Mondiale 1966 - Inghilterra


Il Racconto


Nel nido
Il congresso della FIFA del giugno 1962 a Santiago del Cile conferma l'organizzazione dell'ottava edizione del mondiale all'Inghilterra, patria del football. Il primo problema che deve risolvere la federazione internazionale è quello della composizione dei gironi di qualificazione per designare le 14 squadre che assieme a Brasile detentore e all'Inghilterra ospitante avrebbero dato vita alla fase finale. Le iscrizioni raggiungono infatti la cifra record di 68 federazioni. Le rappresentanti di Asia, Africa e Oceania chiedono una più larga partecipazione al mondiale ma la FIFA vara una formula delle eliminatorie che privilegia il valore tecnico rispetto a quello geografico anche se viene affidato al sorteggio pilotato il compito di formare i gironi. Resta il fatto che tre continenti (Asia, Africa e Oceania) hanno la possibilità di qualificare una sola squadra nazionale che li rappresenti in Gran Bretagna. Il privilegio toccherà alla Corea del Nord ma le proteste e le defezioni nel gruppo afro-asiatico indussero poi la FIFA a dare più spazio a quelle aeree a partire dal 1970. Nella terra dei maestri inglesi si assiste al crollo del Brasile, ad una nuova amara disavventura dell'Italia e ad arbitraggi "casalinghi" che agevolano il ritorno al successo della nazionale ospitante 32 anni dopo l'affermazione azzurra del 34. Alla vigilia si propone il duello Europa-Sud America, la sfida tra il calcio atletico praticato nel vecchio continente e quello fantasioso e tecnico giocato oltreoceano. Fin dalle prime battute si intuisce che "dovrà" essere un monologo europeo.

Ed è Corea...
L'Italia si presenta in Inghilterra col biglietto da visita di cinque vittorie colte durante la preparazione anche contro squadre partecipanti al mondiale. Il ct Edmondo Fabbri, che ha epurato la nazionale degli oriundi ed ha superato coi risultati la polemica aperta da Rivera contro l'impiego del libero statico Picchi, pare avere il controllo della squadra che nella partita di esordio si prende una bella rivincita sul Cile battendolo per 2-0, il punteggio con cui si erano imposti i sudamericani nella rissa di Santiago di quattro anni prima. Nella seconda partita, quella contro l'Urss, "Topolino", come è soprannominato Fabbri per la sua piccola statura, dà i primi segni di fragilità nervosa escludendo Rivera per il suo "gregario" rossonero Lodetti e mandando in campo il giovane Meroni, aggregato con Gigi Riva alla spedizione. Gli azzurri sono sconfitti dai sovietici per 1-0 ma il risultato non è compromettente dato che resta da affrontare la Corea del Nord con cui basterebbe impattare per superare il turno. Arrivano le 20,30 di martedì 11 luglio nello stadio Ayresome Park di Middlesbrough. In tribuna stampa siedono pochi giornalisti italiani dato che molti hanno preferito recarsi a Liverpool per assistere allo scontro Portogallo-Brasile, sicuri della agevole qualificazione azzurra contro gli asiatici. Quella sera si consuma invece la più grossa disfatta del calcio italiano. È un odontotecnico con gli occhi a mandorla e le gambe storte ad affondare nella vergogne l'Italia esterefatta. Si chiama Pak Doo Ik, fa il centravanti nella squadre degli "omini misteriosi" venuti dalla Corea del Nord e che il secondo di Fabbri, Ferruccio Valcareggi, visionandoli contro Urss e Cile, ha definite "Ridolini". Sul finire del primo tempo, esattamente al 41', dopo che Perani ha fallito tre palle-gol e che Bulgarelli, sceso in campo in menomate condizioni fisiche (un ginocchio in disordine), si è infortunato in un con trasto a metà campo, l'odontotecnico sfugge a Guarneri sul centro e fa partire un rasoterra che beffa Albertosi. Ce tempo per recuperare ma gli azzurri, ridotti in dieci per l'incidente a Bulgarelli, tornano in campo nella ripresa sotto choc, storditi, incapaci di imporre un gioco efficace contro gli scatenati folletti coreani. Finisce 1-0 e Corea diventerà sinonimo di disfatta e di lancio di pomodori con cui viene accolta la comitiva azzurra al rientro in patria a Genova. Ma il mondiale continua: il portiere messicano Carabajal festeggia la sua quinta partecipazione (record tuttora imbattuto) impattando 0-0 con l'Uruguay; l'Inghilterra pugnace di Alf Ramsey, dopo il deludente 0-0 con gli urugúagi nella partita inaugurale, vince il proprio girone facendo fuori Messico e Francia; Germania e Argentina affondano la Spagna di Del Sol, Suarez e Gento; nel girone di ferro si consuma l'infamia degli arbitraggi e della caccia alle gambe di Pelé, assicurato dai Lloyd's per oltre 450 milioni.

Pelé e il Sud America ko
La "copertura" non basta alla "perla nera" per evitare i calcioni dei bulgari, in particolare del terzino Zechev che lo aggredisce con chiara volontarietà facendogli saltare il ginocchio senza che l'arbitro tedesco Tschenscher intervenga. Quattro giorni di assoluto riposo e Pelé nella successiva partita deve lasciare il posto a Tostao. Torna in campo col ginocchio fasciato nel decisivo confronto con il Portogallo ma dopo pochi minuti il lusitano Moráis lo colpisce duro sull'articolazione dolente mettendolo definitivamente ko, ancora sotto gli occhi dell'indifferente arbitro, stavolta l'inglese Mac Cabe. Senza Pelé il Brasile si spegne mentre si accende nella stessa partita la stella del "Pelé d'Europa", il portoghese nato in Mozambico Eusebio che sigla quel giorno una doppietta e si propone in concorrenza quale miglior giocatore del torneo con il tedesco occidentale Franz Beckenbauer che ha incantato gli osservatori del girone di Sheffield e Birmingham. Le grandi sorprese della prima fase sono dunque le eliminazioni di Italia e Brasile. I quarti propongono una duplice sfida euro-sudamericana con Germania-Uruguay e Inghilterra-Argentina. Entrambi i confronti sono caratterizzati da incidenti, polemiche e arbitraggi fasulli. L'inglese Finneù agevola il successo della Germania non vedendo sullo 0-0 un clamoroso rigore a favore dei sudamericani (fallo di mano di Schnellinger sulla linea di porta su conclusione di Rocha) ed espellendo Troche e Suva dopo la rete di Haller. Nell'altro quarto l'arbitro tedesco occidentale Kreitlein rende il favore agli inglesi espellendo l'argentino Rattin per condotta scorretta nei suoi confronti. Si accende una mischia. Rattin non vuole lasciare il campo mentre i suoi compagni protestano. Il gioco resta fermo per otto minuti e quando riprende i biancocelesti tengono bene nonostante siano in inferiorità numerica. Al 78' però Kreitlein completa la frittata convalidando un gol di Hurst segnato in chiaro fuorigioco. E l'l-0 con cui gli inglesi arrivano in semifinale. Sulla torta della persecuzione dei sudamericani mette la ciliegina il futuro baronetto Alf Ramsey, ct inglese, che definisce gli argentini "animals", slogan che viene prontamente ripreso dal pubblico. La reazione dei sudamericani (argentini, uruguayani, brasiliani e cileni) è unanime e vivace. Minacciano di uscire dalla FIFA ma la ventilata scissione viene composta in prospettiva del successivo mondiale che deve tenersi in Messico '70. Negli altri due quarti l'Unione Sovietica di Jascin e Cislenko fa fuori l'Ungheria mentre il Portogallo, andato sotto 0-3 contro i coreani dopo appena 24', affida ad Eusebio il maggiore peso della rimonta e la "perla del Mozambico" sigla i primi quattro dei cinque gol con cui i lusitani raddrizzano l'incontro. In semifinale portoghesi e sovietici sono superati di misura (2-1) rispettivamente da inglesi e tedeschi e si affrontano per il terzo posto che va ad Eusebio e compagni per 2-1.

La finale
È gran gala la sera del 30 luglio a Wembley per la finalissima tra Inghilterra e Germania. Ci sono centomila spettatori e centinaia di milioni davanti ai televisori. La partita si fa subito avvincente. È una sensazionale altalena di gol. Va in vantaggio la squadra tedesca con Haller al 12' ma sei minuti più tardi Hurst segna il pareggio. Nella ripresa passa ancora l'Inghilterra con Peters che raccoglie un traversone di Wilson. Wembley festeggia ma i tedeschi non sono domi e proprio allo scadere dei 90' Weber batte Banks mettendo il risultato sul 2-2. Per la seconda volta nella storia della Coppa del Mondo il titolo si assegna ai supplementari. Era già accaduto nel 1934 a Roma con Italia-Cecoslovacchia vinta poi dai padroni di casa. Al 101' l'episodio decisivo, uno dei più discussi della storia dei mondiali. Il pallone calciato da Hurst, protagonista della partita, batte sotto la traversa tedesca, rimbalza sulla linea di porta di Tilkowski e torna in campo. La palla è entrata o no? Non disponendo della moviola che in seguito accerterà che la palla non ha varcato interamente la linea di porta, l'arbitro svizzero Gottfried Dienst chiede aiuto al guardalinee sovietico Tofik Bakhramov il quale punta la bandierina al centro del campo convalidando così il gol-fantasma più famoso del calcio. Hurst segna poi allo scadere la quarta rete per i "maestri" inglesi che si aggiudicano cosi la loro prima Coppa del mondo che va nel paese dove è nato il calcio. Londra e l'Inghilterra festeggiano il trionfo per tutta la notte. L'allenatore Alf Ramsey, riconosciuto il principale artefice del successo, viene poi fatto baronetto dalla Regina Elisabetta. Effettivamente il tecnico ha il merito di avere dato alla nazionale un nuovo modulo di gioco rivelatosi redditizio. È il 4-2-2 che prevede quattro difensori in linea e la rinuncia alle ali tradizionali che partono a contatto dei propri terzini lasciandogli spazio sulla fascia quando si sganciano in proiezione offensiva. In mezzo alle due finte ali (Ball e Peters) a centrocampo agisce alla Hidegkuti il regista Bobby Charlton mentre punte sono le mezze ali Hunt e Hurst. E un modulo riveduto e corretto di quello adottato dalla grande Ungheria di Puskas e Kocsis.

I Protagonisti


Il CT: Alfred "Alf" Ramsey (Inghilterra)
(Degenham 22 gennaio 1920 - Ipswich 28 aprile 1999)
Ex terzino di Porthsmouth, Southampton (dal '46 al '48) e Tottenham Hotspur (dal maggio '49 al '54) con cui ha vinto il campionato '51 e tre campionati interbritannici ('50, '52 e '53). Difensore destro, piccolo, lento ma capace ed attento, Ramsey ha vestito 32 volte la maglia della nazionale segnando tre gol, l'ultimo dei quali in una delle più famose partite della storia, Inghilterra-Ungheria 3-6 a Wembley nel 1953. Ha cominciato a fare l'allenatore nel '55, nell'Ipswich Town, squadra di terza divisione che nel giro di sette anni ha portato alla vittoria in campionato nel '62. Nel '63 e stato chiamato alla guida della nazionale, dove tra portato la grande innovazione di fare a meno delle ali, con le quali fino ad allora si era identificato il calcio inglese. Ha adottato un 4-4-2 che ha fatto definire la sua squadra una "meraviglia senza ali". Uomo di poche parole ma di grande carisma e spiccata intelligenza calcistica, flessibile dal punto di vista tattico ma rigoroso nell'imporre disciplina, il "generale" Ramsey, tecnico all'avanguardia per l'epoca, ha diretto la nazionale dei bianchì fino al 1972 (113 partite: 69 vittoria, 27 pareggi e 17 sconfitte) vincendo il mondiale '66 a Londra ma facendosi eliminare nei quarti dalla Germania Federale (dopo i supplementari, come aveva vinto 4 anni prima) nella Coppa del Mondo ai Messico 1970 dove, per le difficoltà dell'altitudine, introdusse nello staff della squadra il primo medico a tempo pieno. Di lui resta l'immagine dell'impassibilità, rotta soltanto da un sorriso, con cui ha accolto seduto in panchina il vittorioso esito della finale mondiale del '66 mentre i giocatori, la stessa Regina Elisabetta e gli spettatori festeggiavano l'impresa.

Il capocannoniere: Eusebio da Silva Ferreira (Portogallo) - 9 reti
(Lourenco Marques, 25 gennaio 1942)
Nato in Mozambico si conquista in Inghilterra l'appellativo di "pantera nera" del gol per via della sua corsa felina, dell'agilità di movimento e del senso della rete. Dopo Pelé, Andrade e Leonidas e il più grande attaccante di colore mai apparso su un campo di calcio. Anch'egli è africano come Just Fontaine che otto anni prima ha vinto il titolo di cannoniere mondiale col numero record di 13 gol. Eusebio, mister gol del Benfica e della nazionale portoghese, in Inghilterra ne mette a segno nove di cui quattro nella partita dei quarti contro la Corea del Nord. Con Torres compone la straordinaria coppia di punta del Portogallo rivelazione della coppa del mondo 1966. In terra britannica rimane all'asciutto soltanto nel confronto di apertura con l'Ungheria, match che i lusitani vincono agevolmente. Segna poi un gol alla Bulgaria, due al Brasile, quattro agli asiatici, un rigore al portiere inglese Banks (prima rete subita dall'Inghilterra nel suo mondiale) e un secondo rigore al leggendario sovietico Jascin nella finale per il terzo posto. Non è un goleador da aerea da rigore, non è un'opportunista, un rapinatore del gol, piuttosto un trascinatore, un artista. Si segnala nel Laurenco Marques dal quale è prelevato a 18 anni dal Benfica di Lisbona di cui diventa ben presto la bandiera (vi militerà per 15 anni: 294 partite con 316 gol) vincendo dieci titoli nazionali e la Coppa campioni del 1962. Nel 1965 vince il premio "pallone d'oro". La sua carriera è anche turbata da due operazioni al menisco, alcune fratture e periodi di scadimento di forma. Nel finale della carriera retrocede a centrocampista e nel 1975 va negli Usa per giocare nel Rhode Island Oceaners, poi nel Boston Minuteman, quindi in Messico nel Monterrey e poi in Canada nel Toronto Metros Croatia prima di tornare in Portogallo nel Beira Mair e infine di nuovo in America nel Las Vegas e nel New Jersey Americans. Smette di giocare quarantenne e diventa uomo immagine del Benfica.

La stella: Robert "Bobby" Charlton (Inghilterra)
(Ashington 11 ottobre 1937)
È la leggenda del calcio inglese. Di lui Ali Ramsey, suo allenatore nella vittoriosa avventura mondiale del 1966, disse: "E uno splendido ambasciatore dell'Inghilterra non soltanto per la sua attività di calciatore ma anche per il modo con cui ha tenuto alto il prestigio del suo Paese in dodici anni. Se il calcio ha espresso in ogni era i suoi profeti, quello degli anni sessanta è stato senza dubbio Bobby Charlton. Ha rappresentato l'Inghilterra in tutte le categorie calcistiche, dalla selezione studentesca alla nazionale maggiore perla quale ha segnato 41 gol, record imbattuto.
Tutta la sua carriera è un primato: 950 partite di cui 604 nel suo Manchester United (247 gol) e 106 nella nazionale, tre campionati d'Inghilterra (1957, 1965 e 1967), una Coppa dei Campioni nel 1968 e una Coppa d'Inghilterra nel 1963, Un titolo mondiale nel 1966 e uno stile sublime che ne ha fatto l'attaccante inglese più completo. Inesorabile realizzatore pur disponendo di una straordinaria visione di gioco Bobby Charlton è stato autentico uomo-squadra, uno dei più moderni centravanti che il calcio abbia mai prodotto, il gentleman del football anche per il suo fair play. Basti rilevare che in tutta la sua lunga carriera ha ricevuto soltanto due ammonizioni.
Nato ad Ashington l'11 ottobre 1937, è stata mamma Cassie, figlia e sorella di calciatori, a fare da allenatore ai figli Bobby e Jackie, anch'egli poi nazionale e campione del mondo. I due fratellini trascorrono ore e ore nella Laburnam Terrace di Ashington a calciare il pallone dentro Un rettangolo di calce dipinto sul muro dei bagni pubblici. Compiuti 13 anni, Bob viene presentato dalla madre a Joe Armstrong, talent scout del Manchester United e col consenso del padre minatore viene affidato alle cure di Bert Whalley e del gallese Jimmy Murphy che durano le squadre giovanili del club inglese A 14 anni Bobby esordisce a Wembley nella rappresentativa della scolaresca della sua provincia affrontando la corrispondente selezione gallese Il piccolo Charlton segna due splendidi gol segnalandosi all'attenzione di molti tecnici ma Armstrong non si lascia scappare quel ragazzino Un po' gracile ma tanto bravo. Un anno dopo Bobby, conclusi gli studi di media inferiore, va a vivere a Manchester per cominciare la sua carriera di calciatore professionista. I soldi che gli passa la società non bastano al giovane Bobby che deve aiutare la famiglia e allora tra un allenamento e un altro, tra una partita e un'altra, va a lavorare da meccanico in una officina vicina al campo di gioco. Nel 1957, appena diciannovenne, viene il suo grande momento. Nel Manchester United il centravanti Tommy Taylor si frattura una gamba e Bobby viene inserito in prima squadra convincendo tutti. Con un grande gol contro il Birmingham City porta in finale di Coppa il Manchester che poi perde contro l'Aston Villa, gioca la semifinale di Coppa Campioni contro il Real Madrid e segnando dieci gol in 14 partite dà il decisivo contributo allo scudetto 1957. Il 5 febbraio 1958, al rientro dalla trasferta a Belgrado dove nei quarti di Coppa il Manchester Utd ha pareggiato 3-3 con la Stella Rossa, l'aereo che riporta in patria la squadra inglese si schianta all'aeroporto di Monaco. Nella sciagura muoiono nove suoi compagni di squadra, giornalisti e accompagnatori. Si salvano in pochissimi tra cui, Bobby Charlton, e il tecnico Matt Busby. Di quel tremendo ricordo non vorrà più parlare in seguito, resterà la sua segreta angoscia. Probabile che quei suoi silenzi abbiano contribuito a dare l'impressione che il campione avesse carattere timido ed introverso. Certo è che quella tragedia lo fa maturare in fretta, anche per risollevare il suo Manchester United. L'11 aprile 1958, selezionato da Winterbottom, esordisce in nazionale maggiore a Glasgow segnando uno dei quattro gol con cui l'Inghilterra liquida la Scozia, Charlton ha 11 anni. Particolare curioso: cinque mesi dopo debutta nello "under 23" (24 settembre a Sheffield battendo la Polonia per 4-1 e mettendo a segno una tripletta). In maglia bianca della nazionale Bobby troverà poi sovente per compagno il fratello Jackie, centromediano. Va ai mondiali di Svezia nel 1958 ma non viene mai utilizzato, gioca invece nella Coppa Rimet del 1962 in Cile e naturalmente in quella "casalinga" del 1966. Alla vigilia dei mondiali 66, il ct inglese Ramsey chiede a Bobby di modificare un po' il suo gioco, di manovrare cioè alla maniera di Hidegkuti e Di Stefano per esaltare le capacità realizzative delle punte Hunt e Hurst. Charlton si trasforma così in grande regista sapendo coordinare anche il grande movimento delle due ali Ball e Peters. Il suo senso tattico è una delle principali chiavi del successo inglese in quel mondiale. Nello stesso anno gli viene assegnato il "Pallone d'oro" quale mi- g ore calciatore europeo. Quattro anni più tardi Bobby Charlton partecipa al suo quarto mondiale, quello in Messico. Proprio in Messico, a Leon, contro la Germania Bobby Charlton fa la sua ultima apparizione in nazionale. Il ct Alf Ramsey lo sostituisce dopo 70' sul 2-1 per gli inglesi nell'intento di risparmiarlo per gli impegni successivi ma con la sua uscita l'Inghilterra si sfalda consentendo ai tedeschi di rimontare e qualificarsi per la semifinale contro l'Italia. Bobby Charlton (106 presenze e 49 gol in nazionale) conclude carriera nel 1973 con il torneo anglo-italiano, al termine di una partita giocata a Verona. Nello stesso anno assume la carica di general manager del Preston e nel 1976 è eletto presidente della federazione internazionale dei calciatori.

Curiosità


Attenti a quei due
Per la seconda volta, dopo i tedeschi Fritz e Ottmar Walter nel 1954, la squadra campione schiera in formazione due fratelli: si tratta degli inglesi Bobby e Jack Charlton. Il primo è un fuoriclasse, interprete d'eccezione della tattica fatta adottare da Ramsey all'Inghilterra, uomo-ovunque tatticamente completo grazie ai fondamentali che hanno sempre avuto i calciatori britannici; il secondo è grintoso, la torre di difesa in grado di pilotare tutto il reparto.

Nasce la Mascotte
Il mondiale d'Inghilterra passa alla storia non soltanto per il successo dei padroni di casa propiziato dagli arbitraggi ma anche per la nascita della "mascotte". Il suo nome è Willie e rappresenta un leoncino con la maglia della "Union Jack". Da allora ogni edizione della coppa del mondo avrà la sua mascotte non tanto per gli effetti benauguranti che intende trasmettere quanto per gli incassi che può permettere andando a finire su ogni sorta di oggetti commerciabili. L idea sarà trasferita qualche anno più tardi anche sui giochi olimpici con enormi vantaggi economici.

Poco stiles
Una delle curiosità della "World Cup made in England" è l'arma segreta del mediano inglese Norbert Stiles, il "brutto anatroccolo" dei bianchi che ha la fama di "spaccagambe". Piccolo e pugnace atleta, ha grande senso dell'anticipo e dell'humor anglosassone. Porta lenti a contatto e la dentiera che usa togliersi sfoderando un ghigno agghiacciante per intimorire l'avversario. C'è ancora chi sogna un suo duello mai avvenuto con l'odontoiatra nordcoreano Pak Doo Ik, allora centravanti incubo degli azzurri, oggi allenatore della nazionale del suo paese.

Dalla Corea al Ghana
A proposito dei nordcoreani è da ricordare che il ct azzurro Edmondo Fabbri prima di quella che pensava dovesse essere una "formalità", vincere il confronto di Middlesbrough, per caricare gli azzurri afferma negli spogliatoi: "Se non battiamo i coreani vado a nascondermi nel Ghana" Durante la fase di riscaldamento pre-partita gli azzurri osservano i piccoli asiatici impegnarsi in acrobatici esercizi e sgranano gli occhi. C'è chi tra gli azzurri la prende sullo scherzo commentando che quei 22 omini tenteranno di avvicendarsi tutti in campo "tanto sono tutti eguali" (il regolamento del mondiale non prevede ancora sostituzioni durante la partita)

La puntura rosa
Dopo la disfatta Fabbri non va a vivere nel Ghana come promesso ma trascorre il resto dell'estate sulla più accogliente riviera adriatica braccato da giornalisti e da strane voci su punture rosa fatte ad alcuni giocatori italiani.

Un sorriso vi seppellirà
L'esultanza si paga con la vita, soprattutto se smodata e non conforme alle rigide impostazioni del regime. Tornati in patria, dopo gli iniziali festeggiamenti per lo storico risultato conseguito, molti giocatori della nazionale nordcoreana che in quell'estate del 66 stupirono il mondo, furono condannati ai lavori forzati per aver gioito in modo eccessivo e borghesi dopo la vittoria con l'Italia. L'allenatore Myong Rae Hyon fu accusato di attività rivoluzionarie. Il film documentario “The Game of Their Lives” di Dan Gordon (2002) racconta la storia di sette membri della squadra del 1966 ancora vivi in quell'anno. Il regime di Pyongyang attribuì a quei festeggiamenti la successiva sconfitta col Portogallo per 5 a 3. Così, al rientro in Corea del Nord, tutta la squadra venne deportata nei lager, ad eccezione di Pak Doo Ik, quello che aveva segnato il gol all'Italia, il quale per un attacco di gastrite non aveva potuto partecipare alla serata ed era rimasto in albergo.




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