Mondiale 1934 - Italia


Il Racconto


Impegno fascista
Nonostante la scarsa risonanza in Europa della prima edizione, la FIFA prevede che al secondo mondiale del 1934 ci sarà un maggior numero di iscrizioni e al congresso del 22 maggio 1931 a Berlino accoglie la proposta spagnola e ungherese di limitare a 16 le squadre partecipanti istituendo una fase di qualificazione. Un anno dopo, il 13 maggio 1932 a Stoccolma, viene assegnata l'organizzazione del mondiale '34 all'Italia che ha un appassionato espositore nell'avvocato Giovanni Mauro. Quest'ultimo presenta alla FIFA un impegno del governo italiano (il regime fascista ha intuito la rilevanza politica dell'avvenimento) affermando che il proprio paese "può sostenere tutti gli oneri della manifestazione anche nell'ipotesi di un bilancio passivo e ospitare l'intera fase del torneo finale utilizzando a teatro delle dispute le numerose e fiorenti città italiane dotate di magnifici stadi". Di fronte a questi argomenti l'Italia vince la concorrenza con la Svezia (che ritira la propria candidatura) e designa otto città sedi di partite: Roma, Firenze, Torino, Genova, Milano, Bologna, Napoli e Trieste quest'ultima, 56 anni dopo, sarà la sola delle otto a restare esclusa dalle 12 di "Italia 90").
Al mondiale '34 aderiscono 32 delle 50 federazioni affiliate alla FIFA e le 16 finaliste sono espresse da 12 gruppi eliminatori. Non c'è ancora la norma della qualificazione di diritto per la squadra detentrice del titolo né per quella del paese organizzatore. L'Uruguay, per protesta contro le defezioni europee del suo Mundial 30, non si iscrive ed è la prima ed unica volta che alla Coppa del Mondo mancherà chi l'ha vinta nell'edizione precedente (in seguito i campioni in carica saranno sempre ammessi d'ufficio dia fase finale). L'Italia si deve guadagnare la qualificazione battendo per 1-0 la Grecia a Milano nel marzo 1934 (partita dell'unica apparizione azzurra, per un tempo, di Nereo Rocco, divenuto poi grande tecnico del calcio italiano). Non c'è l'Inghilterra in dissidio con la FIFA. Dei paesi britannici solo l'Irlanda si iscrive facendosi però estromettere dal Belgio. Per un contrasto di ordine geografico (distanza tra New York e Città del Messico) USA e Messico si giocano la partecipazione sul neutro di Roma il 24 maggio, tre giorni prima del "via iridato. La sfida è vinta dagli statunitensi.

Quasi un europeo
È quasi un campionato europeo perché da oltreoceano arrivano soltanto Brasile, USA e Argentina, quest'ultima con una formazione di semidilettanti dato che i migliori sono emigrati in Europa, mentre per il continente nero c'è la partecipazione folkloristica dell'Egitto. Le tre americane l'africana sono estromesse subito, negli ottavi ad eliminazione diretta. Le favorite, che sono Austria e Cecoslovacchia su tutte seguite da Spagna, Germania e Italia nell'ordine, confermano le attese superando il turno. Le sfide più intense sono Cecoslovacchia-Romania a Trieste, con gli ardenti romeni in vantaggio dopo il primo tempo ed i cechi che escono alla distanza (2-1 per loro il risultato finale), e soprattutto Austria-Francia a Torino con il wunderteam" (squadra meraviglia) messo a dura prova dal WM dei francesi che applicano marcamento strettissimo. L'incontro si protrae ai supplementari (1-1 il risultato dei 90') e soltanto grazie ad una rete contestata segnata da Schall in sospetta posizione di fuorigioco gli austriaci riescono a spuntarla per 3-2. L'Italia non ha problemi a superare il primo turno liquidando gli USA con un eloquente 7-1. Nei quarti però ha di fronte a Firenze la Spagna di Zamora e Langara, una delle favorite. Da quattro anni l'Italia ha per commissario unico Vittorio Pozzo, alpino piemontese già dirigente tecnico nel '12 e in successive commissioni, poi funzionario della Pirelli di Milano prima di assumere la guida della nazionali il 1 dicembre 1929. Il tecnico ha messo a punto uno schema tattico redditizio definito "modulo" ed ispirato dalla coppia bianconera Rosetta-Caligaris (scissa per ragioni anagrafiche proprio alla vigilia del mondiale) cor rinnesto del possente centromediano Luisito Monti, già 33enne. Nel ritiro collegiale di Alpino (località presso il lago Maggiore) e in quello successive di Roveta (tra Firenze e Pisa), Pozzo perfeziona la tattica ma soprattutto le spirito della squadra, da attento studioso della psicologia degli uomini da mandare in campo.

Quel misterioso forfait di Zamora
Italia-Spagna del 31 maggio a Firenze finisce 1-1 dopo i tempi supplementari con un gol probabilmente irregolare di Ferrari mentre Schiavio ostacolava Zamora. "Quel giorno - ricorderà 'Balilla' Peppin Meazza - mi resi conto che Zamora era un grande portiere, il migliore di quei mondiali. Era molto forte fisicamente: aveva spalle enormi, colpo d'occhio impressionante e senso della posizione unico, condizionava gli avversari con la sua bravura, li ipnotizzava quasi inducendoli a tirare dove lui voleva e dove lui sarebbe poi sicuramente arrivato". Zamora quel giorno fa miracoli e Combi lo emula. Occorre ripetere il confronto tra le latine mentre gli altri quarti promuovono l'Austria (2-1 sull'Ungheria), la Germania (2-1 sulla Svezia) e la Cecoslovacchia (3-2 sulla Svizzera) al termine di confronti abbastanza equilibrati. Italia e Spagna tornano in campo a Firenze il 1 giugno e nella squadra iberica non c'e Zamora che è sostituito dalla riserva Nogues. Mai si sapranno i motivi della rinuncia ma già quel giorno si insinua che il portiere spagnolo sia stato rapito, comprato e nascosto, che abbia dato forfait per accordi politici. La spiegazione ufficiale è che Zamora ha un braccio dolorante per un calcio sferratogli il giorno precedente da Schiavio sotto gli occhi accondiscendenti dell'arbitro belga Baert. L'Italia fa suo lo spareggio con un gol di testa di Meazza al 12' contro gli spagnoli menomati poi da un infortunio dell'ala sinistra Bosch e che si vedono annullare dall'arbitro svizzero Mercet un gol di Regueiro per fuorigioco di posizione. Italia in semifinale contro il "wunderteam" austriaco di "carta-velina" Sindelar, il più forte centravanti dell'epoca. Si gioca il 3 giugno a San Siro dove si registra il record mondiale di incassi per quei tempi (811.526 lire) ed è l'oriundo argentino Enrico Guaita, "corsaro nero" della Roma di Testaccio, a siglare l'unico gol del successo azzurro sui tradizionali rivali dell'Austria di Hugo Meisl, primo grande "mago" della panchina. Il gol di Guaita al 19' accende le proteste degli austriaci i quali sostengono che il loro portiere Platzer è stato ostacolato nell'azione da Meazza che gli ha impedito il recupero del pallone. In realtà sulla linea di porta c'era stata un ammucchiata di giocatori e nel caos totale il pallone era stato tolto dalle mani di Platzer sotto gli occhi dell'arbitro svedese Eklind, poi accusato di non avere concesso un paio di presunti rigori al "wunderteam". Mentre ombre e sospetti di favoritismi da parte degli arbitri si addensano sulla squadra azzurra, questa si appresta ad affrontare in finale la Cecoslovacchia che ha battuto a Roma la Germania con una tripletta di Olda Neyedly, divenuto così capocannoniere del mondiale.

La finale
Dopo che a Napoli la Germania si aggiudica il terzo posto superando l'Austria per 3-2, alle 17 del 10 giugno nello stadio nazionale del partito nazionale fascista (l'attuale stadio Flaminio di Roma) Italia e Cecoslovacchia si affrontano per il titolo. Alla presenza di 267 giornalisti di 28 paesi, del duce che acquista il biglietto da cento lire per "dare il buon esempio" (c'era già il problema dei "portoghesi" a Roma), di numerosi tifosi cecoslovacchi (quattro treni speciali sono arrivati da Praga) che portano a 50.000 il numero di spettatori (incasso di 747.045 lire), i danubiani vanno in vantaggio al 71' con Puc (diabolica palla tagliata quasi dalla linea di fondo insaccatasi nell'angolo basso alla sinistra di Combi). "Il punto di Puc - scriverà Pozzo sul giornale 'La stampa' - fu come la buona frustata sul buon cavallo. Ci voleva quella ferita all'amor proprio, quell'odor di rischio supremo per far saltare fuori le doti fisiche e morali accumulate dagli azzurri nel periodo di preparazione". A 9' dalla fine, dopo che Sobotka aveva colpito un palo, Orsi riceve da Guaita e fa partire un bolide da una ventina di metri che batte Planicka. Sono necessari i supplementari. Schiavio, non più giovane (ha 21 anni), è allo stremo delle forze e chiede a Pozzo di essere dirottato all'ala destra spostando Guaita al centro. "Nei primi 4' non tocco palla - ricorderà Schiavio - perché il gioco si svolge tutto a sinistra dove c'è Orsi in grande giornata ma al 5' Guaita si impadronisce di un pallone poco oltre la nostra metà campo e fugge verso l'area avversaria. Io lo seguo e correndo chiamo la palla con un urlo. Guaita me la passa, avanzo ancora verso Planicka, controllo la palla, supero Cambal in velocità e a 7-8 metri tiro in porta con la residua forza che ho ancora nelle gambe. Planicka tenta il tuffo ma non può fare altro che vedere il pallone insaccarsi". È il 2-1 per l'Italia, il titolo, il quindicesimo gol del centravanti bolognese che sviene per l'emozione. Sarà anche la sua ultima partita in nazionale. "Come premio per il titolo conquistato - scriverà in seguito Meazza - la nostra federazione ci fece avere la somma di 22 mila lire a testa. Io mi comprai subito la 'balilla'. Il partito ci regalò un'assicurazione sulla vita". Il mondiale ha fruttato per i 17 incontri disputati la cifra di 3.683.993 lire con una media di 216.705 per partita. Detratte le uscite di 2.123.295 lire, l'utile della manifestazione è stato di 1.560.698 lire suddiviso tra la federazione organizzatrice e quelle partecipanti.

I Protagonisti


Il CT: Vittorio Pozzo (Italia)
(Torino 2 marzo 1886 - Ponderano 21 dicembre 1968)
È stato il primo "mago della panchina", il solo commissario tecnico a vincere due titoli mondiali e uno olimpico. Soltanto il brasiliano Mario Zagallo riuscirà nel dopoguerra a porsi sulle tracce portando al successo il Brasile da ct nel 70 in Messico e da supervisore del tecnico Parreira nel 1994 in Usa.
Vittorio Pozzo, nato a Torino il 2 marzo 1886 in una modesta famiglia di origini biellesi, studia al liceo Cavour del capoluogo piemontese e fin da giovanissimo mostra grande interesse nello sport praticando l'atletica leggera, in particolare i 400 metri. Si appassiona al gioco del football nel 1900 per interessamento dello juventino Goccione.
Comincia a giocare per l'Internazionale di Torino e poi nel Football Club Torinese, antesignano del Torino, prima di trasferirsi in Svizzera e tare calcio nel Grassopphers Zurigo. Nel 1906 diventa uno dei fondatori del Torino. Resta a lungo all'estero soggiornando in Francia e in Inghilterra dove l'aveva condotto lo studio delle lingue e dove alimenta la passione per il calcio. Tornato in patria nel 1912 viene assunto alla Pirelli e nominato segretario della Federcalcio che a quel tempo ha sede a Torino. In questa nuova veste dirige anche tecnicamente la spedizione della squadra azzurra ai Giochi Olimpici di Stoccolma di quell'anno. L'esperienza non è delle più felici e il 3 luglio, al termine della competizione, dopo appena tre partite, lascia l'incarico al rientro in Italia tornando al suo lavoro di sempre dove nel 1913 diventa direttore tecnico del Torino, carica che mantiene fino al 1922 con la lunga parentesi della guerra che fa da capitano degli alpini (1915-1919). Nel 1921 entra nel Consiglio della FIGC e fa parte di una folta commissione tecnica che guida la nazionale in due incontri. E ancora alla guida della nazionale alle Olimpiadi di Parigi 1924, rimanendo in carica per due mesi (9 marzo-4 giugno) per poi dimettersi dopo 5 incontri. Perde la moglie, gravemente ammalata, si trasferisce a Milano all’Ufficio Propaganda della Pirelli e si dedica al giornalismo. Il primo dicembre 1929 l'allora presidente della Figc Leandro Arpinati lo restituisce per la terza volta al ruolo di commissario unico della nazionale, incarico che manterrà fino al 5 agosto 1948 collezionando una serie impressionante di successi: Coppa Internazionale 1930, mondiali universitari 1930 e 1933, Coppa del Mondo 1934 in Italia, Coppa Internazionale 1935, Olimpiadi di Berlino 1936, Coppa del Mondo 1938 in Francia.
Il suo credo tattico è il sistema o WM (3-4-3) inventato nel 1928 dall'inglese Herbert Chapman dell'Arsenal, una trovata storica alla quale Pozzo si è votato anche se il suo vero segreto è stato l'avere creato lo spirito di gruppo, la stessa arma vincente di Enzo Bearzot nel 1982. Scrivendo della vittoriosa finale del 1934 a Roma (2-1 sulla Cecoslovacchia dopo i supplementari), Pozzo esalta le doti fisiche e morali accumulate dai suoi giocatori nel periodo di preparazione.
Nei 19 anni da ct Pozzo ha guidato la nazionale 87 volte vincendo 60 partite, pareggiandone 16 e perdendone appena 11. È stato anche selezionatore della squadra del Resto d'Europa che il 26 ottobre 1938 perde contro l'Inghilterra a Londra (3-0) nel 65/mo anniversario della Football Association. Il suo unico rimpianto sportivo resta quello di non essere mai riuscito a vincere contro i maestri inglesi: 4 partite (due pareggi e altrettante sconfitte). Nel 1948 è rimosso dall'incarico, accusato anche di connivenza con il Regime fascista. Pozzo torna all'attività giornalistica scrivendo per la "La Stampa" di Torino divenendone inviato. Una infelice presenza nel quiz televisivo "La Fiera dei sogni" condotto da Mike Buongiorno lo porta all'isolamento sino alla sua morte, avvenuta il 21 dicembre 1968 all’età di quasi 83 anni.

Il capocannoniere: Oldrich Neyedly (Cecoslovacchia) - 5 reti
(Rakovnik 25 maggio 1901 - Zeorak 11 giugno 1990)
È il primo grande realizzatore opportunista. Rivelatosi nello Zebrak viene acquistato dallo Sparta Praga dove vince la concorrenza del massiccio austriaco Haftl mettendo a segno cinque gol nella partita del suo debutto nella squadra della capitale. Per lo Sparta disputerà 421 partite realizzando 391 reti. Debutta in nazionale a Varsavia il 16 giugno 1931 integrandosi subito nella famosa "ragnatela" della squadra boema.
Abilissimo nel ribadire a rete le corte respinte del portiere avversario, è una delle grandi sorprese dei mondiali vincendo la classifica dei cannonieri senza essere centravanti ma interno di regia. Diventa capocannoniere del mondiale con appena 5 reti (tre delle quali siglate nella semifinale con la Germania), che resta il numero più basso dei mondiali se si esclude la quota quattro toccata in Cile 62 da cinque giocatori. L'impresa di Neyedly è da valutare tenendo conto che le mezze ali nel "metodo" danubiano cercavano i collegamenti portandosi però sovente in zona tiro. Il boemo, oltre ad un ottimo tiro in porta, ha il grande intuito di seguire le azioni dei compagni sfruttando ogni minima occasione. Nei mondiali del '38 in Francia viene mandato in ospedale dalle rudezze dei difensori brasiliani Machado e Zeze. Complessivamente in nazionale gioca 44 partite segnando 31 gol. Dopo un decennio nello Sparta gioca gli ultimi anni della carriera nelle file della squadra francese del Bordeaux tornando poi a Rakovnik dove conclude l'attività nel 1951. Tra i vincitori delle classifiche dei cannonieri di tutte le coppe del mondo resta il meno famoso non avendo mostrato tecnica raffinata.

La stella: Giuseppe Meazza (Italia)
(Milano 23 agosto 1910 - Rapallo 21 agosto 1979)
Molti lo considerano il più grande calciatore italiano di tutti i tempi, altri, più semplicemente, l'inventore del "gol ad invito": tardava l'esecuzione fino a quando il portiere avversario non gli usciva incontro. A quel punto lo "trafiggeva" con un pizzico di sadismo. Nato a Milano il 23 agosto 1910. Il padre faceva il litografo. A 12 anni, assieme ad alcuni amici, ruba in un cantiere alcuni pali di legno da cui ricava due porte. Comincia così la sua carriera, che continua nelle file del Maestri Campionesi, di cui è tutto: presidente ed allenatore, oltre che giocatore. A 14 anni prova per l'Inter, presentandosi spontaneamente ad un raduno. Viene subito preso ma con l'avvertimento che verrà impostato come terzino.
Quando ha 17 anni, Meazza esordisce contro la Milanese: è il 1927 e nel frattempo il "balilla" ha cambiato ruolo, diventando attaccante. Segna due gol e non esce più di squadra, l'allenatore Arpad Weisz, un ungherese, si innamorato di lui. Inizia così una carriera durante la quale farà incetta di vittorie, scudetti e coppe. Per tre volte è capocannoniere: nel '30 con 31 gol, nel '36 con 25 e nel '38 con 20. Gioca 510 partite ufficiali mettendo a segno 265 (altri dicono 272) gol, di cui 33 in nazionale, nelle cui file esordisce il 1 febbraio del 1930 per terminare il 20 luglio del 1939.
È stato l'idolo di un'intera generazione, e tutto, di lui, ha fatto storia: i suoi guadagni (ben 7000 lire al mese, tantissimo per quei tempi), le sue passioni per il gioco d'azzardo e le belle donne ("ero giovane, e mi davo da fare per non sciupare le serate", confesserà una volta), le richieste pressanti a cui veniva sottoposto per pubblicizzare ogni tipo di prodotto (e accettò di farlo, tra gli altri, per una marca di brillantina e per una di dentifricio, dato che aveva un sorriso smagliante). Oltre che nell'Inter, ha giocato nel Milan, nella Juventus e nell'Atalanta dove per un breve periodo fece anche l'allenatore. Ogni volta che incontrava le sue ex squadre, riusciva a segnare. La sua ultima rete la segnò, a 37 anni, in un Inter-Triestina, con tocco su uscita del portiere avversario, come ai bei tempi. Dopo il ritiro dal calcio giocato fece il giornalista e quindi l'allenatore (alla Pro Patria, all'Inter e persino in nazionale nel biennio 1952-53). Diventato responsabile del settore giovanile dell'lnter (scoprì Sandro Mazzola). Chiuse a carriera con un solo rimpianto: non essere mai riuscito a fare un gol a Ricardo Zamora. A lui è stato intitolato lo stadio milanese di San Siro.

Curiosità


Sotto due bandiere
L'Italia vince il titolo alla sua prima partecipazione ma per un azzurro iride di Roma ha doppio valore avendolo conquistato dopo che gli era fuggito quattro anni prima a Montevideo. Luisito Monti, armadio italo- argentino a "doble ancho" (doppia anta), centromediano, diventa il primo unico calciatore al mondo ad avere disputato due finali con maglie di diverse nazionali. Accusato dagli iberici ai avere dato un calcio alloro porgere Zamora nella prima partita dei quarti di finale mettendolo ko per la ripetizione del giorno successivo, Monti in seguito non potrà recarsi in Spagna con la Juventus per un'amichevole "perché se fosse sceso in campo li spagnoli lo avrebbero ammazzato".
Sotto due bandiere, anche se nessuno eguaglierà l'impresa di Monti finalista due volte con maglie differenti, giocheranno poi ai mondiali Puskas ('54 con l'Ungheria e '62 con la Spagna), Altafini ('58 con il Brasile e '62 con l'Italia), Ghiggia e Schiaffino ('50 con l'Uruguay e '58 con l'Italia che però è eliminata nelle qualificazioni).

Il mondiale dei portieri
È anche il mondiale dei portieri, i quali si rendono protagonisti di interventi leggendari. Le grandi firme sono lo spagnolo Ricardo Zamora, autore di parate decisive contro l'Italia nella prima sfida dei quarti, l'azzurro Giampiero Combi, sensazionale contro spagnoli, austriaci e cecoslovacchi, boemo Frantisek Planicka, ritenuto secondo soltanto a Zamora.

Le danze di Salomè Masetti
Nella storia del mondiale c'è spazio anche per il portiere di riserva dell'Italia, Guido Masetti che, per distrarre i compagni nelle lunghe ore di ritiro, di tanto in tanto si esibisce nella danza dei sette veli di Salomè dipingendosi le unghie e agghindandosi con trasparenti tessuti orientali accompagnato dalle note del violino di Mumo Orsi.

La medaglia dimenticata
Infortunatosi ad un ginocchio nella prima partita dei quarti di finale contro la Spagna (pareggiata 1-1 dopo i supplementari), l'azzurro Mario Pizziolo saluta compagni e allenatore e lascia la squadra tornando nella sua casa di Firenze prima della ripetizione della gara. Dopo la conquista della Coppa del Mondo, la federazione italiana si dimentica di consegnargli la medaglia d'oro spettante a ciascun vincitore del torneo iridato, nonostante Pizziolo avesse giocato da titolare le prime due partite del mondiale. Soltanto nel 1988, due anni prima della sua scomparsa, l'allora presidente della Fiorentina, Righetti, gli consegna una copia in oro della medaglia iridata a nome della FIGC.

Applausi sul campo da tennis
Il 9 giugno, vigilia della finale tra Italia e Cecoslovacchia, gli azzurri lasciano al mattino l'albergo dove sono alloggiati (il Pincio) e in treno raggiungono Ostia per rilassarsi nella pineta di Castelfusano. Al loro rientro a Roma vanno nel pomeriggio al Foro Mussolini, per assistere all'incontro di Coppa Davis Italia-Svizzera. L'incontro di tennis viene sospeso per alcuni minuti dato che, riconosciuti dal pubblico, i calciatori italiani vengono applauditi a lungo dagli spettatori.




Tutti i risultati



Le statistiche del torneo



Foto Story

Il logo della competizione


Condividi



Commenta