Mondiale 1958 - Brasile


Il Racconto


Stranieri d'Italia
La Svezia aveva ottenuto l'organizzazione della sesta edizione della Coppa del Mondo otto anni prima nel congresso tenuto dalla FIFA a Rio nel luglio 1950. Il mondiale dell'Italia finisce prima ancora di cominciare. Gli azzurri vengono infatti eliminati nelle qualificazioni il 15 gennaio a Belfast dove l'Irlanda del Nord supera l'Italia per 2-1 dopo che il 4 dicembre il confronto con i britannici si era concluso sul 2-2 ma era stato definito amichevole dato che l'arbitro designato dalla FIFA, l'ungherese Zsolt, non era arrivato per la nebbia. Quella amichevole, diretta dall'irlandese Mitchell, diventa così inutile ma genera egualmente tensioni tanto che alla fine avvengono alcuni incidenti. L'accoglienza in Irlanda del mese successivo per la ripetizione valida della partita, con il magiaro Szolt regolarmente in campo, non è delle migliori per gli azzurri che vivono una delle loro più amare delusioni facendosi battere quando gli sarebbe bastato un pareggio per andare in Svezia. L'umiliazione dell'esclusione dalla rassegna iridata è tanto più profonda perché la squadra italiana ha utilizzato i naturalizzati campioni stranieri Schiaffino, Ghiggia, Montuori e Da Costa. Il calcio italiano viene rappresentato in Svezia soltanto dall'arbitro Orlandini e da sei "italiani" rimpatriati per l'occasione: Liedholm, Gren, Hamrin, Skoglund, Selmonsson e Gustavsson. E gli scandinavi, col contributo degli emigrati in Italia, fanno scintille arrivando dritti in finale.

Nasce una stella
L'eliminazione dell'Italia nelle qualificazioni oltre a «quelle dell'Uruguay (il solo con l'Italia che avrebbe potuto aggiudicarsi definitivamente a Rìmet avendola già vinta due volte) e della Svizzera, e l'inaspettata forza della Svezia che pure ha dalla sua il vantaggio di giocare in patria, non costituiscono le sole sorprese di questo mondiale che si disputa al freddo del nord. La Germania campione ha perduto molti dei suoi "eroi" di Berna 54 anche per via delle amare conseguenze del doping. Non è più la stessa, per altre ragioni, l'Ungheria che non ha più i suoi campioni (dopo la rivoluzione tanti dei suoi assi hanno lasciato la patria per andare a giocare all'estero), ad eccezione di Grosics e Hidegkuti agli ordini del nuovo ct Lajos Baroti. L'Argentina non può contare sui suoi tre "angeli con la faccia sporca" (angelos con la cara sucia), cioè Sivori, Angelillo e Maschio, andati a giocare in Italia. L'Inghilterra si presenta ai mondiali sotto lo choc del disastro aereo di Monaco dove il Manchester ha perduto otto giocatori (si erano salvati soltanto il portiere irlandese Gregg, Bobby Charlton, Foulkes e l'allenatore Matt Busoy) e gioca nelle condizioni che già furono dell'Italia nel 1950 dopo la sciagura di Superga. C'è anche per la prima volta l'Unione sovietica oltre a quella contemporanea di tutte e quattro le selezioni delle Associazioni britanniche. Le sorprese più grosse verranno comunque dalla Francia con il suo cannoniere Fontaine e dal Brasile che, dopo avere fallito tante volte la conquista del titolo per via dell'eccessivo individualismo dei suoi calciatori, stavolta pare attrezzato al meglio per raggiungere l'obiettivo grazie all'accurata preparazione fatta svolgere dal nuovo ct Vincente Feola, corpulento personaggio di origine salernitana. Lassù, sotto la calotta artica, nasce inoltre la stella chiama Edson Arantes do Nascimento, detto "Pelé". Il samba calcistico del diciottenne brasiliano entusiasma anche se è tutta la formazione sudamericana a dare spettacolo, dal portiere Gilmar ai terzini Santos, dal filosofo Didì, ex lustrascarpe di un quartiere alle spalle di Copacabana, al tornante Zagallo, fino alle punte Garrincha, il fantasista che aveva preso il posto di Julinho, Vavà, l'estro, e appunto Pelé, il giocatore di tutte le doti che subentra ad Altafini ingaggiato il mese prima dal Milan.
Gli occhi del mondo sono puntati sul girone di Goteborg che raggruppa tre colossi del calcio mondiale: Brasile, Inghilterra e Urss con l'Austria a completare il poker. Il primo scontro mette di fronte a Uddevalla brasiliani e austriaci. I sudamericani, che applicano un nuovo modulo di gioco (quattro difensori in linea, due centrocampisti e quattro attaccanti con l'ala sinistra Zagalo propensa ai rientri), passeggiano sugli avversari che liquidano con un perentorio 3-0 maturato dopo oltre mezz'ora di gioco con una doppietta di Altafini e una rete in apertura di ripresa di Nilton Santos. Feola non è soddisfatto perché in attacco si è mancato di... incisività. Intanto lo scontro Urss-Inghilterra è finito in parità dopo che i sovietici si erano portati sul 2-0. Nella seconda giornata ecco Brasile-Inghilterra. Feola ha sostituito Dida con Vavà ma le cose non migliorano di molto sebbene i brasiliani sfiorino il gol in due occasioni all'inizio: una girata di testa di Altafini è sventata sulla linea da Mac Donald e un bolide di Vavà colpisce la traversa. Nella ripresa gli inglesi fanno valere la loro prestanza fisica ma il risultato resta 0-0. Per il Brasile equivale ad una sconfitta. Consiglio di squadra e rinnovamento totale dello schieramento con esclusione di Sani, Joel e Altafini a favore di Zito, Garrincha e Pelé. Contro l'Urss, reduce da un facile 2-0 sull'Austria, il Brasile fa faville con un avvio al fulmicotone e nonostante le prodezze del portiere sovietico Jascin l'incontro si conclude 2-0 per i "verdeoro" con doppietta di Vavà. Il debutto di Pelé incanta tutti per la naturalezza del suo palleggio e l'universalità del suo gioco. Il Brasile vince così il proprio girone dato che l'Inghilterra non va oltre uno stentato 2-2 con l'Austria e deve spareggiare con l'Urss. La spunteranno i più "quadrati" sovietici con un gol di Ilijn a 12' dal termine.

Il portiere con la mano fratturata
Negli altri gironi si sono messe in luce la Svezia del ct inglese Ravnor che ha assemblato al meglio i professionisti "italiani" con i locali anche se non appare del tutto una formazione omogenea, la Francia che, sprovveduta in difesa, segna comunque parecchio con Kopa e soprattutto col centravanti di origine algerina Just Fontaine (cinque gol in tre partite), la Germania che vince il suo raggruppamento nonostante due pareggi, e l'Irlanda del Nord che va ai quarti vincendo a sorpresa lo spareggio con la Cecoslovacchia (2-1) che si conclude ai tempi supplementari e nel corso del quale il portiere di riserva irlandese Normann Uprichard (sostituto dell' infortunato titolare Gregg) fa miracoli nonostante abbia una mano fratturata per un calcio. Il successo nordirlandese consola parzialmente gli italiani (erano stati eliminati da una squadra che si è guadagnata la promozione al secondo turno). Deludono invece l'Argentina del ct Stabile, la Cecoslovacchia di Masopust e l'Ungheria dei giovani Sipos e Tichy. Al termine del primo turno, comunque, si aprono violente polemiche per il gioco duro che si è praticato e gli arbitri vengono accusati di eccessivo permissivismo. Si va tuttavia ai quarti e il Brasile deve vedersela con il Galles dello juventino John Charles che è riuscito ad eliminare i magiari in un drammatico scontro. Sembra debba essere una passeggiata per i sudamericani anche se privi di Vavà, infortunato a rimpiazzato da Altafini. I brasiliani invece impiegano oltre un'ora per segnare con una prodezza di Pelé che, colpita in precedenza la traversa, stavolta batte Kelsey con una rovesciata radente dopo un ubriacante palleggio. Negli altri quarti la Svezia, trascinata da un Hamrin in grande giornata, elimina l'Urss forte ma priva di fantasia, la Germania di Herberger supera di misura la Jugoslavia con un gol dell'eroe di Berna Rahn e un criticato arbitraggio dello svizzero Wyssing, e la Francia del trio Piantoni, Fontaine e Kopa travolge la spossata Irlanda del Nord (4-0).
Nelle semifinali anche la grande rivelazione francese deve soccombere alla superiorità dell'inarrestabile Brasile di Pelé che sigla una tripletta consacrandosi "stella" di Svezia. A Stoccolma i francesi cedono per 5-2 ma hanno l'attenuante di un infortunio occorso a Jonquet. Dall'altra parte, a Goteborg, gli svedesi di Raynor con Skoglund, Gren e Hamrin, sotto la sapiente regia di Liedholm, rimontano il gol in apertura del tedesco Schaefer mandando in delirio la fredda popolazione scandinava. La Germania, ormai allo sbando nell'organizzazione di gioco, cede poi il terzo posto alla meritevole Francia che si aggiudica il confronto per 6-3 con quattro gol di Just Fontaine che consolida il suo primato al vertice della classifica dei cannonieri.

La finale
Cinquantamila persone si stipano nello stadio Rasunda di Stoccolma per la finale tra Svezia e Brasile. Riuscirà il miracolo svedese a fermare assalto sudamericano all'Europa? È una partita che passa alla storia. Il Brasile cambia la tradizionale maglia verdeoro per consentire ai gialli di Svezia di indossare la loro tradizionale casacca. I sudamericani sono in verde con pantaloncini bianchi. Feola deve rinunciare al terzino De Sordi, infortunatosi contro i francesi, e lo sostituisce con Dialma Santos. Raynor può disporre della formazione titolare. Gli scandinavi, al fischio d'avvio dell'arbitro francese Guigne, aggrediscono gli avversari e dopo appena 3' vanno in vantaggio con Liedholm che, ricevuta palla da Simonsson, batte sulla destra Gilmar con un rasoterra. I brasiliani sono feriti nell'orgoglio e cominciano a giocare come mai si era visto nel mondiale. È un calcio favoloso che entusiasma e che porta al pareggio sudamericano nel giro di appena sei minuti. È Vavà a deviare in rete un traversone da destra di Garrincha. È soprattutto in difesa che il Brasile stupisce gli osservatori giocando con grande accortezza grazie alla prestazione dei due anziani terzini, Djalma Santos e Nilton Santos, negro il primo, bianco il secondo. Poco oltre la mezz'ora ancora Vavà batte imparabilmente Svensson portando in vantaggio i "cariocas". L'ex centravanti della nazionale "auroverde" Leonidas racconta il gol alla radio brasiliana gridando un lunghissimo "gooool" che diverrà abitudine dei radiocronisti sudamericani. Non è finita: nella ripresa Pelé porta il Brasile sul 3-1 con un diagonale dopo avere scavalcato il diretto avversario Gustavsson con un delizioso pallonetto. In quel momento sugli spalti dello stadio Rasunda ci si rende conto che contro questo Brasile nulla si può. Ed è infatti il portatore d'acqua Zagalo a mettere a segno il suo unico gol nel mondiale portando la sua squadra sul 4-1. È fatta ma a dieci minuti dal termine la Svezia riduce le distanze con Simonsson generando qualche illusione di rimonta. Ci pensa "o rey" Pelé a porre il sigillo sul suo mondiale siglando il 5-2 finale per poi scoppiare in lacrime, lui diciottenne, al fischio di chiusura dell'arbitro. Piange Pelé sulla spalla di Didì mentre il portiere Gilmar cerca di fargli vincere l'emozione. Festeggia con un incontenibile carnevale la "torcida" brasiliana in patria dopo anni di delusioni. Il Brasile ha vinto il suo primo titolo iridato espugnando l'Europa, impresa che resterà ineguagliata. Il successo della fantasia disciplinata nella razionalità tattica che trova la più alta espressione in Pelé, il più grande talento naturale mai apparso su un campo di calcio, apre una nuova era nel mondo del football.

I Protagonisti


Il CT: Vicente Feola (Brasile)
(San Paolo 1 novembre 1909 - San Paolo 20 novembre 1975)
Ct del Brasile campione del mondo '58. Di origini napoletane, ha cominciato molto giovane sia la carriera di calciatore sia quella di allenatore. Ha giocato nel Palmeiras e nell'Americano e a soli 28 anni ha preso in mano la guida del san Paolo ('37) dove è rimasto sino al '40. Vi è tornato nel '48 dopo essere stato al Botafogo, ed ha vinto subito il campionato paulista bissando il successo nell'anno successivo. Dal '50 al '56 ha diretto la selezione dello stato di San Paolo per poi entrare nella federazione. Nel '58 è stato nominato direttore tecnico generale della nazionale che ha portato alla vittoria nel mondiale del '58 in Svezia, al secondo posto nella Coppa America del '59 per poi nel '61 tornare ad allenare club, tra cui il Boca Juniors con il quale ha vinto il campionato argentino. Nel 1966, in occasione dei mondiali in Inghilterra, ha preso in mano le redini della nazionale brasiliana senza ripetere l'impresa svedese. Sotto la sua guida il Brasile ha giocato 43 partite (33 vittorie, 7 pareggi e 3 sconfitte).

Il capocannoniere: Just Fontaine (Francia) -13 reti
(Marrakech 18 agosto 1933)
Formidabile intuito e sensazionale fiuto del gol sono i connotati del primatista di gol segnati in una sola edizione del mondiale. Buone qualità tecniche e grande potenza fanno del centravanti francese di origine marocchina un bomber inesorabile che si infila nei corridoi utili a dettare il passaggio per fiondare a rete da tutte le posizioni nonostante prediliga agire centralmente, in rettilineo, e colpire la palla di controbalzo. Non aspetta mai che gli giunga la palla ma scatta improvvisamente nei varchi che intravvede in attesa di riceverla in corsa e scaraventare a rete. Si pensava che il record stabilito quattro anni prima dal magiaro Kocsis con 11 gol nel mondiale difficilmente potesse essere battuto e invece la mitraglia francese stupisce il mondo andando facilmente in gol e trascinando la sua squadra ad un clamoroso terzo posto. Nato a Marrakesh il 18 agosto 1933, Fontaine cresce come calciatore nella squadra della sua città trasferendosi poi all'Unione Sportiva Marocaine prima di giungere in Francia nel 1953 diventando professionista nell'Olympique Nizza. Tre anni più tardi va allo Stade di Reims dove resta fino al termine della sua breve carriera quando nel 1961, appena 28enne, deve abbandonare in seguito ad una oppia frattura della gamba sinistra. Nel giro di quattro anni colleziona venti presenze nella nazionale francese mettendo a segno 30 gol, una media di una rete e mezza a partita. Nel 1959, finalista di Coppa Campioni contro il Real Madrid, Fontaine vince anche la classifica cannonieri del torneo europeo per club con dieci gol. I più famosi da lui siglati restano comunque i 13 del mondiale in Svezia, un primato che resiste da un trentennio e che difficilmente potrà essere attaccato data anche l'evoluzione avvenuta nel calcio dove la specializzazione da qualche tempo ha lasciato il campo alla polivalenza. Questo il suo ruolino di marcia in Svezia: tripletta nella prima partita col Paraguay (Francia-Paraguay 7-3), doppietta con la Jugoslavia nella seconda giornata (Francia-Jugoslavia 2-3), gol del successo sugli scozzesi alla terza (Francia-Scozia 2-1), doppietta ai nordirlandesi nella quarta (Francia-Irlanda del Nord dei quarti 4-0), gol del temporaneo pareggio nella quinta (la semifinale) coi brasiliani (Francia-Brasile 2-5) e addirittura una quaterna nella sesta e ultima sfida contro i tedeschi (finale per il terzo posto: Francia-Germania 6-3).
Si ritira nel 1962 quando ha appena 29 anni per via di ripetuti problemi fisici. In carriera ha segnato 165 gol in 200 partite della prima divisione francese. Nel 2004 Pele lo ha voluto inserire nell'elenco FIFA dei 125 migliori giocatori.

La stella: Edson Arantes Do Nascimiento detto Pelé (Brasile)
(Tres Caracoes 23 ottobre 1940)
Il più grande calciatore mai esistito, unico, favoloso, "O Rei", inimitabile, Dio travestito con la maglia del Brasile. Su Edson Arantes do Nascimiento, in arte Pelé, è stato detto e scritto davvero tutto, ma mai fama è stata più meritata. Il giovane "Dico" (è stato questo il suo primo "apelido"), figlio di Joao Ramos do Nascimiento, detto Dondinho, a sua volte calciatore nelle file di Atletico Mineiro e Baurù, ha infatti iniziato a mostrare meraviglie con un pallone fra i piedi non appena ha cominciato a camminare. Gioca interminabili partite a piedi scalzi, ma lo scenario non è quello della spiaggia di Copacabana bensì le polverose strade di Tre: Coracoes, la cittadina dello stato di Minas Gerais dove è nato nel 1940. Alcuni suoi coetanei lo battezzano subito, per la sua bravura, Pelé, manipolazione del nome Belé, che era un celebre calciatore del campionato mineiro di quei tempi. Le sue prime squadre vere si chiamano Baquinho, giovanile del Baurù Atletic, e Noroeste, il primo che si accorge del suo un immenso valore è Waldemar de Brito, nazionale brasiliano degli anni Trenta che gli organizza un provino col Santos, mentre nel frattempo Tim, famosissimo allenatore che arriverà fin quasi ai giorni nostri, fa di tutto per portarlo al Bangù. Il ragazzo indeciso: non vorrebbe andarsene da casa e soprattutto lasciare i genitori a cui è attaccatissimo, poi viene convinto a farlo e si trasferisce a Santos tra le lacrime della madre. Viene alloggiato in una pensione dove risiedono molti dei ragazzi delle giovanili del club paulista, dove esordisce in prima squadra il 7 settembre 1956, quando non aveva ancora compiuto 16 anni. I compagni più anziani, come Del Vecchio al cospetto del quale il ragazzino trema, lo chiamano "gasolina"(benzina) ed il motore che il ragazzo ha dentro è un turbo, perché ad un anno dalla sua prima apparizione torna ad essere Pelé e a diventare subito leggenda. Silvio Pirillo, c.t. della nazionale, lo convoca in "selecao" a 17 anni non ancora fatti e lo lancia subito nella mischia, contro l'Argentina. È il 7 luglio 1957 Pelé entra per rilevare Del Vecchio (anche con il Santos aveva giocato la prima partita sostituendo lo stesso compagno) e segna la rete che non eviterà al Brasile una sconfitta per 2-1 contro i rivali di sempre, quelli più odiati. Comincia una meravigliosa favola che durerà per 110 partite arricchite da 95 reti. L'ultima apparizione è quella del 18 luglio 1971 al Maracanà di Rio contro la Jugoslavia. Finisce 2-2, Pelé lascia il campo piangendo e con la sua maglia in mano, intrisa di lacrime. La donerà ad un raccattapalle che la rivenderà poi a peso d'oro. Mettere ordine tra i dati della sua carriera è impresa ardua, ma di sicuro si può iniziare dicendo che è stato il più giovane vincitore di un mondiale (aveva 17 anni) ed è stato l'unico calciatore ad averne vinti tre. A livello di club con il Santos ha vinto due Coppe Libertadores, due Coppe Intercontinentali, 11 titoli del campionato dello stato di San Paolo, 5 titoli di campione degli stati di Rio e San Paolo che a quei tempi equivalevano ad uno scudetto brasiliano vero e proprio. È stato capocannoniere del torneo paulista per dieci anni consecutivi, dal '57 al '67. Nel 1977 ha vinto il campionato nordamericano della Nasi con la maglia dei New York Cosmos. Ha segnato 1281 gol in più di venti stagioni calcistiche, e questo è stato l'unico primato che non è riuscito a battere perché Artur Frieaenreich, mitico cannoniere degli albori del calcio brasiliano lo precede con 1321 reti. Poteva giocare in qualsiasi ruolo, non era solo un inarrivabile solista ma anche un giocatore che scambiava palla (le sue famose "tabelhas") rapidissimamente per mandare i compagni in porta spesso con la palla al piede. La sua bravura nel gioco aereo è testimoniata dal gol messo a segno nella finale mondiale del '70. In allenamento ha più volte dimostrato un'insospettabile bravura anche nei panni di portiere. Sposato con Rosemery, dalla quale poi si è separato, due figli di cui uno maschio che ora gioca con la maglia numero uno in un campionato scolastico degli Usa, negli ultimi anni ha collezionato un'invidiabile serie di amori e flirts vari con numerose attrici e miss del suo paese. Amatissimo in tutto il Brasile, a Tres Coracoes è stata costruita una sua statua che secondo i tifosi fa i miracoli a chi glieli chiede.

Curiosità


Il gioco dei tre palloni
Per la prima volta nella storia della coppa del mondo una partita finisce senza reti. Lo "storico" 0-0 viene realizzato l'11 giugno a Goteborg tra Brasile e Inghilterra e ne è protagonista principe il portiere britannico Mc Donald che nei primi minuti sventa miracolosamente sulla linea una deviazione di testa di Altafini. Nella stessa competizione ci sarà poi un secondo 0-0, quello di quattro giorni più tardi a Stoccolma tra Svezia e Galles ma nelle successive edizioni della coppa del mondo il risultato "a occhiali" uscirà molte altre volte. L'episodio più singolare della coppa del mondo avviene comunque dopo il rischio conclusivo della finale Brasile-Svezia che i sudamericani si aggiudicano per 5-2. Dopo il quinto gol "carioca" messo a segno al 90' da Pelé, l'arbitro francese Guigue si impossessa del pallone ed emette il triplice fischio di chiusura della partita. Tutti i giocatori neocampioni del mondo lo circondano chiedendogli lo "storico pallone che lui però non intende mollare volendolo conservare anch'egli per ricordo. Guigue esce dal capannello di giocatori brasiliani col pallone sotto il braccio come un grande giocatore di rugby correndo verso gli spogliatoi. Alcuni calciatori tentano invano placcaggi disperati finche il massaggiatore Mario Americo, un pelato tutto... testa, sferra un pugno al pallone Facendolo sfuggire dal braccio dell'arbitro e raccogliendolo per portarselo di corsa nello spogliatoio brasiliano. L'arbitro non vuole subire il dispetto e si presenta da Americo reclamando il pallone. Il massaggiatore non fa una grinza e lo invita a scegliere quello "buono" fra tre. Dubbioso ma con la speranza di una buona pesca, Guigue ne raccoglie uno e sul viso di Americo resta il bel sorriso con cui aveva avanzato la proposta. Quesito inutile: dove è finito l'originale?

Eleganti e di peso
Tra le curiosità di questo mondiale sono da citare anche tre personaggi speciali. Uno è il presidente nord irlandese Joe McBride che, in bombetta ed abito scuro, porta disinvoltamente i suoi 94 anni, l'altro è il massaggiatore della squadra Morgan che ha meno anni (66 compiuti! ma molti più chili (ne pesa quasi 130), il terzo è il centromediano dell'Argentina Dellacha (originariamente Dall'Ascia, oriundo italiano) che quando non è in campo veste sempre col fiore all'occhiello.

Il telegramma di Grace e Ranieri
Il 22 giugno, il terzino francese Kaelbel riceve un telegramma di felicitazioni, da estendere anche al resto della squadra transalpina, per le vittorie conseguite fino ad allora nel torneo mondiale. Il telegramma è firmate dalla principessa Grace e dal principe Ranieri di Monaco. Kaelbel non è di sangue blu, ma capitano della squadra dell'AC Monaco.

L'amaro rientro in patria
Eliminata nella prima fase del mondiale (due punti in tre partite, umiliata dalla Cecoslovacchia (1-6), la nazionale argentina, al suo arrivo all'aeroporto di Buenos Aires, è bersagliata da insulti e lancio di monetino da parte della folla inferocita dispersa poi dalla polizia con gli idranti.




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