cinque presenze e due reti. Mette subito in mostra una spiccata propensione per il gol, lo vogliono trasformare in punta pura ma lui non ci sta: vuole orchestrare la manovra, non per niente da bambino i suoi idoli erano Rivera e Guillou, due celebri "registi". Dopo quella del suo esordio Michel gioca nel Nancy per altre sei stagioni, vincendo una Coppa di Francia; per un club di provincia come il suo è un successo storico. Poi va al St Etienne, dove resta per tre stagioni, vincendo un titolo francese. Ormai è conosciuto in tutta Europa, si è già messo i mostra durante i mondiali d'Argentina, l'Inter gli fa da tempo una corte spietata, in Francia c'è chi lo adora e chi lo detesta, lo accusano di non essere un vincente, è bravo ma, secondo alcuni, non è un vero leader. E poi gli infortuni: Michel ne cade facilmente vittima.
Dal '72 al '76 si rompe due volte la caviglia sinistra, una volta una mano una volta un braccio, una volta lo devono operare di menisco, in uno scontro durante una partita, con Tresor, storico libero della nazionale francese sviene e fa ammutolire lo stadio, poi fortunatamente se la cava. Chiude la sua carriera francese con 250 partite in prima divisione e 131 reti, e poi a sorpresa va alla Juventus, dove inizia un ciclo che resterà nella storia. A chi lo accusa di non saper vincere Platini risponderà con questi successi, otto gol tra l'82-'83 e l'86-'87: 2 scudetti italiani, una Coppa Italia, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea, una Coppa dei Campioni una Coppa delle Coppe, un Mundialito club. Nel 1984 segnando otto gol in cinque partite trascina la Francia al successo nel Campionato d'Europa, Vince il "Pallone d'Oro" nell' 83, nell' 84 e nell' 85. Nelle sue prime tre stagioni italiane vince sempre il titolo di capocannoniere. Chiude la carriera juventina con queste cifre: 147 presenze e 68 gol (di cui dieci su rigore) in campionato, 38 presenze e 16 reti (tre su rigore) in Coppa Italia, 28 partite e 16 gol (cinque su rigore) in Coppa dei Campioni, otto partite e due gol in Coppa delle Coppe, per un totale assoluto di 221 presenze e 102 reti (di cui 18 su rigore) con la maglia della Juventus. L'unico suo grande sogno che resta inappagato è quello di vincere un Mondiale. Partecipa a tre edizioni, arriva quarto nell' 82 e terzo nell' 84, due risultati che probabilmente senza di lui la Francia non avrebbe mai ottenuto. Mai disposto a limitarsi dentro schemi fissi, gelosissimo del suo privato, a volte sdegnoso e sempre ironico, secondo alcuni un po' lento nel gioco senza palla. Ma sopratutto grandissimo talento non solo individuale ma efficacissimo anche nei panni di uomo-squadra. Dopo un'ultima stagione in sordina, quella con la Juve nell'86-'87 (soltanto due gol in campionato, un assurdo per lui) decide di ritirarsi a 32 anni non ancora compiuti. Un addio secondo alcuni prematuro, ma non sarebbe stato da Platini lasciare consegnando alla storia un'immagine sbiadita. Da calciatore ha indossato la maglia dei "Coqs per 71 volte segnando 42 reti. Nel 1988 ha avuto il compito di rifondare nazionale francese, di cui è stato commissario tecnico e responsabile unico fino al 1992 fallendo peraltro il traguardo di Italia '90. È stato co-presidente del comitato organizzatore del mondiale di Francia '98. Al decimo Congresso Straordinario UEFA di Zurigo nel maggio 2007, è stato eletto Presidente dell'Unione calcistica europea.

Il Ct: Enzo Bearzot (Italia)
(Aiello del Friuli 26 settembre 1927)
È stato il ct mundial, il tecnico che ha guidato la nazionale italiana negli negli ultimi tre mondiali di lingua spagnola (Argentina '78, Spagna '82 e Messico 86) portandola al titolo nel 1982. Se non lo hanno fatto ambasciatore per meriti sportivi è perché da sempre è stato un condottiero, un leader. Quando aveva assunto l'incarico nel 1977 lo avevano definito "travet", un uomo caparbio e ruvido, poi lo hanno ribattezzato conservatore solo perchè come il suo lontano predecessore Vittorio Pozzo aveva fedeltà assoluta in certi uomini che hanno fatto da capisaldi della squadra, quindi è stato per tutti il CT dal volto umano". Una faccia da pugile tagliata nei lineamenti con l'accetta, una pipa seconda soltanto a quella dell'ex presidente Iella Repubblica Sandro Pertini, il "vecio", come affettuosamente lo chiamano gli amici, ha scritto uno dei periodi più fulgidi della storia del callo italiano. Quel 3-2 sul Brasile di Falcao e Zico, Socrates e Cerezo - ricorda Bearzot nel suo libro". Il calcio mundial "rievocando la sfida del Sarria a Barcellona 82 - mi resta nel cuore e nella mente come un episodio tra i più emozionanti della mia vita. Fu una partita tutta da soffrire, sino all'ultimo minuto" . Eppoi sulla finale del titolo contro la Germania: "Cabini nell'intervallo dopo avere calciato fuori quel rigore era assai avvilito. Stava in silenzio, pensava di tirar fuori qualche parola di scusa verso di me verso la squadra, non sapeva capacitarsi di aver buttato via quel pallone, con quel sinistro che aveva scelto una traiettoria troppo larga per cercare angolino lontano dalle lunghe braccia di Schumacher. Intervenni subito prendendo io la parola, dissi a Cabrini che non doveva minimamente preoccuparsi perche i rigori si sono sempre sbagliati da che esiste il gioco del calcio e che li sbagliano persino i grandi calciatori... Cabrini mi guardò e mi accorsi che aveva qualche bella lacrima sul viso, qualcosa che per me valeva oro e che per i suoi compagni fece l'effetto di una carica". E ancora sulla sua concezione del calcio: "Una squadra di calcio deve essere come un'orchestra di jazz. Anche in campo contano l'affiatamento e il cuore, l'estro e la grinta: al momento giusto ci sta bene un assolo ma lo spartito devono conoscerlo tutti quelli dell'orchestra e alla fine gli applausi (o i fischi) vanno divisi fra tutti, in parti uguali. A me tocca fare il direttore d'orchestra. Infine su se stesso: "Noi friulani abbiamo paura di essere aggrediti perche siamo sempre stati invasi: abbiamo paura di demolire perché troppe volte siamo stati costretti a ricostruire. Terra di terremoti, la nostra, terra di frontiera. Anche per questo, i nostri valori sono il rispetto dell'esperienza, la disciplina, il rispetto degli anziani, il culto del lavoro e della tradizione e, soprattutto, il concetto di solidarietà".
Enzo Bearzot nasce a Joannis, presso Aiello del Friuli, in provincia di Udine il 26 settembre 1927. Il padre è un severo funzionario di banca che trasmette al figlio l'amore per la musica non riuscendo a farne però un organista come lui. Raggiunta la maturità classica, al momento di scegliere a calcio e studi, segue "il profumo della passione" anziché quello di diventare medico o farmacista. Nel 1946, dopo essere cresciuto come calciatore (mediano destro) nelle file dell'Aiello, esordisce in serie B con la Pro Gorizia sotto la guida tecnica di Giacomo Biasion. Nel '48 si trasferisce al l'Inter del gallese Astley e del suo idolo Campatelli (al quale per lungo tempo non riesce a dare del tu) classificandosi secondo a 5 punti dal Torino, dichiarato campione dal Consiglio federale dopo la sciagura di Superga. Il suo esordio in serie A avviene il 21 novembre 1948 a San Siro contro il Livorno (1-0). Nel '51 passa al Catania, in serie B, dove resta per tre stagioni prima di essere trasferito al Torino di Frossi nel 1954 e il 26 giugno 1955 esordisce nella nazionale B a Trieste contro la Turchia (1-1 prima di essere promosso "moschettiere" il 27 novembre di quell'anno quando gioca la sua unica partita in nazionale maggiore affrontando l'Ungheria a Budapest col compito di controllare Puskas, che all'80' segna il primo dei due gol con cui i magiari liquidano gli azzurri. Bearzot si rifà d quella delusione il mese successivo (16 dicembre 55) segnando di testa la rete con cui l'Italia B batte l'Egitto al Cairo. Una terza partita in nazionale B (15 febbraio 56 a Marsiglia) contro la rappresentativa francese e la carriera azzurra del calciatore Bearzot non ha seguito. Frossi lo porta nel 56 all'Inter dove resta una sola stagione prima di tornare a Torino e concludervi l'attività agonistica nel 1964 sotto la guida di "Paron" Nereo Rocco che gli fa giocare due sole partite. In 18 stagioni da professionista Bearzot disputa 422 incontri segnando 11 reti. Nella società granata comincia la carriera di allenatore curando le giovanili del Torino e diventa "secondo di prima squadra nel 1967 per poi passare primo allenatore al Prato (serie C) nel 1968 dopo essere stato esonerato dal Torino il 4 gennaio di quel l'anno. Da Prato a Coverciano sono due passi e Bearzot li compie nell'l'estate 1969 entrando nello staff tecnico della F1GC. Osservatore di Valcareggi, Bearzot si occupa della rappresentativa di serie C, della squadra di Lega semiprofessionisti e della Under 21". Va in Messico '70 e in Germania '74 come "aiuto" finché il 22 giugno 1975, dopo l'esonero di Valcareggi, diviene CT della Nazionale come collaboratore" del direttore generale Fulvio Bernardini. L'8 ottobre 1977 è nominato responsabile unico della Nazionale A e minori. Sotto la sua gestione (27 settembre 1975-1 giugno 1986: la più lunga dopo quelle di Pozzo) la nazionale italiana gioca 104 partite vincendone 51, pareggiandone 28 e perdendone 25. È sposato con Luisa Crippa, ha due figli: Cinzia e Glauco.

Curiosità


Lo sceicco non ci sta
Stadio di Valladolid 21 giugno 1982. Si gioca la quarta partita de gruppo 4 tra la Francia di Platini ed il Kuwait di AI Dakheel che al debutto ha imposto l'1-l alla Cecoslovacchia. I "galletti" stanno dominando senza problemi viaggiando sul 3-1 nel secondo tempo quando Giresse in contropiede rifila impietoso il quarto gol agli arabi. In tribuna lo sceicco Abdul Al Yaber Fahad AI Sabah, presidente della federazione del Kuwait e fratello del potente emiro, scatta in piedi e con teatrale gesto invita i suoi giocatori a lasciare il campo di gioco. Attimi di smarrimento sul prato l'arbitro sovietico Miroslav Stupar fa il verso al proprio nome "stupefacendosi" nel vedere i calciatori perplessi all'invito del "capo" che, in bianche vesti e nero mantello scende sul campo per fare valere le proprie osservazioni al direttore di gara. Sette minuti di fitto colloquio con lo sceicco, poi l'arbitro fa riprendere posizione sul terreno di gioco annunciando che il gol di Giresse era irregolare e pertanto viene annullato anche se in un primo tempo convalidato. Si riparte con un calcio a due. C'è chi sostiene che i petrodollaro sta rafforzandosi su tutti i mercati ma ci pensa Bossis a gelare i sospetti legalizzando allo scadere il sacrosanto 4-1. La sorpresa più valida del Kuwait resta comunque il pareggio che ottiene con la Cecoslovacchia piuttosto che l'exploit del suo presidente a Valladolid.

Il terzo mondo
Fanno parlare di sé anche il Camerun che lascia il mondiale imbattuto, l'Algeria che si toglie lo sfizio di battere la Germania Federale (2-1) e il Cile (3-2)ma si macera di rabbia per l'eliminazione che le confezionano tedeschi e austriaci, il commovente portiere dell'Honduras, Arzu, che disperato sull'erba piange dopo il gol su rigore messo a segno dallo jugoslavo Petrovic a due minuti dal termine di una partita dominata dai latinoamericani pareggiato con Spagna e Irlanda del Nord. Insomma il Terzo Mondo avanza.

La Svizzera di Marco
"Mi ospitate in Svizzera?" C'era una "frontiera" da varcare quando in casa azzurra le notti insonni gonfiavano i pensieri e l'ansia non veniva mai messa in fallo laterale. Marco Tardelli, sempre in ritardo quando era ora di mettersi a dormire, quella dogana dove dichiarare i propri stati d'animo la frequentava spesso. Era la camera d'albergo condivisa da Zoff e Scirea, soprannominata il centrocampista. Bussava in e si imbucava": cercando rifugio, aria buona e genuina nel caos delle parole inutili, provando a mettere la sordina ai rumori del suo umore. Zoff e Scirea, capitani taciturni ma con il raro tocco comune della purezza morale, quella porta usata come sedativo per controllare paure ed emozioni, non la lasciavano mai chiusa.




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