Mondiale 1970 - Brasile


Il Racconto


Ad alta quota
Il Messico ottiene l'organizzazione della nona edizione del mondiale sei anni prima, nel congresso di Tokyo dell'8 ottobre 1964 vincendo la concorrenza dell'Argentina che, non offrendo ancora garanzie tecniche né economiche per la precaria situazione politica, avrà la manifestazione otto anni più tardi. Secondo quanto promesso dopo le proteste di Asia, Africa e Oceania nella precedente edizione, la FIFA allarga la rappresentatività del mondo alla fase finale del mondiale ammettendo una africana e una del gruppo Asia-Oceania che pure dovrà spareggiare con Israele, politicamente scomoda e quindi sgradita da altri continenti. La FIFA inoltre stabilisce che le varie federazioni abbiano garantito un rimborso spese così come il paese organizzatore che deve prepararsi per tempo all'evento. Si teme peraltro che giocare agli oltre duemila metri di altitudine del Messico comporti parecchi rischi per gli atleti per via della rarefazione dell'aria anche se i Giochi Olimpici di due anni prima dimostrano che nessun atleta ha risentito in maniera drammatica dell'altitudine nonostante essa renda necessaria una appropriata preparazione ed un lungo periodo di acclimatamento. Per ovviare ad eventuali inconvenienti e considerato che in molte parti del mondo la norma era stata introdotta con profitto, la FIFA introduce per la prima volta in una coppa del mondo l'autorizzazione di sostituire un massimo di due giocatori nel corso della gara. Con il torneo in Sud America i pronostici sono tutti per una squadra del nuovo continente ed in particolare per il Brasile che punta ancora sulla sua stella Pelé e sulla sua nuova guida tecnica, l'allenatore, Zagalo, il tornante del '58. Il calcio europeo, naturalmente, ha la sua più accreditata rappresentante nell'Inghilterra campione uscente sempre diretta da Sir Air Ramsey.

Giovanni XXIII
E l'Italia? Dalla disfatta di Middlesbrough ha cambiato tutto o quasi. Nel 1968 ha vinto in patria il titolo europeo sotto la guida di Ferruccio Valcareggi e ha maturato quel fenomenale goleador che è Gigi Riva, il quale trascina gli azzurri al successo nelle qualificazioni. La spedizione messicana non sembra nascere sotto i migliori auspici. La mattina della partenza Anastasi viene ricoverato in una clinica romana per essere operato ad un testicolo. Lo juventino deve restare in patria. In sua vece vengono convocati Boninsegna e Prati. Gli azzurri partono in 23 anziché in 22. Valcareggi e Walter Mandelli, presidente del settore tecnico con giovane figlia al seguito, decideranno tra le nuvole messicane a chi rinunciare. È il viaggio del dubbio visto che lo staff azzurro deve dipanare l'incertezza tra Mazzola e Rivera, un dualismo che crea due correnti all'interno della squadra e che esplode violento nel ritiro del "Parco dei principi" alla periferia di Città del Messico alla vigilia del debutto con la Svezia quando il "golden boy", intuita l'intenzione di escluderlo dalla squadra e amareggiato dal forzato ritorna in patria di "Giovanni XXIII", il suo gregario e compagno milanista Lodetti, accende una feroce polemica tacciando Mandelh e Valcareggi di incompetenza. Mandelli reagisce affermando che Rivera ha avuto quello sfogo perché molto tiene alla nazionale e il dirigente, accantonata l'intenzione di rispedire a casa il milanista, scarica le tensioni giocando a golf con l'amico Aldo Stacchi, presidente della Lega. Si temono gli effetti dell'altura per il debutto fissato a Toluca, tetto del mondiale a 2680 metri contro 2250 della capitale dove il 31 maggio nel grandioso stadio Azteca si è svolta la solenne cerimonia di apertura e l'incontro inaugurale tra Messico e Urss, conclusosi con un noioso 0-0. Anche l'Italia parte al risparmio: un gol di Domenghini alla Svezia, messo a segno con la complicità del portiere scandinavo Hellestroem che si fa passare palla sotto il corpo, è sufficiente agli azzurri per vincere il girone pareggiando 0-0 le altre due partite degli ottavi contro Uruguay e Israele. E un gol che vale quattro punti. Gli scattisti azzurri sembrano in difficoltà ad applicare il prediletto contropiede ma hanno l'attenuante delle difficoltà di recupero proposte dall'altura. In compenso per una serie di circostanze la squadra ha trovato una sua quadratura difensiva quando lo stopper cagliaritano Niccolai si infortuna al 57' dell'incontro con la Svezia e deve cedere il posto a Rosato che si conquista il ruolo di titolare mentre Cera dà conferma della propria classe come libero di costruzione. Nei quarti l'Italia deve affrontare il Messico, secondo classificato nel girone della capitale. Adducendo questioni di ordine pubblico, i messicani chiedono di potere giocare il match all'Azteca anziché alla Bombonera di Toluca come prescritto dal regolamento. Con grande abilità diplomatica il presidente della federcalcio Artemio Franchi sventa il tentativo messicano e nel piccolo stadio di Toluca, sorvegliato da "granaderos", l'Italia strapazza i latino-americani per 4-1 dopo essere andata in svantaggio al 13' su gol di Gonzalez. In questa occasione si sblocca "cannonau" Riva che mette a segno una doppietta mentre Valcareggi sperimenta con successo la staffetta Mazzola-Rivera sgradita soprattutto all'interista. Intanto Brasile e Inghilterra, usciti promossi dal girone infernale di Guadalajara contro Romania e Cecoslovacchia, se la devono vedere rispettivamente con Germania e Perù mentre a Città del Messico c'è la sfida tra le U2 (Uruguay-Urss). I brasiliani di Pelé, reduci dalla vittoria sugli inglesi (1-0) nel primo turno dove hanno collaudato le loro risorse, si sbarazzano con facilità (4-2) dei peruviani di Cubillas. La sfida Germania-Inghilterra di Leon, rivincita della finale di quattro anni prima a Wembley, è invece drammatica. Come nel 1966 anche stavolta sono necessari i tempi supplementari. I britannici sono sul 2-0 a una ventina di minuti dalla fine e sembrano avere partita vinta. Non fanno i conti con la tenacia tedesca ma soprattutto Ramsey, considerando assicurato i risultato, commette l'errore di sostituire l'affaticato Bobby Charlton con Bell compromettendo gli equilibri di squadra. Il ct tedesco Helmut Schoen rimpiazza lo spento Libuda con Grabowski e la partita cambia. Beckenbauer dimezza lo scarto e Seeler raggiunge il pareggio poco dopo. Nei supplementari, al 108', Muller raccoglie un centro dello scatenato Grabowski e batte Bonetti (sostituto dell'infortunato Banks) siglando il 3-2 che boccia gli inglesi (vincitori dei primi quattro confronti disputati) e conduce i tedeschi a Città del Messico contro l'Italia. Ai supplementari finisce anche Uruguay-Urss che promuove i sudamericani con un gol di Esparrago al 117'. Le semifinali sono derby continentali: l'Europa da un lato (Italia-Germania) e il Sud America dall'altro (Brasile-Uruguay).

La storica Italia-Germania
I tedeschi salgono dai 1786 metri di Leon ai 2250 di Città del Messico, li azzurri scendono nella capitale dai 2680 di Toluca. Il vantaggio di globuli rossi è dell'Italia che ha anche l'opportunità di affrontare rivali affamati dalla battaglia di 120' sostenuta tre giorni prima con gli inglesi. Gli italiani si rivelano subito più freschi e vanno in gol dopo appena 8' con Boninsegna che riprende un rimpallo indovinando l'angolino. La reazione tedesca e ringhiosa. La Germania, sostenuta a centrocampo da Beckenbaer e Overath, assume con decisione l'iniziativa e l'attacco ad Albertosi è assillante. La difesa azzurra si salva con ogni mezzo. Mazzola, che molto a speso nel primo tempo, è rilevato nella ripresa da Rivera che però peggiora le cose in sede di contenimento non riuscendo peraltro a proporre lanci per le punte Riva e Boninsegna. L'arbitro messicano Yamasaki, per via della tattica ostruzionistica degli azzurri, concede un paio di minuti di recupero e proprio allo scadere il terzino milanista Schnellinger entra in scivolata su un pallone apparentemente innocuo e batte Albertosi di piatto estro agguantando il pareggio. Si va ai supplementari che atterriscono li stremati tedeschi (Beckenbauer tra l'altro gioca con un braccio al collo per una lussazione) più degli italiani che pure devono rinunciare a Rosato, contusosi nel finale e sostituito da Poletti. Proprio quest'ultimo consegna la palla del 2-1 a Gerd Muller dopo soli 4' del primo tempo supplementare cercando un debole appoggio a ritroso verso Albertosi anziché spazzare di forza. Pare fatta ma dopo tre minuti su punizione di Rivera, Held controlla male e il pallone finisce sul sinistro di Burgnich che batte Maier. E il 2-2. tutto ancora da giocare. Nel mondo, ma soprattutto in Italia e in Germana, la gente è tutta davanti ai teleschermi. In Europa è notte fonda. Sul finire del primo tempo supplementare Riva ha una fiammata: come tre giorni prima contro il Messico, l'azzurro finge di svariare a sinistra ma si gira e fa partire un diagonale di collo interno sul secondo palo battendo Maier. Stavolta pare davvero fatta. Nel secondo tempo supplementare però altri brividi. Il calcio in senso tattico non abita più all'Azteca: il nuovo inquilino è il calcio fatto di emozioni vissute su ogni palla e in ogni angolo egli spalti. L'immenso stadio pulsa come un cuore in affanno quando al 10' Libuda batte lungo un angolo da destra verso il vecchio Seeler che rifinisce di testa al centro verso Muller il quale, anch'egli di testa, corregge la traiettoria verso l'angolo alla sinistra di Albertosi. Su quel palo è appostato Rivera e il portiere azzurro si aspetta che il milanista respinga o comunque si opponga in qualche modo a quel lento pallone. Rivera invece, evidentemente obnubilato dallo stress, si scansa abbracciando il palo mentre la palla spiove in rete. E il 3-3. In tribuna stampa neppure si prendono più appunti: basta scrivere il minuto che corre, le immagini restano scolpite negli occhi. Rivera toma a centrocampo tra gli insulti dei compagni ma grande miracolo di Messico 70 deve ancora prodursi. Parte Boninsegna sulla sinistra con insospettato vigore, vince il duello con Schultz e quasi dal fondo crossa indietro al centro dove Rivera, proprio lui, sta arrivando a corte falcate. L'azzurro calcia di piatto destro spiazzando Maier gettatosi a sinistra. Tre minuti ancora, poi la fine con gli azzurri e il pubblico in delirio. Gli organizzatori annunciano che nello stadio sarà murata una targa a ricordo di quella memorabile semifinale ma è promessa... messicana visto che 16 anni dopo, per il mondiale 1986, di quella targa non ci sarà traccia all'Azteca. Frattanto il premio per gli azzurri finalisti è salito a 12 milioni di lire ciascuno, cifra considerevole che però non fa scandalo anche perché in Italia si festeggia con caroselli e bagni nelle fontane l'incredibile successo colto oltreoceano. Nell'altra semifinale, sotto il sole di Guadalajara, il Brasile aveva infilato la sua quinta vittoria consecutiva battendo l'Uruguay per 3-1 dopo essersi trovato in svantaggio.

La finale
L'emozione per la storica semifinale con i tedeschi impedisce a tutto il clan azzurro di valutare tecnicamente il successivo impegno con i brasiliani. Avere disputato quella semifinale significava per molti azzurri essere già entrati nella leggenda. Nel "Parco dei principi" quella sera tutti gli italiani finiscono in piscina, persino il secondo di Valcareggi, Bearzot, che annaspa in acqua non sapendo nuotare. Alla vigilia della finale, mentre la Germania si aggiudica il terzo posto superando l'Uruguay con un gol di Overath, gli azzurri assegnano al Brasile le maggiori percentuali di vincere il titolo. Il complesso di appagamento dopo la sensazionale sfida coi tedeschi, vince la maggior parte dei componenti della squadra italiana. Mandelli scoraggia qualsiasi illusione dei tifosi per la finale del secolo nella quale all'indomani si sarebbe assegnata definitivamente la Coppa Rimet in palio da 40 anni, dato che sia l'Italia sia il Brasile hanno già vinto due volte il trofeo in passato. Gli azzurri confidano comunque nel gioco all'italiana che li ha premiati finora, una tattica basata sul risparmio energetico con un libero di costruzione (Cera), tre difensori di cui uno fluidificante (Pacchetti), quattro centrocampisti propensi più alla copertura (due mezze ali con De Sisti molto arretrato, un mediano a sostegno, Bertini, e un tornante, Domenghini) e due punte (Riva e Boninsegna). Il Brasile, unica squadra ad avere sempre vinto finora, oltreché sulla sapienza tattica e la classe di Pelé punta sul suo modulo a zona, sul calcio danzato che in altura sembra dare rutti concreti con l'equa distribuzione dello sforzo. Per affrontare l'Italia, però il ct brasiliano Zagalo dispone il marcamento più stretto per Boninsegna e Riva. Dopo 18' Pelé vola a pescare di testa un traversone sovrastando Burgnich e insaccando alle spalle di un esitante Albertosi. L'Italia subisce il gol come ineluttabile ma al 37', su svarione di Everaldo, Boninsegna va via caparbio e, cercato uno scambio con Riva, conclude di forza con un diagonale rabbioso che batte Felix. Nella ripresa il crollo degli italiani e il samba brasiliano. Gerson, Jairzinho e Carlos Alberto, nell'ordine, firmano il 4-1 per gli auroverdi mentre Valcareggi soltanto a sei minuti dal termine, a risultato ampiamente compromesso, fa entrare in campo Rivera al posto di Mazzola. Diventano quelli i sei minuti più lunghi del calcio italiano: se ne parla ancora oggi. Quella polemica non risparmia la squadra al rientro a Roma dove si inscenano contestazioni violente che rendono necessario l'intervento della polizia. Valcareggi è costretto a lasciare l'aeroporto di Fiumicino a bordo di un'autoambulanza. C'è chi vuole portare in trionfo i giocatori, chi invece vuole aggredirli. Rivera diventa il simbolo di un'illusione. In realtà il titolo ai vicecampioni del andò a quattro anni dall'umiliazione coreana costituisce un traguardo di tutto rispetto. Intanto, dopo avere gioito all'Azteca, il Brasile di Pelé festeggia la sua Coppa Rimet definitiva ed assegna idealmente il trofeo al o fuoriclasse, alla "Perla nera", il solo giocatore al mondo che sia riuscito ad aggiudicarsi tre volte il titolo. La critica mondiale è unanimemente accordo nel riconoscere il Brasile degno vincitore. "Nessuna altra squadra - scrive il "Daily Mail" - ha meritato questo trofeo unico perché nessuna altra squadra ha dato tanto apporto al calcio come il Brasile".

I Protagonisti


Il CT: Mario Jorge Lobo Zagallo (Brasile)
(Maceiò, 9 agosto 1931)
Mario Jorge Lobo, detto Zagallo, nasce nel poverissimo nord-est del Brasile. L'anno è il 1931, e quando ne ha appena 13 il giovanissimo "Garoto" si trasferisce a Rio de Janeiro. Appena arrivato, inizia a giocare al calcio nelle file d'una squadra minore de panorama carioca, quel Maguarì che proprio in quel periodo conobbe i suoi maggiori splendori, vincendo il titolo del campionato dello stato di Rio de Janeiro nel '53, '54 e '55. L'anno dopo Zagalo passa al Flamengo e nelle file della compagine "VermelhPreta" s'impone definitivamente all'attenzione. Ma non tutti sono suoi estimatori: quel suo calcio essenziale e senza tanti fronzoli a molti brasiliani non piace, specialmente perché messo in mostra in un campionato statuale, quello carioca appunto, dove impera il "futebol bailado a base virtuosismi spesso a scapito della velocità. Comunque Zagallo nel Flamengo fa faville assieme a Joel, Moacyr e Dida forma un reparto avanzato irresistibile, e la squadra rossonera vince per due volte di seguito il campionato carioca. A sorpresa viene trasferito al Botafogo, e nel 1958, il 4 maggio per la precisione, fa il suo esordio in Nazionale in una partita contro il Paraguay. Nella Selecao sembra impossibile che possa diventare titolare: sono gli anni in cui inizia il mito del Santos, e in maglia bianca, oltre a quel Pelé che esploderà di lì a poco nei mondiali svedesi, c'è un altro campione, che gioca con la stessa maglia di Zagallo: la numero undici. Si tratta di Josè Macias detto Pepe, ed il titolare indiscusso sembra lui. Invece si fa male alla vigilia dei mondiali, ed a Feola non resta che ricorrere a Zagallo, giocatore sempre pronto ad inserirsi nella manovra, in possesso di buona tecnica individuale, e soprattutto sempre pronto a presidiare la fascia sinistra, dove Nilton Santos accusa qualche battuta a vuoto ed ha quindi bisogno di "rinforzi". Non potrebbe trovarne uno migliore di Zagallo, che disputerà da titolare tutte le partite della coppa del mondo svedese e poi anche quelle di Cile '62, dove vincerà la sua seconda Rimet. Nel '61 e nel '62 vince anche due titoli di Rio col Botafogo. Smette di giocare nel '66 il suo ruolino di marcia in Nazionale è di 37 partite e 6 gol. Intraprende subito la carriera di allenatore, logico sbocco della sua grande intelligenza calcistica, ed alla vigilia del mondiale messicano del '70 viene chiamato alla guida della nazionale, con cui vince il mondiale, divenendo così il primo nella storia del calcio ad aver vinto la coppa sia da giocatore che da allenatore. Ha poi allenato il suo amato Flamengo, altri squadre brasiliane di grido e le nazionali di Arabia Saudita ed Emirat Arabi, alla guida della quale ha conquistato la qualificazione per i mondiali di Italia '90, compiendo quello che lui stesso ha definito un autentico miracolo. Tra il 2002 e il 2006 ha fatto parte dello staff della Nazionale verdeoro come vice di Perreira. Inutile dire che i petrodollari l'hanno reso straricco, e si può tranquillamente affermare che Zagallo continua a fare l'allenatore esclusivamente per hobby.

Il capocannoniere: Gerhard Muller (Rfg) -10 reti
(Nordlingen (Augsburg) 3 novembre 1945)
È il più grande bomber tedesco di tutti i tempi. Il suo primato di 14 gol nella fase finale dei mondiali è tuttora imbattuto. Grande opportunisti robusto ma tozzo, dal baricentro basso ma con grosse fasce muscolari specie alle gambe che gli consentono notevole elevazione, è un rullo compressore del gol per via di una fenomenale mobilità e di un innato fiuto della rete. Centravanti fantasma lo si vede nell'aera di rigore avversaria dove si avventa intuendo l'azione che può portarlo al gol, spesso sbucando all'improvviso tra un paio di difensori per anticiparli di piede o di testa. Un centravanti astuto, rapido, velenoso. Comincia a lavorare in una fabbrica di tessuti per tirare ì primi calci del TSV 1861 Nordlingen per esse trasferito nel 1964 a 11 anni al Bayern di Monaco, allora in seconda divisione, per una cifra vicina al milione di lire. Nella squadra bavarese Muller vince l'iniziale sfiducia del tecnico Zlato Cjaikowski che lo lancia prima squadra soltanto nel 1965 per infortunio delle punte titolari, quella occasione Muller realizza il primo gol contro il Braunschweig non esce più di squadra collezionando gol su gol. Col Bayern segna 365 gol 427 partite vincendo per sette volte il titolo di capocannoniere della Bundesliga (nel 72 con 40 reti,primato imbattuto) quattro scudetti e altrettante coppe di Germania. Nelle coppe europee segna 71 gol aggiudicandosi una coppa delle coppe (1967), tre coppe dei campioni (71, 72 e 73) vincendo per quattro volte la classifica cannonieri, una coppa intercontinentale (7 Con la nazionale della Germania occidentale ha giocato 63 partite segnando la bellezza di 61 gol. Il suo debutto in nazionale avviene il 12 ottobre 1966 ad Ankara contro la Turchia (2-0) dove però non riesce a segnare. Si rifà ampiamente in seguito realizzando quaterne contro Albania, Cipro, Svizzera e Urss. Dà un decisivo contributo al titolo europeo chi RFG si aggiudica nel 1972 e a quello mondiale del 1974 in Germania. Vince il "pallone d'oro" 1970 e la "scarpa d'oro" quell'anno e nel 1972. Nel 1971 si trasferisce negli Usa giocando prima nel Fort Lauderdale Strikers e nello Smith Brothers Lounge dove conclude la carriera nel 1982. È il calciatore che ha segnato più di tutti in assoluto avendo messo a segno in carriera in partite ufficiali 577 reti: 365 in campionato, 71 nelle coppe europee, 61 in nazionale, 72 nella coppa di Germania. Nel mondiale messicano gioca con la maglia n. 13 e ripartisce così i suoi dieci gol: uno Marocco, tre alla Bulgaria, tre al Perù, uno all'Inghilterra, due all'Italia.

La stella: Luigi Riva (Italia)
(Leggiuno 7 novembre 1944)
Il più grande attaccante italiano del dopoguerra, il solo che abbia fatto vivere il mito di Piola, il capocannoniere azzurro di tutti i tempi avendo segnato 35 reti in 45 partite. Soprannominato da Gianni Brera "rombo di tuono" per il suo imperioso modo di andare a segno. Nato da famiglia povera a Leggiuno (Varese) il 7 novembre 1944, ha infanzia infelice. Orfano di padre (un barbiere) in tenera età la mamma lo mette in collegio dove severi maestri cercano di imporgli una disciplina che lui rifiuta. Cambia tre collegi e in nessuno trova quello che cerca. A 14 anni, finita la scuola di avviamento professionale, si mette a lavorare in una ditta che fabbrica bottoniere di ascensori. Otto ore di lavoro al giorno e qualche calcio al pallone per sentirsi libero, anche spensierato. Così viene anche il primo ingaggio nel Laveno: ventimila lire al mese per fare gol. Cambia lavoro a va in una fabbrica di ceramiche. A 16 anni vede morire la sorella Candida. Due anni più tardi anche la mamma Edis si spegne lentamente mentre l'altra sorella Fausta lotta contro la morte. "El Luis" si lega fortemente a Fausta che riuscirà a vincere la drammatica battaglia. Intanto Luis nel 1962 viene ceduto al Legnano in serie C per quasi un milione e mezzo. Lupi, allenatore del Legnano, ha intuizione di spostare quel giovane smilzo da centravanti all'ala sinistra con il numero 11 e da quella posizione la sua staffilata a rete diventa micidiale. La fama del suo formidabile sinistro valica i confini della provincia anche se in questa stagione segna soltanto sei gol in 23 partite (nel Laveno ne aveva siglati 66). I selezionatori della juniores nazionale lo convocano in azzurro nella rappresentativa giovanile di serie C che si esibisce l'Olimpico di Roma. In tribuna c'è anche Andrea Arrica, presidente cagliaritano, che mette gli occhi sull'attaccante e riesce a soffiarlo all'Inter per 37 milioni e mezzo di lire. É la sorella Fausta a convincere Gigi ad accettare il trasferimento. Con i due va in Sardegna anche l'allenatore Lupi.
Nelle prime 26 partite in maglia rossoblu in serie B, Gigi Riva segna otto gol contribuendo a promuovere il Cagliari in serie A. L allenatore è Silvestri che Io prepara perfettamente ma lo schiera troppo sulla fascia pur avendogli suggerito un ruolo prettamente di punta. È comunque l'allenatore "filosofo" Scopigno a lanciarlo definitivamente assegnandogli una posizione d'attacco più centralizzata e creandogli attorno una squadra per lui. Debutta in serie A l'11 settembre 1964 all'Olimpico contro la Roma. Nella massima divisione, sempre con il Cagliari, giocherà 281 partite realizzando 156 reti. Nato per il gol ha un sinistro che non perdona oltre ad avere grandi doti di elevazione che lo rendono efficacissimo nei colpi di testa. Nonostante offerte incredibili (Juventus e Milan, in particolare), Riva resta sempre al Cagliari per il quale vince la classifica dei cannonieri tre volte (nel 1967 con 18 gol, nel 1961 con 20 e nel 1970 con 21) e lo storico scudetto del 1970. È con la Nazionale, tuttavia, che conosce le soddisfazioni più belle ma anche le giornate più amare. E campione d'Europa 1968 e vicemondiale 1970 in Messico ma soprattutto scalza dopo 35 anni Meazza dal vertice della classifica dei marcatori azzurri di tutti i tempi con 35 gol contro i 33 del "Balilla". Raggiunge quota 33 segnando contro il Brasile campione del mondo il 1 marzo 1973 per poi realizzare il suo 35.mo gol in azzurro il 21 settembre 1973 a San Siro siglando il 2-0 sulla Svezia in amichevole. Come Rivera conclude la sua carriera azzurra al mondiale in Germania con l'1-1 contro l'Argentina. In nazionale aveva debuttato nove anni prima, il 27 giugno 1965 a Budapest, chiamato a sostituire Pascutti, infortunatosi dopo appena 8'. Nell'occasione il ct Edmondo Fabbri aveva chiesto a Simoni di passai a Riva la sua maglia n. 16 giacché al cagliaritano era stata destinata la n. 1 e l'allenatore non voleva farlo esordire con quel numero poco promettente.
Il telecronista Carosio per quasi tutta la partita chiamò Simoni il cagliaritano e quando si accorse dell'errore si limitò a definirlo "ala azzurra". "Per molti ricorda Riva quella partita non la giocai". Finì 2-1 per i magiari. In 13 anni di carriera Gigi Riva ha subito dieci infortuni. Il suo formidabile fisico ma soprattutto la sua ferrea forza di volontà gli hanno consentito di superare momenti difficilissimi. I più gravi infortuni li ha subiti in azzurro il 27 marzo 1967 a Roma, al suo debutto in nazionale in Italia, nel corso dell'amichevole col Portogallo in uno scontro con il portiere Americo frattura in due punti il perone sinistro, il 31 ottobre 1970 al Prater di Vienna, contro l'Austria, per le eliminatorie europee, in uno scontro con Hon si frattura il perone destro con lacerazione dei tessuti. Ritorna sul campo di calcio il 28 marzo dell'anno successivo a Cagliari contro il Vicenza. Conclude definitivamente la carriera nel 1976. E l'ennesimo infortunio a metterlo ko: c'è Cagliari-Milan della 15.ma giornata. Sull'1-0 per i rossoneri Riva tenta un affondo con Bet al fianco. "Rombo di tuono" cade di schianto. Diagnosi: rottura del tendine prossimale dell'adduttore lungo della coscia destra, la stessa gamba martoriata da uno strappo ai legamenti d ginocchio due anni prima. Il tuono non romba più ma resta uno dei pochi calciatori ad avere entusiasmato anche gli avversari di tutto il mondo. Qualche anno più tardi tenta senza molta fortuna la strada della dirigenza del Cagliari. Oggi fa parte dello staff della nazionale: simbolo azzurro servizio della federcalcio. Questa la favola di un campione generoso, temprato nel sacrificio e nel dolore, la storia di un uomo rimasto "lui stesso" perché avvezzo a battersi nella vita.

Curiosità


Però, questo Perù
Dopo gli incidenti accaduti nelle precedenti edizioni dei mondiali FIFA istituisce il trofeo "Fair Play" destinato alla squadra più corretta del mondiale. Il riconoscimento viene assegnato al Perù che nelle quattro partite disputate (tre della prima fase e il quarto di finale contro il Brasile) non subisce una sola ammonizione. In 32 partite si è anche segnato abbastanza 95 gol dei quali 11 da parte del Brasile. Da rilevare anche che non ci sono state espulsioni.

La bolletta telefonica di Riva
Oltre al calvario di Rivera (escluso nelle prime partite, polemico con lo staff dirigenziale, staffettista con Mazzola, insultato per il terzo gol tedesco, osannato per il 4-3 sulla RFG, martire per i sei minuti della finale col Brasile) il primo mondiale messicano dell'Italia in onda il male oscuro di Gigi Riva. Al 15 mo chilometro del Paso de la Reforma, nell'hotel Parco dei Principi il bomber cagliaritano non si adatta agli orari del gruppo. È il giocatore chi si sveglia più tardi di tutti, trascorre parecchie ore nella sua stanza ad ascoltare dischi di Fabrizio De Andrè, preferisce evitare gli incontri con i giornalisti, anche con i compagni di squadra che è poco loquace ma è lo più di qualsiasi altro nelle conversazioni telefoniche con l'Italia. Di parla di amori galeotti, sospiri su cavo internazionale e conti telefonici salatissimi.

Il libero in manette
Più salata è la disavventura del capitano dell'Inghilterra Bobby Moore pochi giorni prima dell'inizio del mondiale. Arrestato a Bogotà, dove la nazionale campione in carica di è recata per un'amichevole pre-mondiale sotto l'accusa di un furto di un braccialetto d'oro nella gioielleria di un albergo, viene rilasciato dopo tre giorni, 14 ore di interrogatorio e versamento di un indennizzo di una cinquantina di milioni per fare ritirare l'accusa. Gli inglesi sostengono che si tratta di una montatura sudamericana anti-britannica. All'arrivo della comitiva inglese in Messico, il brasiliano Pelè si reca nel ritiro della nazionale britannica per stringere la mano in segno di solidarietà al biondo capitano dei "bianchi".

Italia-Germania galeotta
Approfittando del fatto che le guardie stavano seguendo alla televisione la semifinale Italia-Germania, dal carcere Tixtla di Città del Messico evadono 23 pericolosi detenuti.




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