Mondiale 1974 - Germania Ovest


Il Racconto


Sull'orma olimpica
Per la seconda volta consecutiva il mondiale di calcio segue la pista olimpica. Dopo il biennio messicano (Giochi '68 e Mundial '70), arriva quello tedesco (Giochi di Monaco '72 e "Weltmeisterschaft" '74). Più drammatica della precedente è la vigilia di questa decima edizione della Coppa del mondo perché se in Messico la rivolta studentesca del 68 culminata con la sparatoria di Piazza delle tre culture era stata figlia di un dissenso interno nel paese latinoamericano che due anni più tardi si era più attentamente premunito da sorprese, la tragedia del Fuesterfeldbruck seguita dall'assalto palestinese nella palazzina degli israeliani al villaggio olimpico ii Monaco era stato il prodotto del terrorismo internazionale, e come tate il maggiore impatto sull'opinione pubblica mondiale oltreché più esposta ad avere un'eventuale replica. Probabile che la Fifa si sia pentita nel '72 di avere assegnato sei anni prima, nel 1966, i mondiali '74 alla Germania ma non si poteva certo tornare indietro e comunque per la RFG allestire la Coppa del Mondo due anni dopo la tragedia di Monaco costituiva una doverosa occasione di riscatto sul piano della sicurezza, redenzione puntualmente avvenuta. In termini di politica sportiva la federazione ínternazionale resiste alle pressioni del Terzo Mondo, che vuole maggiore rappresentatività al mondiale in rapporto alla presenza europea, ma con la nuova Coppa FIFA (la Rimet è stata definitivamente assegnata al Brasile nel 1970) modifica anche la formula portando da 32 a 38 il numero di gare ridate attraverso l'istituzione di un secondo turno a due gironi da quattro squadre le cui vincenti si contenderanno il titolo. Le nazioni emergenti peraltro esercitano il loro accresciuto peso politico nell'elezione del nuovi presidente della FIFA. Due giorni prima della partita inaugurale in Germania, infatti, il brasiliano Joao Havelange vince la concorrenza dell'inglese Stanley Rous nella corsa alla presidenza della federazione internazionale, fino ad allora retta sempre da europei. Tra le 16 finaliste 94 iscritte non ci sono Inghilterra (eliminata dalla Polonia) e URSS (rifiutatasi di affrontare a Santiago il Cile del golpe contro Allende) ma figurano per la prima volta in lizza nella fase finale Australia, Haiti, e la Germania Orientale. Per quest'ultima si tratta di un debutto importante reso ancora più significativo dal fatto che nel sorteggio pilotato del 5 gennaio 1974 a Francoforte è "capitata" nello stesso girone della Germania Occidentale con sfida diretta fissata per le 19,30 di sabato 22 giugno ad Amburgo. In attesa di quel duello la Coppa del mondo "apre" con il Brasile "campeao" orfano dopo quattro mondiali della sua stella Pelé. "O'rey", dopo 110 incontri e 95 gol, ha dato addio alla maglia gialloverde il 18 luglio 1971 al Maracanà di Rio affrontando in amichevole la Jugoslavia. Proprio contro la Jugoslavia il Brasile inaugura Germania 74 e fa rimpiangere subito i vecchi tempi. Per la terza volta consecutiva l'ouverture resta senza acuti. E uno 0-0 che fa recriminare i "plavi" più che i sudamericani dato che Oblak coglie un palo e Acimovic e Petkovic mancano due facili occasioni. Il Brasile denuncia così subito il suo declino e salgono le quotazioni delle europee, in particolare della Germania padrona di casa, dell'Olanda emergente con i titoli dei suoi club Ajax e Feyenoord, e dell'Italia vice- campione del mondo e imbattuta da 12 partite".

Il congedo
Sono proprio gli azzurri di Valcareggi a seguire il Brasile nella delusione. L'Italia comincia tremando contro Haiti tanto da chiudere senza reti il primo tempo e andare addirittura in svantaggio in apertura di ripresa. È Sanon a cogliere scoperta la difesa italiana e a battere Zoff dopo 1143' di imbattibilità. Pareggia Rivera sei minuti più tardi e quindi un'autorete haitiana allontana lo spettro della Corea del Nord prima che Chinaglia congedi Valcareggi con un gestaccio per la sua sostituzione con Anastasi il quale arrotonda il punteggio sul 3-1 per gli azzurri. Quel gol di Sanon però costerà molto caro all'Italia che, pareggiato 1-1 il successivo confronto con l'Argentina grazie ad un altro autogol (di Perfumo), si gioca la qualificazione nello scontro con la Polonia, già segnalatasi come la grande sorpresa dei mondiali, prima avendo eliminato l'Inghilterra nelle qualificazioni, ora manifestando di essere depositaria di un calcio veloce ed efficace. Ad azzurri e polacchi basta un pareggio per superare il turno ma gli italiani partono a spron battuto, falliscono due facili occasioni e l'arbitro tedesco orientale Weyland nega un rigore su fallo subito da Anastasi sulla linea di porta. Il collettivo dell'est si scatena e rifila due gol con Szarmach e Deyna alla difesa azzurra che ha perduto da qualche minuto Burgnich infortunato. Nel finale Capello riduce le distanze ma è gol che non serve. L'Italia torna in patria per la differenza reti peggiore nei confronti di duella dell'Argentina (+2 dei sudamericani contro il +1 degli azzurri). È la disfatta dei messicani" di Valcareggi ma lo sfascio azzurro è avvenuto prima, nell'albergo "Mon Repos" (infausto nome per degli atleti) di Luowigsburg, presso Stoccarda, dove il "club Italia" naufraga tra l'indisciplina e la congiura. "Ne successero di tutti i colori - ricorda anni dopo Gigi Riva. - Ci fu una indegna lotta di clan. Chi non giocava criticava chi andava in campo. I laziali, Treschi campioni d'Italia, si sentivano in diritto di spaccare il gruppo". I principali artefici di quella atmosfera sono Chinaglia e Wilson.
Il primo, non pago di avere mandato a quel paese Valcareggi, si esibisce verbalmente alla TV spiegando i diritti delle... riserve riprendendo un tema già aperto da Juliano prima di partire dall'Italia. "Parla in stato confusionale" afferma Carraro al processo del giocatore nella sala ristorante del Mon Repos presente anche Franchi. Grazie alla presenza di Maestrelli, allenatore laziale "Long John" viene graziato mentre il dirigente accompagnatore Italo Allodi viene dissuaso dal segretario della Figc Dario Borgogno dal proposito di lasciare la comitiva. A gettare altro fango sulla spedizione azzurra penserà a fine mondiale il ct polacco Gorskì accusando l'Italia di aver tentato di pattuire il pareggio nella sfida di Stoccarda. La Polonia frattanto conferma le qualità messe in luce con la vittoria olimpica di due anni prima, in particolare con il tridente composto da Lato, Szarmarch e Gadocha guidato dal talento di Deyna. Se i polacchi stupiscono, gli olandesi incantano.

Sbocciano i Tulipani
I "tulipani" di Cruijff, finto centravanti, sono gli interpreti di un calcio rivoluzionario. Sbarazzatisi di Uruguay (2-0) e Bulgaria (4-1), gli olandesi pareggiano 1-1 con la Svezia ma il loro 4-3-3 con movimento "totale" fa già scuola. La rivoluzione è fondata sulla concezione dei ruoli non più affidati a specialisti ma ad elementi eclettici, polivalenti, capaci di difendere, attaccare e partecipare alla costruzione di una manovra a fisarmonica fondata sulla grande preparazione fisica di un collettivo assemblato con campioni autentici. La Germania Federale di Schoen, ct che subisce le decisioni di "Kaiser" Franz Beckenbauer il quale preferisce Overath a Netzer, incappa in un'inattesa sconfitta nel duello "tra fratelli" con la RDT. La partita politica più attesa del primo turno è decisa da un solo gol. Lo mette a segno Sparwasser, che entra così nella storia del mondiale. La sconfitta però si traduce in un vantaggio per la RFG che, seconda nel suo girone, evita il gruppo di Olanda e Brasile in semifinale per finire in quello della Polonia. Olandesi e brasiliani si sbarazzano rispettivamente di RDT e Argentina mentre i tedeschi occidentali e polacchi fanno altrettanto con Svezia e Jugoslavia. Ultimi scontri per la designazione delle finaliste. L'Olanda dà lezione di calcio moderno ai sudamericani cui saltano i nervi dopo i gol di Neeskens e Cruijff all'inizio della ripresa. Lo scontro si inasprisce e Pereira viene mandato anzitempo negli spogliatoi. È l'addio al grande Brasile e il benvenuto alla piccola brava Olanda. L'altro scontro decisivo consuma sul campo di "pallanuoto" di Francoforte che un violento acquazzone ha reso impraticabile ma che i pompieri tedeschi hanno restituito alla regolarità prosciugandolo con pompe, giganteschi ventilatori e spugne rotanti. Le condizioni del terreno frenano la velocità polacca ed esaltano il fondo della squadra di Schoen che pure deve sfoderare tra i pali un Maier in grande vena. Dopo un rigore fallito da Hoeness all'inizio della ripresa (gigantesco Tomaszewski gli para il tiro), al 74' Mueller rapina alla sua maniera il gol che promuove la Germania in finale.

La finale
Germania e Olanda sono così le degne finaliste del mondiale. I pronostici sono tutti per i tulipani che giocano facendo melina per poi scattare improvvisamente in gol, che attaccano portando palla all'esterno, sulle fasce, dando l'impressione di attuare schemi di basket. Alla Germania gli stessi tedeschi non credono molto anche se la sconfitta contro la RDT è stata "digerita" e la vittoria sulla Polonia, altra stella del mondiale (e lo dimostra battendo per il terzo posto il Brasile), ha rincuorato un po' sia i tifosi sia l'ambiente di una squadra che si è composta durante la competizione. Si gioca domenica 7 luglio alle 17 sotto lo splendido tendone translucido dell'Olympiastadion. Mai una finale mondiale ha un avvio così emozionante. Dopo appena 56" l'arbitro inglese John Keith Taylor indica il dischetto del rigore: nella sua prima azione Cruijff in dribbling prolungato viene messo a terra da Vogts in area tedesca. Neeskens non dà tempo per eventuali ripensamenti arbitrali, si precipita sulla palla e realizza dagli 11 metri. Olanda-Germania 1-0. I tedeschi giocano con l'handicap. Tutti i loro piani tattici saltano. E "Kaiser Franz' Beckenbauer, che dai mondiali in Inghilterra 66 cerca vendetta dopo essere passato menomato (braccio al collo) per la storica semifinale messicana con l'Italia, a dare nuova interpretazione tattica alla partita. Da difensore si trasforma in regista guidando decisamente la squadra verso la rimonta. Il gioco sulle fasce crea paradossalmente difficoltà agli olandesi che per la prima volta sono chiamati a difendersi. Al 25' la palla viene deposta ancora sul dischetto del rigore, stavolta però su quello dell'area olandese. Holzenbein, in un assolo, supera un paio di difensori ma viene messo a terra in area arancione da Jansen. Al tiro dal dischetto va il "cespuglio" Breitner che realizza con un preciso rasoterra alla propria sinistra. Gli attacchi si succedono senza pausa da ambo le parti e poco prima del riposo in azione di contropiede Bonhof serve dalla destra al centro dove Muller, nonostante sia leggermente avanzato sulla traiettoria della palla, ha una torsione felina e aggancia il pallone incrociando un tiro micidiale che batte Jongbloed. All'Olanda restano 45' per risalire lo svantaggio ma la squadra non è avvezza a rimontare. Vogts, forse per farsi perdonare l'errore iniziale che ha causato il rigore per gli olandesi, si trasforma nell'ombra di Cruijff che pure moltiplica gli sforzi per raggiungere il pareggio. La Germania è sottoposta ad una costante pressione degli avversari che però non trovano spazi per passare dato che si gioca in 21 in una metà campo (se potesse anche Jongbloed si riverserebbe davanti all'area di Maier). È cosi che anche le migliori occasioni fanno in fumo nella precipitazione e nel nervosismo crescente. Maier salva il risultato con una grande parata su conclusione di Cruijff e la prima Coppa FIFA finisce tra le mani di Beckenbauer sotto gli applausi scroscianti dei 78 mila spettatori. Gli olandesi non hanno bisogno di consolazione dopo la loro unica sconfitta: si sono mostrati il migliore complesso del torneo, hanno fornito un nuovo modello tecnico, un indicatore di tendenza proiettato nel domani, un esempio per il futuro del "football" nonostante l'abbia spuntata il "calcio all'italiana" interpretato dai tedeschi.

I Protagonisti


Il CT: Helmut Schoen (Rfg)
(Dresda 15 settembre 1915 - Wiesbaden 23 febbraio 1996)
Ct della Rfg campione d'Europa '72 e campione del mondo '74. È stato sulla panchina della selezione tedesca dal '64 al '76 per complessive 139 partite (87 vittorie, 30 pareggi e 22 sconfitte). Da giocatore ha militato nel Dresdensia, nel Dresden Sc con cui ha vinto due titoli nazionali ('43 e '44), nel Friedrichsdat e nell'Herta Berlino vestendo 16 volte la maglia della nazionale segnando 17 gol. Ha cominciato ad allenare nel Freidrichstadt (da allenatore-giocatore) passando poi alla guida dell'Herta Berlino ('50 e 51), del Wiesbaden ('52) della rappresentativa del Saar (dal '53 al '56). Entrato a far parte dello staff tecnico federale nel '56, dal '64 ha assunto la direzione della nazionale, a Fifa gli ha assegnato il riconoscimento della "Gran Distinzione".

Il capocannoniere: Grzegorz Lato (Polonia) - 7 reti
(Matbork 8 aprile 1950)
Tutti si aspettano il tedesco Gerd Mueller e invece ecco la grossa sorresa del polacco Grzegorz Lato, ala destra dello Stai Mielec, entrato nell'album delle "figurine" della nazionale polacca neppure tre anni prima debutto il 17 novembre 1971 proprio contro la Germania Federale per l'europeo (0-0). Al mondiale da titolare ci arriva per caso: l'infortunio dell'asso polacco Lubanski costringe il ct Kazimierz Gorski a rispolverare questa ala lunatica micidiale nello Stal ma evanescente nella rappresentativa nazionale. Nato a Malbork l'8 aprile 1950, Lato si presenta alla rassegna iridata con 11 presenze in nazionale e il magro bottino di tre gol. In occasione del mondiale però il 24enne dai biondi capelli radi si sottopone ad una severa preparazione e fin dal debutto con l'Argentina a Stoccarda fa valere velocità, dribbling e tiro siglando una doppietta. Fa altrettanto nel successivo confronto con Haiti per poi andare a segno una volta di testa sia contro la Svezia sia contro la Jugoslavia nel girone di semifinale per poi siglare l'1-0 del terzo posto polacco sul Brasile. Ha preso parte poi ai successivi mondiali in Argentina 78 e in Spagna 82 giocando in entrambe le occasioni atte le partite della Polonia (rispettivamente sei e sette) ma segnando soltanto due reti in Sud America e una in Spagna. Nella classifica dei cannonieri di tutte le edizioni dei mondiali figura al quinto posto con 10 reti alle spalle di Mueller, Fontaine, Pelé e Kocsis. Nella classifica delle presenze iridate di sempre è addirittura terzo con 20 gettoni a una lunghezza dal suo connazionale Wladyslaw Zmuda e dal tedesco occidentale Uwe Seeler. Guida di conseguenza la graduatoria presenze-gol di tutti i tempi. Dal 2001 al 2005 è stato membro della Alleanza democratica di sinistra senatore in Polonia. Nell'ottobre 2008 è stato eletto presidente della federcalcio polacca. Il 10 settembre 2009 a Maribor ha licenziato il ct della nazionale, l'olandese Leo Beenhakker dopo la sconfitta interna subita (3-0) ad opera della Slovenia.

La stella: Johan Cruijff (Olanda)
(Amsterdam 25 aprile 1947)
A vederlo nessuno lo avrebbe immaginato calciatore, invece Johan Cruijff è stato addirittura uno dei più grandi artisti del pallone di tutti i tempi. Il "Pelé bianco" è una delle definizione che meglio illustrano la sua classe, "Papero d'oro" è invece quella che illustra i suoi piedi piatti, gli ingaggi iperbolici che riusciva a strappare e la sua pochissima voglia di spenderli, anche se, stranamente per Un olandese di Amsterdam, non ha ma avuto Un grande senso degli affari, tanto da perdere parecchi soldi in investimenti sballati. La sua vera, unica, grande passione è il calcio, e l'unico grande rimpianto che gli resta è quello di non aver vinto il mondiale. Johan nasce nella capitale olandese il 25 aprile 1947. Abita di fronte allo stadi« dell'Ajax, è figlio di un fruttivendolo e di una lavandaia che lavora propri« per il club dei lancieri. Non sa che una di quelle maglie biancorosse chi fava tutti i giorni sarà quella che darà fama immortale al suo ragazza Johan, nonostante abbia un fisico non proprio eccezionale, cresce con li mania del calcio. A 12 anni è capace di effettuare 150 palleggi senza mai lasciar cadere la palla, poi per irrobustirsi lavora con alcuni sacchetti di zavorra cuciti nella tuta. Dopo aver strabiliato nei campionati giovanili, a 17 anni esordisce in prima squadra, lanciatovi dal tecnico inglese Vic Buckingham. A 11 vince il primo dei suoi sei titoli olandesi, 1 anno dopo la, prima delle sue quattro coppe d'Olanda. La sua consacrazione a livello internazionale arriva nella Coppa dei Campioni del '68-'69, quando trascini il fino ad allora sconosciuto Ajax alla finale di Madrid contro il Milan. I tempi per il boom del calcio totale non sono ancora maturi, e gli olandesi devono inchinarsi alla maggiore esperienza degli italiani. I trionfi arrivano poco dopo, e l'Ajax vince tre Coppe dei Campioni consecutive ed un Coppa Intercontinentale. Da quando ha iniziato a giocare Cruijff ha sempre indossato la maglia numero 14, un vezzo che non ha mai abbandonato. Un'altra cosa che lo distingue da tutti gli altri suoi compagni è la maglia che indossa in nazionale. L'Olanda ha come sponsor tecnico l'Adidas delle tre strisce, ma la 14 di Cruijff ne ha soltanto due. Johan ha infatti un contratto con la Puma, diretta concorrente dell'Adidas, e fa regolar mente togliere una striscia dalle maniche prima d'andare in campo.
Dopo aver vinto tutto con l'Ajax, nell'estate del 1973 decide di accettare le megaofferte del Barcellona, e parte con la bellissima moglie (un fotomodella) alla volta della Spagna. Per il trasferimento l'Ajax riceve tre milioni di fiorini, pari ad un miliardo e 250 milioni di quei tempi. Vince subito il campionato spagnolo, il Barcellona non ci riusciva da 14 anni. Gestito dal suocero Cor Coster, tuttora sulla breccia come manager, Cruijff riesce così a strappare al Barcellona un ingaggio pari a circa mezzo miliardo (del 1974!) all'anno. Le sue gambe vengono assicurate presso i Lloyd's per due miliardi. Di lui dice Keizer, suo ex compagno dell'Ajax: "Johan ha l'hobby del denaro, ama soltanto quello, ha un lingotto al posto del cuore". Per proteggere se stesso e la famiglia, Cruijff ingaggia otto guardie del corpo che lo seguono in ogni suo spostamento. Ma al di là di tutto questo non rifiuta mai un autografo a chi glielo chiede, cerca sempre di rendersi disponibile, parla con facilità in inglese, francese e tedesco, è innamorato pazzo della moglie Danny. Grande personalità, visione di gioco a tutto campo, è stato una mezza punta che ha segnato gol incredibili tantissimi ne ha fatti segnare. Capace dì giocare in ogni ruolo come tutti componenti di quell'olanda da sogno che incantò il mondo nel 1974, ha vinto per tre volte il Pallone d'Oro quale miglior giocatore europeo. In nazionale ha disputato soltanto 45 incontri, ha abbandonato presto la maglia arancione per dedicarsi di più al Barcellona prima ed ai Los Angeles Aztecs ed ai Washington Diplomats poi. Col senno di poi sai può dire che ha sbagliato, perché l'Olanda con Cruijff trentunenne nelle proprie file avrebbe sicuramente vinto i mondiali d'Argentina e così Johan avrebbe colto quell'alloro a cui teneva tanto. Dopo essersi ritirato, alle prese con problemi finanziari decide di tornare. Nel 1981 decide incredibilmente di andare a giocare nel Levante di Valencia seconda divisione spagnola, poi il richiamo dell'Ajax si fa troppo forte e nel dicembre di quello stesso anno torna con i lancieri, coi quali vincerà altri due titoli olandesi ed una Coppa nazionale. Ad Amsterdam conosce un ragazzo delle giovanili dell'Ajax di cui si dice un gran bene, e lo prende sotto la sua protezione: si chiama Marco Van Basten, che esordisce in campionato a 17 anni sostituendo proprio il Maestro. Nel 1983 si trasferisce a sorpresa agli acerrimi rivali del Feyenoord, con la cui maglia vince a 37 anni ancora un titolo olandese. Artefici principali di quella conquista sono lui ed un ragazzo ventunenne di colore, Ruud Gullit. Ma la leggenda di Cruijff non finisce qui: non ha il patentino ma decide d'inventarsi allenatore, e si dimostra grande anche in panchina. Con lui l'Ajax, nel 1987 vince la Coppa delle Coppe, con un gol di quel Van Basten che di Cruijff viene ormai considerato l'erede diretto. Nelle file del club di Amsterdam agli ordini di Cruijff crescono tanti altri giovani interessantissimi, tutti lanciati dall'ex "papero d'oro": Silooy, Winter, Bergkamp, Rob e Richard Witschge, Brian Roy arriveranno tutti in breve tempo alla nazionale. Attirato da un ingaggio milionario, passa nel 1988 a dirigere il Barcellona. Con gli spagnoli resta otto stagioni vincendo quattro campionati, una Coppa del Re, una Coppa dei Campioni e una Coppa delle Coppe (battendo in finale la Sampdoria). Nel 1996 a causa di seri problemi cardiaci che lo costrinsero a sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico per l'applicazione di alcuni by-pass, si ritira dal mondo del calcio per tornarci tredici anni dopo accettando la panchina della selezione della Catalogna che ha debuttato lo scorso dicembre contro l'Argentina di Maradona.

Curiosità


Le tre vite di Sparwasser
Proprio lui, l'idolo del '74, l'orgoglio della Germania Est, l'urlo che allo stadio di Amburgo stracciò il senso profondo di inferiorità degli orientali sui cugini capitalisti. Quattordici anni dopo, lui, proprio lui, Jürgen Sparvasser, il realizzatore dell'unico gol dell'unica partita tra le due Germanie, decise che era tempo di vivere una seconda vita. Prese coraggio, approntò di un invito a Saarbrücken per un torneo di vecchie glorie, si accertò che la moglie ottenesse il visto per l'Occidente dopo tre categorici rifiuti, scappò. Oltrepassò il muro. Senza più tornare indietro. La Stasi lo controllava ma dormì tradito dalla fiducia riposta nel "monumento nazionale", il partito lo coccolava (voleva che quel raffinato docente di pedagogia al'Università di Magdeburgo diventasse allenatore del club) e pianse di rabbia. Da eroe a traditore per l'Est. Ma dall'altra parte del muro Sparwasser trasformò il rispetto in ammirazione, la fuga in rinascita. La seconda vita non fu un trauma, Jürgen era abituato a viaggiare, sapeva cosa era l'Occidente, quale libertà offriva, cosa c'era di sbagliato anche dall'altra parte del mondo. Era il gennaio dell'88 quando firmò "l'autogol" di una idea. Ma 22 mesi dopo il calciatore simbolo di una nazione e di un club sotto regime (con il Magdeburgo vinse la Coppa delle Coppe nel '74 contro il Milan) ne visse una terza di vita. Cadde il muro, quel nove novembre del 1989 era in auto quando la radio disse che erano stati aperti i varchi a Berlino. "Avevo pensato di non vedere più il mio passato e invece cambiò tutto". Oggi ha 62 anni, è diventato presidente del sindacate dei calciatori e ogni tanto, quando si ritrova con Sepp Maier e Frank Beckenbauer, riporta indietro il nastro della memoria: Bransch che lo lancia in contropiede, lui che controlla con la... faccia, aggira Beckenbauer e infila Maier in uscita. I campioni del mondo gli ripetono che lui una medaglia l'avrebbe dovuta ricevere comunque perché senza quella sconfitta la Germania Ovest non avrebbe vinto il titolo. Lui ci ride sopra ma sa già quali sarà il suo epitaffio. "Sulla mia tomba scriveranno soltanto Stadio di Amburgo, 22 giugno 1974".

"Tip" Beckenbauer e "Tap" Cruijff
La prima coppa del mondo della FIFA rispetta la sua "mascotte". Per la terza volta consecutiva il mondiale ha un portafortuna e la Germania ne propone addirittura due: i bambini "Tip" e "Tap"in tenuta da gioco della nazionale tedesca che abbracciati compongono la scritta "WM 74". L'idea è di Horst Schafer. Molti individuano subito nelle due mascotte il tandem Beckenbauer-Muller. In realtà a fine mondiale la maggior parte degli osservatori riconosce nei due simboli della manifestazione i due giocatori che l'hanno caratterizzata: Beckenbauer e Cruijff.

I capitani bussola
Franz Beckenbauer, il capitano tedesco, grande organizzatore di gioco a partire dalla difesa, che manovra con straordinaria eleganza naturale splendido tocco che gli consentono di uscire nelle fasi tecniche più difficili sempre con il pallone ai piedi pronto al lancio più audace, è stato il modello dello spirito combattivo nelle fasi decisive della competizione. Li sua straordinaria visione di gioco e la capacità di trasmettere ordine e disciplina ai compagni oltre all'autorità acquisita in campo e fuori, ne fanno la guida illuminata della squadra e nella finale firma una prestazione irraggiungibile per intelligenza tecnica. Anche Cruijff è capitano della sua squadra. Nel torneo in Germania è il simbolo del calcio offensivo. Con la sua rapida accelerazione arriva sempre sul pallone un istante prima dei l'avversario sottraendosi al marcamento. È sempre pronto alla conclusione ma da lui passano tutti gli schemi e partecipa assiduamente alla manovra. Esegue anche le punizioni. Magistrali i suoi calci d'angolo cui impone un traiettoria verso l'esterno anziché, come quasi sempre fatto fino ad allora a rientrare sulla porta avversaria: così facendo favorisce l'impatto sul pallone del compagno che attacca e non l'intervento del difensore avversario. Il suo enorme raggio di azione e la sua capacità di spostare il proprio baricentro in maniera sorprendente ne fanno la grande stella del calcio universale, esempio inimitabile di polivalenza. Vittoria morale agli olandesi, interpreti del calcio più spettacolare, ma Coppa ai tedeschi.

Tra calcolo e provvidenza
Per la squadra di Schoen un successo programmato ma anche benedetto dalla provvidenza. Il più vistoso espediente è di farsi battere da quelli oltre il muro (i tedeschi dell'est) per evitare di finire nel girone di semifinale dell'olandesina volante sul calcio totale. Nella seconda fase alla Germania Federale dà una mano la buona sorte scaricando sul campo di Francoforte il terribile acquazzone che frena il micidiale attacco polacco, della finale con l'Olanda i tedeschi vengono soccorsi dalla tradizione consolidatasi nel dopoguerra: nelle precedenti sei finali mondiali, infatti, per cinque volte la squadra che ha segnato per prima ha poi perduto partita e titolo (è accaduto all'Uruguay 50, all'Ungheria 54, alla Svezia 58, alla Cecoslovacchia 62 e alla Germania 66). Unica eccezione è stata Brasile-Italia i Messico 70 dove è stato Pelé a siglare il primo gol della finale poi largamente vinta dai sudamericani. La tradizione torna efficace a Monaco ove il vantaggio iniziale olandese si conferma effimero e per settima volta elle ultime otto edizioni iridate chi apre col gol chiude con la sconfitta.

Il paciere Facchetti
A Ludwisburg, sede del ritiro degli azzurri, il capitano della nazionale Giacinto Facchetti esce dall'albergo per dirigersi verso un folto gruppo di tifosi che lo sta invocando. Quando si sta avvicinando ai fans, si fa avanti un uomo con in braccio la figlioletta con l'intenzione di stringere la mano Facchetti. Un poliziotto, male interpretando le intenzioni del tifoso, spinge violentemente quest'ultimo mandandolo a terra assieme alla bambina. Rialzatosi, il tifoso reagisce sferrando pugni e calci al poliziotto. Deve intervenire Facchetti per sedare gli animi.




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