Mondiale 1962 - Brasile


Il Racconto


Tutti in difesa
Dopo due edizioni consecutive in Europa, la Coppa Rimet torna in Sud America. Ottiene l'organizzazione del mondiale il Cile dopo che le sue autorità politiche e calcistiche convincono la FIFA che la manifestazione possa contribuire alla rinascita del paese andino devastato da un terribile terremoto. E il Cile vive, in quattro città (Santiago, Viña del Mar, Arica e Rancagua) quello che passera alla storia come il" mondiale della paura", il "torneo della difesa". Con otto giocatori che avevano vinto il titolo quattro anni prima a Stoccolma, i brasiliani riescono a difendere la Coppa anche senza l'apporto di Pelé, colpito da uno strappo muscolare alla seconda partita, quella con la Cecoslovacchia, anticipo della finalissima. E l'Italia? Imbottita di oriundi (gli argentini Sivori e Maschio, i brasiliani Sormani e Altafini), la squadra azzurra si qualifica agevolmente strapazzando Israele nelle eliminatorie e beneficiando del ritiro della Romania. L'Italia va in Sud America con grandi speranze ma anche tra grandi polemiche. La federcalcio, presieduta da Giuseppe Pasquale, dopo il rifiuto di Gipo Viani ad assumere l'incarico di ct, ripiega sul terzetto composto da Giovanni Ferrari, tecnico ufficiale, Paolo Mazza, dirigente, e Helenio Herrera, l'allenatore argentino-spagnolo-francese venuto due anni prima in Italia alla guida dell'Inter che lo ha strappato al Barcellona. HH dapprima accetta ma poi chiede pieni poteri scatenando la reazione della stampa e di Mazza e Ferrari che guidano così la squadra oltreoceano accompagnati dal dirigente Mino Spadacini e dal capo delegazione Artemio Franchi. Herrera va egualmente in Cile ma alla guida tecnica della Spagna. Gli azzurri, accolti trionfalmente a Santiago, si sistemano nei locali della "Escuela de aviation" ma la tranquillità dura poco.

La partita dello scandalo
Un paio di giornalisti mandano servizi poco lusinghieri nei confronti del popolo andino e un pittore cileno residente a Firenze raccoglie in ritagli spedendoli all'ambasciata del suo paese a Roma che li invia in Cile scatenando una campagna anti-italiana. Camminare per le strade di Santiago ricorda Cesare Maldini, allora libero azzurro - era impossibile per noi. La gente ci strappava gli scudetti tricolori sulle divise, ci insultava, ci sputava addosso al grido di muerte a los italianos. Un disastro. Tra gli azzurri c'è anche il diciannovenne Gianni Rivera che ha esordito in nazionale cinque giorni prima di andare in Cile in una vittoriosa amichevole sul Belgio a Bruxelles (3-1). L'Italia fa parte del secondo gruppo assieme a Svizzera, Germania e Cile. Il suo debutto nel mondiale non e disprezzabile conseguendo uno 0-0 con i tedeschi, considerati i più temibili del girone. I guai arrivano nella seconda partita, quella contro il Cile che nella prima giornata ha superato 2-0 gli elvetici. Prima dell'inizio della partita gli azzurri lanciano fiori al pubblico che vengono rigettati in campo. L'atmosfera è tesissima. Anche all'interno della squadra italiana c'è tensione perché Mazza, su consiglio di un paio di giornalisti che chiedono una squadra da combattimento, ha cambiato formazione all'ultimo momento escludendo Sivori, Maldini, Buffon, Radice e Rivera a favore degli esordienti Tumburus e Janich, con Mattrel tra i pali alla sua seconda presenza così come Maschio. Come se tutto ciò non bastasse sulla strada azzurra c'è l'arbitro inglese Ken Aston che ne combina di tutti i colori incapace di dominare la battaglia che si scatena sul campo. I cileni cominciano in tono intimidatorio e al 5' l'inesperto Ferrini reagisce ad una scorrettezza di Ramirez e viene espulso. Ferrini è incredulo e Aston chiede l'intervento della polizia per accompagnarlo negli spogliatoi. Sembra quasi un arresto. L'episodio esaspera gli animi. Ridotti in dieci gli azzurri rispondono colpo su colpo con Aston votato al perdono verso i cileni padroni di casa e alla severità nei confronti degli ospiti. Il più violento dei cileni è Lionel Sanchez che verso la mezz'ora sferra un pugno a Maschio fratturandogli il naso dopo un lungo scambio di insulti. Sul finire del tempo col risultato di 0-0 David entra a gamba tesa su Sanchez che lo aveva martoriato ed Aston espelle l'azzurro. Ne nasce una rissa furibonda con altro intervento di poliziotti in campo. In nove contro undici l'Italia soccombe nella ripresa per 2-0 con gol di Ramirez al 74' e di Toro all'88'. Quell'incontro va alla storia come la partita dello scandalo. A nulla serve la successiva affermazione sulla Svizzera. Gli azzurri tornano a casa mentre Santiago festeggia più che la qualificazione del Cile l'estromissione della "odiata" Italia. Tornano a casa anche Helenio Herrera e la Spagna di Puskas e Di Stefano che è stato relegato in panchina per incompatibilità col "mago". Il girone degli iberici, disputato a Vina del Mar, è vinto dal Brasile del ct Feola che, dopo l'infortunio occorso a Pelé nella seconda partita con la Cecoslovacchia (il mondiale della "perla nera" dura appena due ore anche se riesce a firmarlo con un gol al veterano portiere messicano Carabajal), sostituisce "O rey" con Amarildo che sarà la grande rivelazione dei mondiali. Nessuna sorpresa negli altri gironi anche se alle spalle dell'Ungheria, l'Inghilterra di Moore e Bobby Charlton la spunta sull'Argentina diretta da Juan Carlos Lorenzo soltanto grazie alla differenza reti.

Il passerotto volò sul nido del Rey
Nei quarti il Cile se la vede con l'Urss dell'intramontabile Jascin che però in questo mondiale ha qualche battuta a vuoto tanto da farsi infilare nella prima fase dal colombiano Coll direttamente su calcio d'angolo anche se ingannato dal vento. Jascin ad Arica si fa battere due volte dai cileni: prima su punizione di Sanchez, poi su un bolide di Rojas. Il gol di Cislenko dà solo per un minuto l'illusione del pareggio ai sovietici. La sfida più avvincente si consuma a Vina del Mar dove Garrincha (che in portoghese è il nome del passero brasiliano dalla testa grossa e dalle gambe corte) prende la "leadership" del Brasile trascinandolo al successo sugli inglesi con una doppietta memorabile. Corredano il 3-1 finale Vavà e il britannico Hitchens che aveva colto l'effimero pareggio. A Rancagua gli ungheresi attaccano per oltre un'ora senza riuscire ad agguantare l'1-1 contro i cecoslovacchi portati in vantaggio da Scherer poco prima del quarto d'ora di gioco. Quel 13 giugno davanti ad appena 5000 spettatori (il record negativo di presenze di tutta la storia dei mondiali è stato stabilito nello stesso stadio due settimane prima per Ungheria-Inghilterra con 2500 spettatori) il portiere cecoslovacco Willy Schroiff si guadagna l'appellativo di degno erede del grande Planicka. Nell'altro quarto la Jugoslavia campione olimpica di Roma elimina la Germania con un gol di Radakovic a tre minuti dal termine e prodezza finale di Soskic che neutralizza una conclusione-gol di Seeler. Accoppiamenti di semifinale: Sud America da un lato con Brasile-Cile ed Europa orientale dall'altro con Cecoslovacchia-Jugoslavia. Mentre il solito Schroiff è il principale artefice della vittoria cecoslovacca sugli slavi di Jerkovic, il Cile-rivelazione nulla può contro il Brasile di Garrincha e Vavà che siglano una doppietta ciascuno lasciando ai rissosi cileni soltanto due gol, uno ad ogni chiusura di tempo. È ancora una partita turbolenta con espulsioni del cileno Landa e del brasiliano Garrincha che reagisce violentemente ad un ennesimo fallo subito. Mentre il "passerotto" sta raggiungendo gli spogliatoi viene colpito alla testa da un sasso scagliato dalle tribune e che gli procura una ferita da suturare con tre punti. Quell'episodio induce alla clemenza la disciplinare della FIFA che non squalifica Garrincha per la finalissima così come grazia Landa per la finale per il terzo posto che i cileni si aggiudicano sorprendentemente con un gol di Rojas allo scadere.

La finale
La finale è la partita più bella del mondiale. Si ritrovano davanti Brasile e Cecoslovacchia nella prima fase hanno pareggiato 0-0. I sudamericani detentori del titolo hanno parzialmente modificato modulo di gioco rispetto a quattro anni prima passando dal 4-2-4 di Svezia al 4-3-3 con arretramento dell'ala sinistra Zagalo sulla linea dei centrocampisti lasciando in avanti Amarildo, Vavà e Garrincha. L'avvio è ceko tanto che al quarto d'ora Masopust porta in vantaggio i suoi. Il Brasile è in difficoltà anche perché Garrincha è bloccato alla perfezione dal terzino Novak. A questo punto la riscossa brasilera è suonata da Amarildo che diventa l'eroe della giornata. Il "garoto" del Botafogo, che rimpiazza il grande Pelé ("O rey" fallisce il test alla vigilia della finale e i medici ne sconsigliano l'affrettato recupero), con un tiro tagliato realizza il gol del pareggio due minuti dono lo svantaggio subito e nella ripresa "pennella" l'assist per Zito che di petto al 68' accompagna in rete il 2-1 pur i sudamericani. Brasile dominatore con rete conclusiva, complice un errore di Schroiff, di Vavà che si toglie la soddisfazione di vincere due finali mondiali festeggiando col gol entrambe le circostanze, imitato otto anni dopo da Pelé. Il Brasile affianca così Uruguay e Italia a quota due titoli. Più che per la splendida vittoria brasiliana, tuttavia, la Coppa del Mondo 62 viene ricordata per quella del gioco violento ed intimidatorio, per quella del calcio di difesa e dello scarso afflusso di spettatori (776 mila in 32 partite con una media di 24.250 ad incontro, il più basso del dopoguerra).

I Protagonisti


Il CT: Aymorh Moreira (Brasile)
(Miracema 24 gennaio 1912- Salvador 26 luglio 1998)
Ha guidato la nazionale brasiliana al titolo mondiale '62, al secondo posto (dopo spareggio con la Bolivia) nella Coppa America '53. Noto soprattutto per avere inventato l'ala tattica grazie alla duttilità di Zagalo, schierato con la maglia n. 11 ma con mansioni tattiche da centrocampista aggiunto sulla fascia. Ha giocato nel ruolo di portiere nel Brasil Rio ('31-'32), America ('33), Palestra Italia ('34) e Botafogo ('35/'46) ed essere stato tre volte nazionale (tutti e tre gli incontri con l'Argentina, nel '40), ha cominciato ad allenare nel '45 nell'Olaria di Rio. È poi passato al Bangu ('50), Sào Cristóvào ('51), Santos ('52) e al Portuguesa dove è rimasto 9 anni (dal '53 al '62). Ha guidato la nazionale in altre tre circostanze: dal '59 al '65, dal '66 al '67 e nel '69 (93 gare: 63 vittorie, 13 pareggi e 17 sconfitte).
In altalena con la panchina della nazionale ha diretto anche squadre di club: Palmeiras ('54 e '56/'57), San Paolo ('55), Taubate ('58), Portuguesa (65 e '66), Flamengo ('66), Corinthians f68 e '70) per poi trasferirsi in Europa e allenare il Boavista ('71/'73), il Porto ('74), il Panathinaikos ('76). Tornato in Sudamerica ha guidato il Vitoria Salvador ('78-'79 e '86), Galicia Salvador ('81-'82), Bahia Salvador ('82-'83), Catuense Salvador ('84) e Fluminense de Feria de Santana ('85-'86).

Capocannonieri: Garrincha e Vavà (Bra), Albert (Ung), Ivanov (Urss), Jerovic (Jug) e Sánchez (Cil) - 4 reti
Per la prima nella storia dei campionati mondiali la classifica dei cannonieri mette al vertice più di un giocatore. In Cile sono addirittura sei i cannonieri che concludono ex aequo la speciale graduatoria con appena 4 gol a testa. Il "re dei marcatori" viene designato per sorteggio ed il felice vincitore risulta il brasiliano Garrincha che peraltro ha caratterizzato questo mondiale.

Manoel Francisco Dos Santos detto Garrincha (Brasile)
(Pau Grande 23 marzo 1933 - Rio de Janeiro 20 gennaio 1983)
È stato probabilmente la più grande ala destra mai esistita. Dribbling stretto ed ubriacante anche per via di una lieve malformazione ossea alla gamba destra, una istintiva forza della natura con la palla al piede, instancabile e velocissimo sull'out oltre ad un tiro micidiale: questi i suoi connotati calcistici. Settimo figlio di un guardiano di fabbrica deve alla costanza del genitore e alla abilità di un ortopedico la sua fortuna calcistica. Cammina a otto anni dopo avere pedalato per chilometri e chilometri su un triciclo approntato dal padre. Cresce calcisticamente nel Pau Grande prima di passare al Botafogo dove vive la sua straordinaria carriera. Un anno dopo l'esordio nel Botafogo, Garrincha va ai mondiali in Svezia dove gioca contro l'Urss (terza partita) al posto di Joel conquistandosi definitivamente il posto. Sposatosi quindicenne con Dona Nair, da cui ha sette figli, Garrincha diventa protagonista in Cile dove rasenta la fama di Pelé. Di mentalità infantile (a test medici cui si sottopongono i calciatori brasiliani prima del viaggio in Cile, Garrincha risulta avere il cervello di un ragazzo di sei-sette anni), il fuoriclasse brasiliano è tipo bizzarro Si dice che dopo la partita se ne vada nella foresta a ballare il samba scalzo. Si innamora della cantante brasiliana Elsa Soares che sposa in Bolivia e dalla quale ha il primogenito (Manuel Garrincha dos Santos Junior), che morirà a 10 anni in un incidente Si dà all'alcol e distrugge la famiglia, gioca ancora nel Flamengo e nel Corinthians prima di ridursi in povertà e diventare padre di due righe. In nazionale ha giocato 41 partite perdendo solo l'ultima. Nella carriera disputa 385 incontri segnando 126 gol Muore alcolizzato in miseria e solitudine il 20 gennaio 1983 a neppure 50 anni nell'ospedale Alto da Boavista presso Rio. Sulla sua tomba l'epitaffio Qui riposa chi fu la gioia del popolo: Mané Garrincha".

Edvald Izidio Neto detto VAVÀ (Brasile)
(Recife 12 novembre 1934 - Rio de Janeiro 19 gennaio 2002)
Il più europeo dei calciatori brasiliani dell'epoca. Erede di Ademir anche se del maestro più grezzo nel tocco di palla. Nato nel 1934 si mette in luce nel Vasco de Gama vincendo il titolo carioca nel 1956 dopo avere fallito nella "selecao" l'anno precedente contro il Paraguay. Toma in nazionale nel 1958 quale riserva di Altafini e viene utilizzato contro l'Inghilterra per essere poi confermato contro l'Urss. Si trasferisce in Europa, all'Atletico Madrid dove resta per tre stagioni per poi rientrare in Brasile al Palmeiras e disputare quindi, vincendola, la sua seconda coppa del mondo. Nella "selecao" disputa in tutto 20 partite segnando 14 gol.

Florian Albert (Ungheria)
(Kiskunfelegjhaza 15 settembre 1941)
Centravanti del Ferencvaros con cui vince tre scudetti. Nel 1967 è "pallone d'oro" quale migliore calciatore europeo. Considerato l'erede di Hidegkuti, esordisce in nazionale ancora 17enne il 28 giugno 1951 contro la Svezia. Velocita progressiva, dribbling in corsa e tiro micidiale le sue caratteristiche. In Cile segna il gol decisivo contro l'Inghilterra e una tripletta alla Bulgaria. Si ritira dopo 350 partite di campionato e 74 in nazionale nel marzo 1974.

Valentin Ivanov (URSS)
(Mosca 19 novembre 1934)
Interno della Torpedo di Mosca, debutta in nazionale in una tournée in India nel 1955 a Calcutta. Un anno dopo segna il suo primo gol in nazionale. Campione sovietico nel 1960 e 1965, vincitore della Coppa nazionale nel 1960 e del titolo europeo a Parigi lo stesso anno, in Cile va a segno contro Jugoslavia, Colombia (due volte) e Uruguay. Gioca 41 partite in nazionale (fino al 1965) realizzando 26 gol. Dal 1967 fa l'allenatore della Torpedo Mosca fino al 1996 con la parentesi di una stagione ('92-'93) al Raja Casablanca. Conclude la carriera di tecnico nel 2004 al FK Mosca.

Drazen Jerkovic (Jugoslavia)
(Siblenik 6 agosto 1936 - Zagabria 9 dicembre 2008)
Centravanti della Dinamo di Zagabria, esordisce in nazionale jugoslava a Londra l'11 maggio 1960 contro l'Inghilterra (3-3), è finalista europeo a Parigi nello stesso anno e guida la Jugoslavia al suo miglior risultato mondiale in Cile. Nella selezione dei "plavi" gioca 11 partite segnando complessivamente 1 gol. Più alta la sua media in campionato dove in quasi 300 partite sigla oltre 200 reti. Vince un campionato e tre coppe nazionali.

Leonel Sanchez (Cile)
(Santiago 25 aprile 1936)
Centravanti-ala dell'Universitad Chilena di Santiago, dotato di buon tiro, è uno dei più longevi calciatori del suo paese. Gioca in nazionale 104 partite e vince quattro volte il titolo cileno. E protagonista negativo degli incidenti che caratterizzano Cile-Italia del mondiale per via dei suoi estemporanei match di pugilato con Maschio e David. Nel 1963 viene ingaggiato dal Milan ma per la limitazione del numero degli stranieri in Italia (due per squadra) e dato che i rossoneri dispongono già di Sani e di Benitez, Sanchez toma in patria per prendere parte nel 1966 anche al mondiale in Inghilterra non andando a segno. Nel mondiale 62 realizza una doppietta contro la Svizzera, un gol all'Urss e un altro nella semifinale col Brasile. Si ritira nel 1973. In nazionale (debutto il 18 settembre 1955 al Maracanà contro il Brasile) ha disputato 84 partite segnando 23 gol.

La stella: Lev Ivanovic Jascin (Urss)
(Mosca 22 ottobre 1929 - Mosca 20 marzo 1990)
C'è chi sostiene che il più grande portiere della storia del calcio sia stato lo spagnolo Ricardo Zamora, ma molti non sono d'accordo ed indicano lui, Lev Ivanovic Jascin. E stato l'unico estremo difensore capace di vincere il Pallone d'oro e nessuno sportivo, in Unione Sovietica, è mai stato popolare come lui nel dopoguerra. Ha difeso la porta dell'Urss per 78 volte, fino a 42 anni, ed è stato un esempio anche fuori dal campo per migliaia di giovani. Onore, celebrità e benessere non gli hanno mai dato alla testa. Per lui le cose più importanti sono sempre state il lavoro e la famiglia: "Non bisogna mai perdere il senso delle proporzioni - ha detto una volta. Il calcio mi ha dato tante soddisfazioni e mi ha fatto diventare famoso, ma il giorno più bello della mia vita è stato quello della nascita di mia figlia Irina. E il compito più importante per me è stato quello di allevarla". Jascin è nato a Mosca il 22 ottobre 1929, in una modestissima casa di Bogorodskoie. A 12 anni entra in fabbrica come operaio aggiustatore, poi quando la famiglia si trasferisce a Tuscino (Lev ha 14 anni) è costretto a cercarsi un altro posto. Nel frattempo ha già iniziato a praticare, nelle poche ore libere, i due sport nazionali dell'Urss, il calcio e l'hockey sul ghiaccio. Trova posto in un'altra fabbrica, e questa è la sua fortuna perché qui lavora, da poco rientrato dal fronte, Vladimir Cecerov, un atleta famoso di quei tempi, che organizza subito una squadra aziendale a difesa della cui porta piazza subito Jascin. A 20 anni viene messo di fronte a un bivio: calcio o hockey? Già, perché nel frattempo Lev ha fatto progressi da gigante anche in questa seconda specialità tanto che Arcari Cernisciov, famoso ex giocatore di questo sport, lo vuole a tutti i costi, naturalmente sempre come estremo difensore, nella Dinamo Mosca. Lev è combattutissimo e non sa che pesci prendere, poi il 10 marzo del 1950 prende la decisione definitiva: si dedicherà a tempo pieno al calcio. Entra subito a far parte della squadra riserve della Dinamo, di cui diventa titolare nel 1953. Da qui inizia la sua leggenda. Nel 1954 si sposa con Valentina, una giornalista della televisione, e le sarà sempre fedele, proprio come nel calcio con la sua Dinamo di cui diventerà l'incrollabile bandiera. Ne difenderà la porta per oltre 20 anni. Durante tutto questo tempo il "ragno nero" sarà sempre un esempio di serietà e dedizione. "Lo sport esige sacrifici rigorosi - ripeterà più volte. - Bisogna sempre condurre una vita sana. Un atleta non ha il diritto di prendersi neppure un raffreddore". E ancora: "Il successo è frutto di fatica e costanza. Per migliaia di volte in allenamento ho eseguito gli stessi movimenti perché volevo che ogni parata mi venisse naturale". Mai teatrale, giocava sempre con un completo rigorosamente nero, intimidendo gli avversari con la sua mole, un metro e 85 per 80 chili di peso. In più aveva l'asso nella manica di un paio di braccia lunghissime e di un paio di mani tipo "paletta". La sua più grande qualità era quella di riuscire ad essere sempre dove gli attaccanti avversari indirizzavano il pallone. E lui la spiegava così: "Per me la dote principale di un portiere è proprio quella d'intuire le mosse dell'attaccante, così da distruggerlo psicologicamente".
Nel suo albo d'oro figurano il campionato d'Europa vinto con la nazionale nel 1960, e i titoli sovietici del '54,'55,'57,'51 e '64. In totale con il suo club ha disputato 731 partite. Nel 1963 ha vinto il Pallone d'oro di "France Football".

Curiosità


L'aviazione in difesa degli Azzurri
Nel mondiale della violenza le curiosità riguardano situazioni poco edificanti. Alcune testimonianze riferiscono che dopo la partita dello scandalo Cile-Italia mezzo migliaio di tifosi cileni si erano radunati armati di bastoni nei pressi del quartiere generale degli azzurri alla "escuela de aviation" circondando minacciosamente il pullman che riportava i calciatori italiani nel ritiro. Soltanto grazie all'intervento di un nutrito contingente di allievi della scuola di aviazione cilena che ha disperso gli "aficionados" sono stati evitati più gravi incidenti. Da quel giorno il clan italiano visse in un'atmosfera di terrore tanto che la squadra rinunciò ad assistere all'incontro Germania-Svizzera.

La tentazione di Aston
Il protagonista dello scandalo Cile-Italia l'arbitro Inglese Ken Aston, scrisse dopo il mondiale che dovette espellere gli azzurri Ferrini e David per evitare di sospendere la partita. "Durante l'intervallo - affermò - decisi di portare a termine la partita nonostante nei primi '45 fossi stato tentato di sospenderla per l'esplosione di isterismo collettivo della folla".

La notte dei lunghi coltelli
Oltre che per il comportamento di Aston, condizionato dalla folla, l'Italia la perse comunque quella partita per il clamoroso errore commesso dal responsabile tecnico Mazza che nella notte precedente all'incontro decise di cambiare sei undicesimi della formazione che aveva pareggiato all'esordio con la Germania. Sivori e David, che alloggiavano nella stanza sopra a quella di Mazza, sentirono nella notte che Mazza e due giornalisti stavano facendo la formazione che avrebbe giocato all'indomani ci cileni ed appresero che l'argentino non avrebbe giocato al parti di Maldini, Rivera e Altafini. Quest'ultimo poche ore prima di andare allo stadio per l'incontro improvvisò nella sala mensa del ritiro una sceneggiata affermando di essere in piena forma, saltando e scattando tra i tavoli, dicendo che quella sarebbe stata la sua giornata se lo avessero fatto giocare. Mazza lo prende sul serio e annuncia a Sormani che avrebbe giocato. Altafini il quale resta di sasso, incredulo che una simile burla abbia potuto fare cambiare idea al tecnico.

Il gufo Rocco
Tutta la spedizione azzurra è nata sotto una cattiva stella. Basti pensare che durante il viaggio aereo per il Cile, la comitiva italiana incontra all'aeroporto di San Paolo l'allenatore del Milan Nereo Rocco andato in Brasile per visionare degli azzurri perchè in caso di emergenza avrebbe potuto prendere lui il posto di Mazza e Ferrari, il tecnico esautorato di poteri dal primo.




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