Mondiale 1950 - Uruguay


Il Racconto


Si rigioca
La quarta edizione della Coppa del mondo si sarebbe dovuta svolgere nel 1942. Durante il mondiale del 38 in Francia la FIFA aveva tenuto il congresso per assegnare la successiva manifestazione ma poiché si accese una disputa sulle candidature di Brasile (il suo delegato Celio De Barros rilevò che il torneo doveva alternativamente cambiare continente), Argentina e Germania (il delegato tedesco Linnemann voleva imporre un diritto di priorità avanzato nel precedente congresso), la federazione internazionale decise di non decidere e di rinviare la questione alla successiva riunione assembleare del 1940 in Lussemburgo. Lo scoppio della seconda guerra mondiale nè impedì lo svolgimento ed il comitato esecutivo della FIFA stabilì di rinviare "sine die" il congresso. Passato il conflitto mondiale, soltanto il primo luglio 1946 si può tenere in Lussemburgo l'assise della FIFA alla quale partecipano 34 federazioni. In quella sede si assegna al Brasile l'organizzazione della coppa del mondo 1950 mentre la successiva edizione è già destinata alla Svizzera. Nello stesso congresso si decide di modificare ufficialmente la denominazione della coppa del mondo in "Coppa Jules Rimet". Dopo un'interruzione di 12 anni torna così il mondiale di calcio. La federazione brasiliana, per aumentare gli incassi e riequilibrare i propri bilanci, propone di fare disputare il torneo iridato con la formula del girone all'italiana nella seconda fase (tutte le squadre devono affrontare le altre) in modo da portare da 16 a 22 gli incontri del programma. Il delegato brasiliano Sotero Cosmes comunica nel giugno 47 a Rimet che se a FIFA non approvasse il progetto, la federazione sudamericana sarebbe costretta a non allestire la manifestazione. Poche federazioni appoggiano la posizione brasiliana. Più numerose le opposizioni, tra cui quella del francese Delaunay che, quando nel congresso di Londra del 1948 la commissione approva il progetto sudamericano, protesta dimettendosi dal comitato per rientrarvi soltanto un anno dopo. Sono 31 le iscritte e dopo le eliminatorie si stabiliscono le teste di serie dei quattro gironi della prima ase che sono Brasile, Inghilterra (alla sua prima partecipazione dopo essere rientrata con le altre britanniche nella FIFA nel '46), Italia e Uruguay. A Rio frattanto sorgono divergenze amministrative tra la federazione brasiliana e la municipalità della città per la costruzione dello stadio Maracanà, ancora oggi il più grande stadio del mondo capace di ospitare 200 mila persone. Per la sua costruzione ci sono volute 464.950 tonnellate di cemento, 1.875 di sabbia, 3.953 metri cubi di pietre, oltre dieci milioni e mezzo di chili di ferro e 55.250 metri cubi di legno.

Il mondiale delle sorprese
Sono soltanto 13 le finaliste del torneo che si rivelerà il più ricco di sorprese. L'Italia affronta la competizione con una squadra improvvisate dopo la sciagura di Superga di qualche mese addietro nella quale era scomparso il grande Torino, praticamente la nazionale. Carenza di intesa e di ritmo condannano l'Italia nell'esordio contro la Svezia di Jeppson che con una doppietta fa fuori gli azzurri (3-2) segnalandosi al Napoli di Lauro che lo acquisterà per la cifra record di 105 milioni di lire. Finiranno in Italia gli altri scandinavi Palmer e Skoglund che a San Paolo fanno impazzire la nazionale azzurra guidata dal presidente del Torino Ferruccio Novo e dal giornalista Aldo Bardelli. Non è soltanto l'eliminazione dell'Italia, cui nulla serve la successiva affermazione sul Paraguay (2-0), a suscitare scalpore nella prima fase. Stupisce il mondo soprattutto la bocciatura dell'Inghilterra decretata nella seconda partita (ha vinto la prima col Cile per 2-0 a Rio) addirittura dagli Stati Uniti. Gli inglesi, che contano nelle loro fila campioni del calibro ai Wright, Mortensen, Finney e del leggendario Matthews, oltre che di Ramsey poi divenuto ct della nazionale, vengono eliminati a Belo Horizonte da un gol di testa al 39' di Larry Gaetjens, uno sconosciuto con la maglia a stelle e strisce che alcuni dicono di origine haitiana, altri danno per newyorkese figlio di olandesi. Nel finale di quel confronto stregato il portiere italo-americano Borghi para un rigore a Mortensen. Roba da Corea per i masters britannici. La beffa si consuma sotto gli occhi e il fischietto dell'arbitro italiano Generoso Dattilo. Alcuni giocatori americani non sarebbero in posizione regolare con rispetto alle norme ma gli inglesi rinunciano a presentare reclamo. La figuraccia sarebbe doppia se dovessero vincere solo grazie ad una sentenza a tavolino.

Bocciati i maestri
Evidentemente a pezzi nel morale per quella sconfitta, i britannici si fanno battere anche dalla Spagna (1-0) che va al girone finale battendo pure USA e Cile. Nel primo girone il Brasile, che inaugura il Maracanà con un eloquente 4-0 sul Messico, incappa nel "verrou" svizzero (2-2) ma ottiene la promozione liquidando la Jugoslavia con un perentorio 2-0. Ne quarto girone, ridotto ad un solo confronto, l'Uruguay di Schiaffino (che con cinque gol in una sola partita eguaglia il record di Willimozski) travolge la malcapitata Bolivia con un 8-0 a Recife. Alla "rueda final" per i titolo accedono così Brasile, Uruguay, Svezia e Spagna. Il 1 luglio a Rio i Brasile batte la Svezia sommergendola sotto un pesante 7-1 con tripletta del re del dribbling Ademir, che vincerà la classifica dei cannonieri. Lo stesso giorno l'Uruguay a San Paolo non va oltre un pareggio (2-2) strappato a circa un quarto d'ora dalla fine con una prodezza di Obdulio Vareli dopo che Basora aveva doppiato il gol iniziale di Ghiggia. Seconda giornata e Brasile ancora irresistibile contro le "furie rosse iberiche. Altra goleada degli "auroverdi" che sul 6-0 per loro lasciano allo spagnolo Igoa il gol della bandiera (6-1 il risultato finale). Stenta invece l'Uruguay che batte di misura la Svezia ribaltando nel finale il risultato. In svantaggio per 2-1 con reti scandinave di Palmer e Sundqvist e sudamericana di Ghiggia nel rimo tempo, gli uruguayani nella ripresa, trascinati da capitan Varela, hanno una consistente reazione facilitati anche dal calo degli svedesi che hanno speso parecchio nella prima parte. A 13' dalla fine gli europei sono ancora in vantaggio quando Miguez azzecca il tiro del pareggio. Sulle ali dello scampato pericolo, i sudamericani insistono e otto minuti più tardi ancora Miguez batte Svensson rilanciando le speranze uruguayane. Si arriva così alla giornata conclusiva, mentre Svezia e Spagna si giocano il terzo posto a San Paolo (la spuntano i nordici per 3-1), al Maracaná c'è la sfida tutta sudamericana per il titolo. Al Brasile, che da autentica macchina da gol appare ormai sicuro vincitore della coppa, basta un pareggio per vincere la Rimet dato che precede di un punto in classifica l'Uruguay.

La finale
È il 16 luglio. Il Maracaná è stipato. Le cifre ufficiali danno 185 mila spettatori presenti ma ce ne sono molti di più. Si calcola che non siano meno di 210 mila. Orchestre di samba, ballerini in costume di carnevale, coriandoli, stelle filanti, petardi, mortaretti: è il campionario sugli spalti. Si respira l'aria della grande festa. Undici automobili di grossa cilindrata con splendide ragazze a bordo sono parcheggiate fuori dagli spogliatoi in attesa della fine della partita per accogliere ciascuna gli undici eroi" brasiliani del Maracaná. Le macumbé danno garanzie supplementari di trionfo. Gli uruguayani non accettano il ruolo di vittime predestinate anche se affrontano la partita con la serenità di avere nulla da perdere. Nell'Uruguay manca Vidal, infortunato. Il ct Juancito Lopez lo rimpiazza con l'aletta diciottenne Ruben Moran. La "celeste" gioca col vecchio metodo: Varela regista centrale in rilancio per le mezze ali Schiaffino e Perez, davanti due alette aperte sulle fasce (Ghiggia e Moran) con l'ariete Miguez al centro pronto a sfruttare i cross. Il Brasile applica invece un riveduto e corretto 'sistema", la tattica creata dall'inglese Chapman, tecnico dell'Arsenal. I brasiliani inseriscono nel WM inglese la "diagonal" che consiste nell'affidare al terzino sinistro Bigode l'avvio della direttrice di gioco. Questa passa per il centrale Danilo che smista a Zizinho il compito di orchestrare gli attaccanti. Il marcamento, naturalmente, è a zona. I brasiliani attaccano per tutto il primo tempo ma in una sola occasione Maspoli, portiere uruguayano, è impegnato seriamente da Zizinho mentre in contropiede gli avversari si rendono pericolosi con Schiaffino, Moran e Miguez che da una ventina di metri colpisce un palo. All'inizio della ripresa, comunque, i "verdeoro" vanno in vantaggio con Friaca che conclude una stupenda azione Zizinho-Jair. Il Maracaná va nel pallone. Non ci va invece l'Uruguay ed in particolare il grande Obdulio Varela che avanza il suo raggio di azione sollecitando in avanti i compagni di squadra che trovano maggiori spazi. È "Pepe" Schiaffino a girare in rete al 66' un centro di Ghiggia anticipando Danilo. Brasiliani ancora spavaldi finché al 79' "baffetto" Alcide Ghiggia scatta velocissimo su un perfetto lancio a destra, vince un breve duello con Bigode e da posizione molto angolata batte Barbosa colpendo la bambola portafortuna che il portiere brasiliano è solito sistemare in fondo alla rete. Il gol di Ghiggia getta nell'angoscia il Maracaná. Il Brasile, cieco di rabbia, batte la testa contro il muro uruguayano negli ultimi dieci minuti ottenendo soltanto una lunga serie di calci d'angolo che restano senza sbocco. Al fischio finale dell'arbitro inglese Reader è silenzio tombale al Maracaná. Salta tutto il cerimoniale della premiazione. Jules Rimet consegna la coppa al capitano Varela mentre non viene eseguite l'inno uruguayano perché la banda, affranta, ha già lasciato lo stadio. Una decina di "torcedores" (tifosi) sono stati colpiti da infarto sugli spalti. Quel giorno a Rio e in tutto il paese è lutto. È il dramma sportivo di un intero popolo. L'Uruguay, con un originale "catenaccio", ha sovvertito tutti i pronostici ed è per la seconda volta mondiale. Nella notte risse con morti e feriti. Le cronache riportano un bilancio di oltre cento morti e migliaia di persone finite in ospedale. È stata tradita la speranza di rivalsa della "muchedumbre" brasiliana nei confronti di Uruguay e Argentina, che fino ad allora vantano un maggiore prestigio calcistico in Sudamerica. In Brasile ancora oggi si piange per quella sconfitta.

I Protagonisti


Il CT: Juan Lopez (Uruguay)
(Montevideo 15 marzo T908 - 4 ottobre 1983
Ct dell'Uruguay campione del mondo '50. Atleta polivalente (era state canottiere prima di diventare calciatore), ha cominciato la carriera di allenatore nel 34 nella squadra di dilettanti la Cumparsita. Ha quindi dirette l'Atletico Central di Montevideo (dal '44 al '47), il Racing Montevideo (nel '48 e nel '54). Nel '47 è stato designato a dirigere la nazionale, carica che ricoprì anche nel '57 dopo avere diretto l'anno precedente la selezione ecuadoriana. Conclusa la carriera con la "Celeste' (la guidò ai mondiali del '50 e '54) si trasferì nel '63 in Cile per poi entrare come rappresentante cilene nella Fifa.

Il Capocannoniere: Ademir Marques De Menezes (Brasile) - 9 reti
(Recife 8 novembre 1922 - 11 maggio 1996 Rio de Janeiro)
Nato a Recife (stato di Fernambuco) l'8 novembre 1922. Ha struttura filiforme, è dotato di scatto, fantasia e di tiro violento con entrambi i pied può essendo abilissimo nel dribbling. Cresciuto nelle file dell'Esporte Giube di Recife mette in evidenza le sue qualità nella rappresentativa de Pernambuco e viene ingaggiato dal Vasco da Gama con cui conquista il titolo nazionale prima di essere trasferito al Fluminense, la società che pii crederà in lui. Col nuovo club gioca 18 partite, segna 18 gol e vince ancor; il titolo. "Inventa" un nuovo modo di fare il "puntero". Per il suo stile morbido ed elegante viene soprannominato "punta de lanza" (punta di danza) Formidabile nel gioco di testa, Ademir e la sola consolazione della "torcida" brasiliana dopo la tremenda delusione della sconfitta in finale con l'Uruguay: il Brasile non vince il titolo mondiale ma conserva quello di capocannoniere della coppa che 12 anni prima è stato del grande Leónidas altro centravanti nero. Con Ademir il Brasile diventa un rullo compressore del gol. Il "maestro di balletto" è centravanti, a destra ha il cervello Zizinho (il giocatore che prima di ogni partita calcia il pallone da metà campo mandandolo sul dischetto del rigore di una delle due aree), a sinistra agisce l'altra punta Jair. Il trio è assemblato dal tecnico Flavio Costa che, dopo il 2-2 con la Svizzera, esclude Maneca e Baltazar, sposta Ademir da interno a centravanti inserendo Zizinho e Jair ai suoi fianchi. Con questa variazione il Brasile segna in tre partite 15 gol dei quali sette portano La firma di Ademir che da mezz'ala ha già messo a segno una doppietta contro il Messico. Ademir diventa così l'idolo di mondiale 50 ma manca all'appuntamento col gol proprio nella finale. Si dice che dopo quella sconfitta Ademir svenga più volte negli spogliatoi vinto da crisi di pianto per la rabbia e la delusione per il risultato. Tornato al Vasco da Gama, conclude la carriera nel 1956 dopo avere disputato 471 partite ed avere messo a segno 306 gol. Con la maglia della nazionale ha giocato 31 incontri segnando 31 reti.

La stella: Alcides Edgardo Ghiggia (Uruguay)
(22 dicembre 1926)
Come si sa, la perdita di un titolo mondiale di calcio e per il Brasile un lutto nazionale. È stato così in Messico tre anni fa, nel 1982 in Spagna. Ma il dolore che gli azzurri procurarono alla nazione sudamericana sette anni fa, eliminando Falcao e compagni in quel Mundial che poi fecero proprio, è poca cosa rispetto a quello che in Brasile si provò nel 1950.
A procurarglielo fu proprio Alcides Ghiggia che segnò la rete del 2-1 con cui l'Uruguay sconfisse in uno stracolmo Maracanà il Brasile nell'ultima partita del girone finale, soffiandogli il titolo mondiale in dirittura d'arrivo. I padroni di casa erano andati in vantaggio, ma poi si fecero raggiungere e quindi, fra la generale sorpresa, superare. Quel diagonale, sparato da posizione incredibile, poco avanti la linea di fondo, rivelo al mondo l'ala uruguayana, che, anni più tardi, disse: "Ho zittito il Maracanà come il Papa e Frank Sinatra". Quella rete valse a Ghiggia anche la chiamata in Italia, a distanza di tre anni, cioè nel 1953: fu la Roma del presidente Sacerdoti a volerlo. Ghiggia vi rimase otto anni, conquistando la Coppa delle Fiere (mini-prototipo della Coppa UEFA) 1960-61 e procurandosi cinque maglie azzurre. Il giocatore terminò la sua permanenza italiana a Milano, giocando due stagioni con la maglia del Milan, e ottenendo lo scudetto 1962-63. Tornato in Uruguay, Ghiggia giocò tre anni nel Danubio e infine per il sudamerica. Nel 1968, a 42 anni, smise di giocare. Proprio nelle giovanili del Sudamerica, squadra di Montevideo, si era rivelato nel 1946. Nell'anno seguente si era trasferito all'Atlanta di Buenos Aires per cui giocò una sola stagione, restando fermo in quella successiva a causa degli scioperi. Tornò a Montevideo e con il Penarol conquistò due titoli nazionali nel '50 e nel 51. Collezionò 12 maglie celesti.
Ghiggia è ritenuto la migliore ala nella storia calcistica uruguayana. Dotato di gambe lunghe e arcuate, faceva della velocità in contropiede la sua arma più "pericolosa" al termine di rapide discese sapeva far partire cross o tiri in porta insidiosi. Qualche eccesso nel dribbling, un sistema nervoso fragile gli erano spesso rimproverati: prima di venire in Italia aggredì un arbitro e gli fu inflitta una lunga squalifica. Il 4 gennaio scorso, a 83 anni, ha ricevuto dal Brasile la Walk of fame del Maracanà.

Curiosità


Quella crociera verso la sconfitta
La Rimet 50 va in archivio come la coppa delle beffe. Non c'è solo quella che subisce il Brasile nella finale per il titolo al Maracanà stracolmo di spettatori. C'è lo scherzo giocato dalla sconosciuta formazione statunitense all'Inghilterra, "sua maestà football" eliminata alla sua prima partecipazione mondiale" c'è la sconfitta dell'Italia detentrice del titolo estromessa all'esordio dalla Svezia. Se il fallimento di Brasile e Inghilterra è da addebitare in buona misura alla presunzione, quello della squadra azzurra è in massima parte da accreditare alla circostanza che la comitiva ha dovuto affrontare la spedizione oltreoceano con una formazione reinventata dopo la sciagura di un anno prima a Su porga dove era scomparso il grande Torino che in pratica era la nazionale. Nelle responsabilità di quel fallimento mondiale, però, trova posto anche un po' di dilettantismo organizzativo. Ancora sotto choc per quella sciagura aerea, la squadra italiana va in Brasile via nave. La commissione tecnica della nazionale, composta da Ferruccio Novo, presidente del Torino e vicepresidente federale, Aldo Bardelli, consigliere federale e giornalista, e Roberto Copernico, loro collaboratore torinese, fa imbarcare gli azzurri a Napoli sulla motonave "Sises" in rotta per il Brasile con tappa alle isole Canarie. Sulla nave 22 giocatori guidati dagli allenatori Ferrerò e Sperone oltre alla coppa Rimet riconquistata 12 anni prima a Parigi dalla squadra di Pozzo, il ct che aveva lasciato nel '48 per fa delusione della sconfitta inflitta all'Italia dalla Danimarca alle Olimpiadi di Londra. Diciotto giorni di navigazione con sosta su un arido terreno di Las Palmas per un inutile allenamento a squadre contrapposte, ginnastica sul ponte della nave, ping-pong, piscina e partitelle di calcetto finché non resta neppure un pallone a bordo essendo tutti finiti tra i flutti dell'oceano. L'ultimo lo perde Pandolfini. Festa al passaggio dell'equatore, qualche abbuffata di troppo. Alcuni azzurri soffrono il mal di mare. C'è Lorenzi che si è imbarcato nonostante sia infortunato e non potrà giocare in Brasile. La spedizione azzurra arriva a San Paolo, sede del suo girone, sei giorni prima della partita inaugurale con la Svezia. Qualche azzurro ha messo su "pancetta".

Moacyr Barbosa, la storia più triste
Un tiro secco dal vertice destro dell'area. Due passi avanti e il destino l'avrebbe intercettato. Ma, lui bravo, attento, spericolato, sicuro, quella volta non avanzò. Scavandosi la tomba. Moacyr cominciò a morire nell'attimo in cui il pallone gli sfiorò i guanti e s'infranse in rete. Si tuffò in ritardo e una seconda occasione per rimediare non arrivò più. Battuto, finito, condannato. Fu un ictus fulminante a portarselo via la mattina del 7 aprile del 2000 ma lui, Moacyr, Moacyr Barbosa, da mezzo secolo era già stato sepolto. Assassinato da un intero paese, da un popolo tifoso che si è sentito tradito e che non ha mai accettato quella rete uruguaiana firmata da Ghiggia con la quale si spezzò il sogno mondiale del Brasile e dei 200 mila del Maracanà aprendo le porte del lutto.
Era nero Moacyr e capì subito che bisognava parare l'impossibile per respingere le contraddizioni di un Brasile multirazziale e cosmopolita, ma socialmente razzista. Lo fece alla perfezione per diversi anni, talmente bene che divenne il primo portiere brasiliano di colore della storia della Selecao. Lo fece divinamente anche al Mondiale di casa, talmente bene da essere eletto dai giornalisti internazionali il migliore numero 1 della rassegna per il suo modo unico di uscire, bloccando al volo la palla con una mano, portandosela al petto e soltanto in un secondo momento bloccarla con due mani. Tutto stando ancora sospeso in aria. La favola di un mito si spezzò quel 16 luglio del 1950, il giorno che segnò una nazione e decretò la fine di un uomo. Da allora Moacyr Barbosa, un ragazzo per bene che fin da ragazzo, quando a Campinas lavorava in una fabbrica di imballaggi, respingeva gli insulti razzisti con un sorriso (si racconta di quella volta a Porto Aiegre quando un barbiere gli negò a brutto muso l'ingresso e lui lo guardò negli occhi senza parlare) venne chiamato l'Orfano, la Svista del Caso, l'Errore di Dio. La gloria del Vasco da Gama divenne sinonimo di ingiuria. Da quel giorno chi lo incontrò per la strada cambiava via, faceva gli scongiuri. Se volevi offendere qualcuno bastava dargli "del Barbosa". Lo coprirono di colpe, fino a soffocarlo. E quel nero "tollerato" ma fenomeno, che aveva fatto dimenticare alle frange razziste il colore della sua pelle con le sue parate, diventò all'improvviso la cromatura della disfatta, della maledizione. La sua carriera spezzata se la trascinò ancora per un decennio ma Moacyr non era più lui. Altri cinque anni al Vasco de Gama poi il passaggio al Santa Cruz prima di chiudere la carriera con il Campo Grande.
In porta però giocava un uomo solo, aggrappato solo all'amore di sua moglie Clotilde che non faceva caso ai passanti che indicavano l'uomo della tragedia, cambiando marciapiede. Gli negarono tutto anche la possibilità di presentarsi al ritiro della nazionale brasiliana. Nel 1993 durante le eliminatorie per l'edizione in Usa, si presentò al cancello ma il presidente federale e altre autorità calcistiche gli vietarono l'ingresso. Barbosa, allora come quella volta dal barbiere di Porto Aiegre, sorrise di rabbia repressa, tornò a casa salutando così: "In Brasile la pena più lunga per un crimine è trent'anni di carcere. Io da quarantatre pago per un crimine che non ho commesso".

Che notte quella notte
L'alloggio della squadra azzurra è in un grande albergo al centro della città e la sera prima del confronto con gli svedesi San Paolo celebra la feste di San Giovanni con spettacolosi fuochi di artificio che incantano gli azzurri ma gli impediscono di riposare a dovere. Così il giorno dopo in campo è un semidisastro con gli svedesi che vanno come schegge e gli azzurri in difficoltà. Gli scandinavi, ben preparati, danno una lezione di calcio e di organizzazione agli italiani avendo curato il mondiale nei dettagli tanto da farsi giungere per via aerea determinati prodotti di casa loro come verdure, aringhe e il tipico pane "knackerbrod".

Il materasso è il massimo che c'è
Dopo l'eliminazione subita nel girone eliminatorio, rispondendo alle critiche rivolte alla squadra italiana, il ct Ferruccio Novo sostiene che tra le cause dello scarso rendimento degli azzurri c'è stata anche la scarsa morbidezza dei materassi sui quali dormivano i giocatori in Brasile...




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