Mondiale 1938 - Italia


Il Racconto


Sotto minaccia
Nel congresso dell’agosto 1936 a Berlino in occasione dei Giochi Olimpici, la FIFA assegna la terza edizione dei mondiali alla Francia in omaggio ai meriti dei suoi dirigenti Robert Guerin, Jules Rimet ed Henry Delunay. Bocciata la timida candidatura argentina e la proposta Rimet di dividere il rischio economico tra Francia, Olanda e Belgio, il comitato esecutivo della FIFA impone alla federazione francese di portare a 65 mila posti la capienza dello stadio di Colombes, a 35 mila quella del Parc des Princes e di costruire nuovi impianti nelle altre otto città destinate ad ospite partite mondiali. Per la prima volta è introdotta la norma dell'ammissione di diritto alla fase finale delle nazionali dei paesi detentore e organizzatore (in questo caso rispettivamente Italia e Francia). Altre 34 federazioni si iscrivono alle eliminatorie articolate in 12 gruppi che designano 14 finaliste oltre alle due ammesse di diritto. Non si iscrivono le quadre britanniche (proseguono il loro "splendido isolamento" contro la FIFA), l'Uruguay (ancora per rappresaglia contro il boicottaggio europeo iella sua prima edizione del '30), l'Argentina (per ritorsione dopo la bocciatura della sua candidatura a paese organizzatore e per dissidi con la federazione brasiliana), la Spagna (divorata dalla guerra civile). Si ritirano dopo le iscrizioni USA, Colombia, Costarica, Messico, San Salvador, Surinam, Giappone. La situazione politica europea è densa di contrasti che nel giro di un paio di anni porteranno alla seconda guerra mondiale. Il 5 marzo vengono formati a Parigi gli accoppiamenti per la fase finale, (è la seconda e ultima volta che la Rimet si svolgerà interamente ad eliminazione diretta) e neppure una settimana più tardi, l'11 marzo, le truppe tedesche entrano in Austria trasformandola in provincia del grande Reich. Un mese dopo, il 13 aprile, a neppure due mesi dall'inizio dei mondiali, Austria, che come la Germania ha già raggiunto la qualificazione, comunica la sua forzata rinuncia alla Rimet non disponendo più neppure di una federazione.

La rivincita del calcio sulla politica
Hitler, che conosce l'importanza propagandistica dello sport (ne ha avuto fresca conferma due anni prima con le Olimpiadi di Berlino 36), fa riporre al selezionatore Nerz un'annessione anche calcistica dell'Austria alla "grande Germania" inducendo alla dimissioni il ct tedesco che viene sostituito da Sepp Herberger. Quest'ultimo chiama in nazionale sette elementi del "wunderteam" austriaco ma ai mondiali si ha la conferma che la ragion di stato ha poco a che vedere con quella tecnica. La slegata formazione di Germania, improbabile sintesi tra la tecnica spumeggiante austriaca e la tradizionale forza atletica tedesca, viene sorprendentemente eliminata nel primo turno dalla Svizzera che già sembra avere assimilato il "catenaccio" imposto dal tecnico austriaco Rappan nel Servette di Ginevra. Sono necessarie due partite perché il calcio si prenda la rivincita sulla politica. L'incontro inaugurale Germania-Svizzera del 4 giugno a Parigi finisce in parità (1-1) anche dopo i tempi supplementari e deve essere ripetuto cinque giorni più tardi. Cinque gli austro-tedeschi nel primo confronto (il portiere Raffi, i difensori Schmaus e Mock, gli attaccanti Hahnemann e Pesser), altrettanti nel secondo (Raffi, Hahnemann, i centrocampisti Skoumal e Stroh, l'attaccante Neumer). Nella ripetizione, in vantagg io per 2-0 dopo 22' con gol di Hahnemann e autorete di Loertscher, la Germania subisce il prepotente ritorno elvetico condotto da Trello Abegglen che segna due dei quattro gol (4-2) con cui i rossocrociati entrano ne quarti. Sorprendente anche l'esito ai Tolosa, pure in due partite, tra Cuba e Romania: 3-3 il primo pareggio (2-2) in extremis del romeno Baratk nei tempi regolamentari, 2-1 nel bis con rimonta caraibica nella ripresa Rischiano la ripetizione Brasile-Polonia (6-5) a Strasburgo e Italia-Norvegia (2-1) a Marsiglia che finiscono ai supplementari. Il primo confronto porta alla ribalta il già affermato Leonidas, il più grande attaccante brasiliano prima di Pele, e il fino ad allora sconosciuto Ernest Willimowski l'inafferrabile rosso del gol che quel giorno (5 giugno 1938) scrive una pagina storica dei mondiali siglando tutte e cinque le reti polacche. L'impresa non sarà più superata ma eguagliata nel '50 dall'uruguayano Schiaffino (Uruguay-Bolivia 8-0) autore di una cinquina in una sola partita

Il mondiale dei supplementari
L'Italia campione, che anche in questi mondiali è accompagnata da tensioni politiche (ricevuta a Palazzo Venezia da Mussolini con i giocatori in divisa paramilitare, va in Francia dove hanno asilo e udienza i fuorusciti antifascisti), si salva dalla ripetizione con i sorprendenti norvegesi soltanto nei supplementari dopo sensazionali parate di Olivieri. È Piola, cui alla fine del mondiale andrà la palma del migliore calciatore della rassegna, a siglare il gol del successo (2-1) nel primo supplementare dopo che Arne Brustad (già distintosi ai Giochi di Berlino) aveva pareggiato all'83' il gol in apertura di Ferraris II e Brunyldsen si era visto annullare un gol all'85' per fuorigioco rilevato dall'arbitro austrotedesco Beranek. Anche la Cecoslovacchia, che è tra le favorite, va ai supplementari contro la sorprendente Olanda che resiste 90' (0-0) per crollare nella mezz'ora aggiuntiva (3-0) Ungheria e Francia hanno invece vita facile rispettivamente contro le folkloristiche Indie Olandesi (6-0), prima squadra asiatica presente ai mondiali, e il Belgio (3-1) mentre la Svezia e direttamente promossa per il forfait dell'Austria. Nei quarti l'Italia campione riprende quota anche per via di alcuni ritocchi apportati in formazione dal ct Vittorio Pozzo (Biavati e Colaussi per Pasinati e Ferraris II, e soprattutto Foni al posto di Monzeglio, che pareva intoccabile perché compagno di tennis del duce). Dei campioni mondiali di quattro anni prima i soli superstiti in squadra sono Peppin Meazza e Giovanni Ferrari (a Marsiglia aveva giocato anche Monzeglio, altro iridato di Roma 34). Al Colombes di Parigi davanti a 61.000 spettatori l'Italia, messa in maglia nera da Mussolini per ritorsione dopo i fischi con cui i fuorusciti avevano accolto a Marsiglia il saluto fascista della squadra nella precedente partita, batte la Francia per 3-1 con una doppietta che Piola mette a segno nella ripresa alle spalle di Laurent Di Lorto, protagonista dello 0-0 tu sette mesi prima nell’amichevole con gli italiani.

La prima espulsione
La grande battaglia dei quarti si consuma a Bordeaux tra Brasile e Cecoslovacchia. È uno scontro senza esclusione di colpi. L'arbitro ungherese Hertze è costretto ad espellere tre giocatori mentre altri cinque finiranno all'ospedale. La prima espulsione colpisce il brasiliano Zezè che perde le staffe dopo essere richiamato per un fallo su Neyedly il quale rimedia una frattura al piede destro. Alla mezz'ora Leonidas inventa il gol del vantaggio sudamericano e la battaglia si fa più aspra. Poco prima della fine del primo tempo sono spediti anzitempo negli spogliatoi il brasiliano Machado e il ceco Riha per essere scesi a vie di fatto a suon di pugni. Leonidas e Peracho vengono "massaggiati" dai cecoslovacchi tra i quali il portiere Planicka si frattura un braccio. Al 63' tuttavia Neyedly mette a segno un calcio di rigore raggiungendo il pareggio ma poi abbandona vinto dal dolore per la frattura al piede. La Cecoslovacchia è ridotta ai minimi termini (anche Kostalek, colpito sotto la cintura, sta in piedi a fatica) con sette elementi ancora validi ma resiste anche nei tempi supplementari al ritorno del Brasile anch'esso decimato da espulsioni ed infortuni. In nove contro otto, i brasiliani non la spuntano. È necessaria la ripetizione due giorni dopo sullo stesso campo. Il ct brasiliano Ademar Pimenta cambia nove undicesimi della squadra (conferma il portiere Walter e il fuoriclasse Leonidas) ma i cecoslovacchi, può dovendo rinunciare soltanto a cinque elementi tra cui i talenti Planicka e Neyedly, risentono alla distanza della battaglia di due giorni prima. Andati in vantaggio al 23' con Kopecky, nella ripresa la squadra europea cede alla maggiore freschezza dei rivali che sfoderano un Leonidas in formato lusso tanto che il centravanti sigla una splendida doppietta in quattro minuti (56' e 60'). Negli altri quarti l'Ungheria di Sarosi batte la Svizzera del tecnico Herberger (2-0) mentre la Svezia guidata da Wetterstroem (sigla una tripletta) travolge Cuba (8-0) ridimensionandola dopo l'impresa sulla Romania.

Presunzione brasiliana
In semifinale a Marsiglia l'Italia se la vede con il Brasile mentre a Parigi sono di fronte Svezia e Ungheria. I sudamericani sono tanto certi del successo che prenotano l'aereo Marsiglia-Parigi. A Pozzo, primo grande psicologo del calcio, basta riferire l'episodio agli azzurri perché questi si scatenino e sistemino i gialloverdi con due gol nel primo quarto d'ora della ripresa con Colaussi e Meazza. Il Brasile, che è privo dei talenti Leonidas e Tim, cui il presuntuoso Ademao Pimenta ha concesso un turno di riposo in vista della finalissima, riesce soltanto a dimezzare lo scarto a 3' dalle fine con Romeo in mischia e anziché per Parigi deve fare i bagagli per Bordeaux dove tre giorni dopo giocherà, vincendola, la finale per il terzo poste contro la Svezia. Quest'ultima infatti in semifinale ha ceduto all'Ungheria trascinata da un formidabile Zsengeller che nel giro di 20' pareggia il gol in apertura dello scandinavo Nyberg e porta in vantaggio la sua squadra dando il là alla goleada (5-1 per i magiari il risultato finale). A Parigi, il treno e neppure in vagone letto ma in cuccette improvvisate, ci va così li squadra azzurra per la finale del 11 giugno al "Colombes" che propone una classica sfida del calcio europeo: Italia-Ungheria.

La finale
È ancora vivo il ricordo del successo degli azzurri ottenuto otto anni prima a Budapest nella finale della coppa internazionale. Si comincia con l'Italia concentratissima, quasi in frenesia. Colaussi sblocca il risultato dopo appena 6 minuti. Replica immediata dei magiari che pareggiano con un diagonale di Titkos due minuti più tardi. È grande calcio in velocità e al 16' Piola, che ha già colpito un palo, arriva puntuale su un lancio di Meazza, la mente della squadra, e batte Szabo. Tre gol nel primo quarto d'ora.
I sessantamila spettatori sono elettrizzati. Pozzo, squalificato, impartisce dalla tribuna al suo secondo Burlando le istruzioni tattiche. Al 35 ancora Meazza indovina un corridoio nel quale si lancia Colaussi che batte imparabilmente a rete. La reazione dell’Ungheria dal calcio danzato non si fa attendere ma la difesa azzurra imperniata su Andreolo appoggiato dalla coppia di terzini Foni e Rava è impenetrabile anche per Zsengelier e compagni. È Sarosi, mirabile prodotto della scuola danubiana con l'arte squisita del palleggio, a ridurre le distanze al 70' ma è Silvio Piola, centravanti dalla grande visione di gioco, acrobatico, fenomeno naturale di splendida concretezza, dotato di un tiro micidiale, a mettere il sigillo sulla finale e sulla seconda coppa del mondo dell'Italia realizzando il 4-2 all'82'. Fischio conclusivo alle 16,45: è la conferma della supremazia del calcio italiano negli anni trenta che ha avuto grandi interpreti del "metodo", la prima tattica mondiale. Soltanto il Brasile di Pelé del '58 e '62 riuscirà ad eguagliare l'Italia di Pozzo confermandosi campione a distanza di quattro anni. Il premio per gli azzurri resta misterioso anche se ufficialmente Mussolini offre alla squadra una settimana di soggiorno nella capitale francese dalla quale però quasi tutti rientrano anzitempo in treno con la coppa Rimet.

I Protagonisti


Il CT: Vittorio Pozzo (Italia)
(Torino 2 marzo 1886 - Ponderano 21 dicembre 1968)
Al suo secondo mondiale, Vittorio Pozzo rinnova parecchio la squadra conservando della vecchia formazione soltanto quattro elementi (Giovanni Ferrari, Giuseppe Meazza, Eraldo Monzeglio e Guido Masetti anche se quest'ultimo, come nel 1934, non lo utilizzerà preferendogli stavolta tra i pali Aldo Olivieri). Pesca a piene mani nell'Olimpica del 1936 con i debuttanti Piola, Olivieri, Foni, Rava, Locatelli, Colassi, Biavati, Andreolo e Serantoni. Dopo la vittoriosa partita di Colombes contro l'Ungheria, Pozzo si porta in camera d'albergo il pallone della finale.
A tracciare la formazione calcistica di Pozzo, che giudica la squadra meno tecnica di quella del 1934, ma dotata di più nerbo e forza atletica", aiutano alcuni suggestivi passi di articoli che egli ha pubblicato sul settimanale "Il Calcio Illustrato" nel 1949, in particolare i momenti in cui nacque la sua passione per il pallone quando era un promettente quattro centista. Dopo avere ricordato che il suo "corruttore" al calcio era stato lo juventino Goccione dicendogli: "Quando hai corso cosa hai preso? Al football almeno hai davanti a te qualcosa, non corri per niente. Pozzo scrive che all'uscita dal Liceo Cavour giocava a "tamburello, palla a pugno nudo a pallone rotondo" nel giardino della Cittadella avendo per amici e compagni di gioco Mario Nicola e Tarella, campioni italiani dei 200 e dei 100 metri. Il gruppo si trasferisce poi in Piazza a Armi dove Pozzo fa la conoscenza con Attilio Fresia, "quello che doveva diventare uno dei più grandi giocatori d'Italia, in quanto a tecnica individuale". "Stava a guardarci con aria indifferente sui bordi del campo - ricorda Pozzo - uno 'scugnizzo' piccolo, mal vestito. Ad un dato momento piombava in mezzo al campo, ci sfidava tutti e dribblava tutti. Le due squadre si univano, ventidue ragazzi alla sua rincorsa. Lui però giungeva sino alla ringhiera metallica, con un preciso tocco gettava la palla aldilà della siepe, volava sopra la ringhiera ed, esempio raro di tecnica, non vedevamo più lui, né il pallone. Scompariva tra le vecchie viuzze dove ora sorgono gli uffici dell'Azienda Elettrica Municipale torinese. La cosa significava altri 50 centesimi di spesa, per ciascuno di noi, che dovevamo ricomprare il pallone".
Attilio Fresia è stato poi il primo calciatore italiano a giocare in una squadra inglese, il Reading Football Club. Pozzo ricorda anche il nazionale svizzero Bollinger, che voleva insegnargli la rovesciata in corsa senza cadere sulla schiena, e l'inglese Kilpin, che per dimenticare una rete subita si faceva un sorso di whisky da una bottiglietta che teneva nascosta dietro a un paolo. Questo era Vittorio Pozzo diventato un tecnico che nessuno è mai riuscito ad emulare e che forse non ha avuto i riconoscimenti che un ct vincente come li avrebbe meritato. Difficile ma non impossibile che un Commissario Tecnico possa in futuro eguagliarlo se non fare meglio. Resta finora l'unico tecnico ad avere vinto due mondiali e una Olimpiade.

Il Capocannoniere: Leonidas Da Silva (Brasile) - 7 reti
(Sào Cristóvào 6 settembre 1913 - Cotia 24 gennaio 2004)
Nato a Sào Cristóvào, alla periferia di Rio de Janeiro, è ancora oggi considerato il più grande centravanti del calcio brasiliano, il migliore attaccante prima di Pelé. È uno dei pochissimi assi cariocas ad essere chiamato col suo vero nome anche se ci ha pensato la stampa europea a ribattezzarlo "diamante nero" durante la terza edizione della coppa del mondo, Stile impeccabile e impressionante potenza, comincia a giocare nel Sào Cristóvào nel 1926 per passare nel 1930 al Fc Sud America e l'anno successivo al Bonsuccesso dove si mette in luce per esordire in nazionale il 4 dicembre a Montevideo contro l'Uruguay campione del mondo. E un debutto trionfale dato che mette a segno una doppietta che gli vale nel 1933 il trasferimento in Uruguay, al Nacional dove gioca soltanto 16 partite dato che una lesione al menisco gli impedisce di emergere. Torna in Brasile giocando per il Vasco da Gama e va ai mondiali del '34 dove naufraga con tutta la squadra che è eliminata dalla Spagna. È lui, comunque, a mettere a segno il gol della bandiera. Dal Vasco da Gama passa al Botafogo e quindi nel '36 al Flamengo restandovi per cinque stagioni. Robusto ma agile, pronto sui palloni alti, abile nelle rovesciate, fa esplodere il proprio talento nei mondiali del '38. Mette a segno otto gol e, nonostante la "gaffe" del suo ct Pimenta che lo "risparmia" in semifinale per averlo fresco nella finale per il titolo che il Brasile non disputerà, vince la lotta contro grandi attaccanti come Zsengeller, Willimowski, Sarosi e soprattutto Piola. Quest'ultimo, terzo nella graduatoria dei cannonieri con 5 reti, viene comunque designato "migliore giocatore" del mondiale. Memorabile la sua parata con la Polonia dove mette a segno una tripletta. In nazionale Leonidas disputa 25 partite segnando altrettanti gol. Col Flamengo sigla 142 reti. Nel '40 è trasferito al Sao Paolo per una cifra da capogiro e nella squadra paulista conclude la carriera. Negli anni 50 diventa radiocronista.

La stella: Silvio Piola (Italia)
(Robbio Lomellina 21 aprile 1913 Vercelli 4 ottobre 1996)
Se Giuseppe Meazza fu la "mente" della nazionale italiana che negli anni Trenta fece collezione di successi, Silvio Piola può tranquillamente esserne definito il "braccio". Fu protagonista del mondo del calcio per 24 anni, dal 1930 al 1954.
Nato in provincia di Pavia, a Robbio Lomellina, il 21 settembre del 1913, si trasferisce all' età di Un anno (naturalmente con la famiglia) in Piemonte. Suo zio è Giuseppe Cavanna, portiere del Napoli, ed è logico quindi che anche lui venga ben presto contagiato dalla passione per il pallone. Nel corso della sua carriera ha giocato nella Pro Vercelli, nella Lazio, nel Torino, nella Juventus e nel Novara, in campo era l'immagine del coraggio" Piola infatti era quello che oggi si chiama "bomber", un centravanti di sfondamento che in area faceva dell' irruenza l'arma migliore, tutto teso all'essenziale, senza dribbling inutili e con una grande abilità nel gioco aereo: gli piaceva infatti segnare in acrobazia.
Alto 1,79, in serie A ha segnato 290 reti, un record imbattuto, che gli deriva anche dalla sua longevità calcistica: 566 partite giocate nella massima serie. Ha vinto per due volte la classifica dei cannonieri, nel '37 e nel 42, sempre con la maglia della Lazio, che l'aveva acquistato nel '34 dalla Pro Vercelli per 250 mila lire. Detiene anche un altro primato: il 28 ottobre 1933, in un Pro Vercelli-Fiorentina, mise a segno la bellezza di sei gol. Interpretava il calcio in maniera molto professionale, andava a letto presto, non aveva vizi, conduceva una vita morigerata. Aveva un'unica grande passione: la caccia. Si racconta che una volta, quando giocava nella Lazio, si presentò negli spogliatoi soltanto mezzora prima della partita, con stivali, fucile e cartucciera in vita. Un' altra volta si portò dietro in una trasferta nel natio Piemonte, i suoi tre cani Tris, Full e Baker, con i quali diede vita ad una battuta. Proclamato dagli inglesi "The best" (il migliore) dopo una partita nel 1938 con la selezione del Resto d'Europa, 34 volte azzurro, campione del mondo nel 1938. Nel 1952, a 39 anni, torna in Nazionale per una partita contro l'Inghilterra, e nel 1954 a quarant'anni segna contro il Milan la sua ultima rete in serie A. Pur non avendo mai vinto uno scudetto resta il miglior capocannoniere della Serie A a girone unico: 274 gol in 537 partite. Una volta ritiratosi per 16 anni ha fatto il tecnico federale presso il Centro tecnico di Coverciano, da cui è stato pensionato, all'età di 63 anni, nel 1976.
In quella circostanza Piola protestò vibratamente per la magra pensione assegnatagli.

Curiosità


Senza scarpe
Il personaggio del mondiale '38 Leonidas non soltanto perché il brasiliano vince fa classifica dei cannoni ma anche perché è protagonista di un episodio singolare. Durante la partita con la Polonia, finita con la vittoria dei sudamericani per 6-5 dopo i supplementari e nella quale realizza tre gol, Leonidas ad un certo momento, per via del terreno molto fangoso, si toglie le scarpe divenute pesanti e larghe sotto la pioggia e riprende a giocare a piedi nudi. Arrivato sui campi di calcio dalle spiagge di Copa-cabana dove ragazzo si era costruì tocco e caviglie, Leonidas scalzo offre mirabilie tecniche stupefacendo il pubblico. L'arbitro svedese Eklind, tuttavia, riavutosi anch'egli dalla sorpresa, deve applicare il regolamento e impone al brasiliano di rimettersi le scarpe da gioco. Con queste ai piedi Leonidas realizza una doppietta nei tempi supplementari.

Senza elastico
Di un altro singolare episodio è protagonista l'italiano Peppin Meazza Nell'incontro di semifinale col Brasile l'arbitro elvetico Wutrich assegna un rigore in favore dell'Italia al 60' per atterramento di Piola da parte di Da Guia. Quattro minuti prima Colaussi aveva portato in vantaggio gli azzurri. Il tiro dal dischetto è quindi l'occasione per mettere ko gli avversari. Il compito spetta a Meazza che al momento della rincorsa si accorge che gli si è spezzato l'elastico dei pantaloni. Per nulla scoraggiato dall'inconveniente, tenendosi i calzoncini con la mano, l'interista batte egualmente dagli undici metri. Finta sulla sinistra palla a destra del portiere Walter E il 2-0 decisivo per l'ammissione al finalissima. Meazza ora può andare a bordo campo per cambiarsi i pantaloncini.

Senza numero
Altra curiosità: la terza è l'ultima edizione della coppa del mondo in cui i giocatori indossano maglie non contrassegnate dai numeri. Nel dopoguerra sarà introdotta la numerazione delle casacche.

Senza tregua
Show improvvisato da alcuni giocatori brasiliani in una stazione parigina durante una sosta del trasferimento da Bordeaux a Marsiglia. Dalla sacca di un magazziniere esce un pallone, al quale non sanno resistere sudamericani: palleggi, colpi di tao, tocchi con l'esterno e il collo del piede. Ferrovieri, giornalisti, facchini, bambini e anziani tributano un interminabile applauso per quello spettacolo.




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