Mondiale 1930 - Uruguay


Il Racconto


Come ci si arriva
Dall'annuncio di Tibidabo (Barcellona), quando nel maggio 1929 la FIFA gli assegna l'organizzazione del primo mondiale, l'Uruguay moltiplica gli sforzi per presentarsi degnamente all'appuntamento dell'anno successivo. La situazione economica del paese va verso una crisi che esplode dopo il "martedì nero" dell'ottobre 1921 col crollo di Wall Street mentre quella politica del "socialismo di stato" imposto da Battle Ordenez nel 1911 comincia a dare sintomi di degrado. Il progetto è di fare di sputare l'intero mondiale a Montevideo (che nel '30 conta 600.000 abitanti oltre un terzo del paese) e in un solo gigantesco stadio da costruire nel campo "chivero" ( delle capre" che vi pascolavano) e da chiamare Centenario per la ricorrenza dell'indipendenza nazionale. Mentre otto mesi prima della rassegna si comincia la costruzione dell'impianto con lavori sempre più febbrili per recuperare ritardi dovuti alle piogge e all'esistenza di una falda d' acqua sotto il terreno (squadre di operai fanno turni notturni alla luce dei riflettori), l'Europa, in piena crisi economica, non manifesta particolare interesse per la competizione mondiale. A due mesi dall'inizio del torneo nessuna paese del vecchio continente ha ancora confermato la sua partecipazione mentre nelle Americhe l'adesione e entusiastica con le iscrizioni di Brasile, Argentina, Cile, Messico, Bolivia, Perù, Paraguay e Stati Uniti. Soltanto quattro europee, anche per pesanti pressioni sudamericane sulla FIFA, accettano alla fine di andare oltreoceano. Francia, Jugoslavia, Belgio e Romania, portando così a 13 il numero delle partecipanti compreso l'Uruguay.

L'Europa oltreoceano
Amarezza sul Rio de la Piata per la rinuncia dell'Italia, paese che conta parecchi emigrati in Sud America e che subirà quattro anni più tardi il boicottaggio di ritorsione degli uruguayani nel suo mondiale. L'Inghilterra è fuori dalla FIFA dal congresso di Amsterdam per la disputa tra dilettantismo e professionismo. A bordo della nave italiana "Conte Verde", partita da Villafranche sur mer, viaggiano romeni, francesi e belgi, in compagnia di Jules Rimet e dei delegati FIFA con la coppa del mondo. Compiono la traversata dell'Atlantico in quasi un mese compromettendo la loro condizione di forma. Lo stesso accade, sia pure in misura inferiore, agli jugoslavi che navigano a bordo del "Florida", salpato da Marsiglia. In Uruguay è pieno inverno e dato che l'"Estadio Centenario" non può essere ultimato per domenica 13 luglio, data d'avvio del torneo, si decide di aprire la manifestazione con due partite concomitanti (inizio alle 14), Francia-Messico e USA-Belgio rispettivamente negli stadi del Nacional (Parque central) e del Penarol (Pocitos). Il primo dei 1915 gol mondiali e segnato da un francese, Lucien Laurent, mezz'ala sinistra, al 13' quando batte il portiere messicano Bonfiglio. Gli Stati Uniti, rafforzati da sette scozzesi naturalizzati, infliggono un 3-0 ai belgi. Il calcio europeo si riscatta con Jugoslavia e Romania che eliminano rispettivamente Brasile e Perù.

Uno stadio per 80 mila
Per il 18 luglio, giorno del debutto della "celeste", l'estadio Centenario è finalmente pronto (è costato un milione e mezzo di pesos uruguayani) e viene inaugurato con Uruguay-Perù davanti a 80.000 spettatori. Soltanto verso la mezz'ora della ripresa Castro sblocca il risultato e la "celeste" si giudica il confronto 1-0. Uruguay e Argentina volano verso la inevitabile finale eliminando in semifinale rispettivamente Jugoslavia e Stati Uniti, entrambi col punteggio di 6-1. La finale si gioca il 30 luglio: è la ripetizione di quella olimpica di Amsterdam 1928, celebrazione del calcio artistico platense. L'incontro è minuziosamente preparato dalle autorità uruguayane. Da Buenos Aires approdano tra la nebbia dieci imbarcazioni con circa 15 mila tifosi argentini. Altri battelli restano bloccati dalla nebbia attraccano in ritardo con altre migliaia di "portenos" che cercano di entrare nello stadio esaurito (si calcola una presenza di oltre 80.000 spettatori). Si temono incidenti, agli ingressi la "policia civil" perquisisce migliaia di spettatori. Lo stesso arbitro, il belga John Langenus, che aveva già diretto Uruguay-Perù, Argentina-Cile e Argentina-USA e che, richiamato Buenos Aires per la finale, aveva preteso una polizza sulla vita e la protezione di almeno un centinaio di poliziotti, è sottoposto ad accurata ispezione all'ingresso del Centenario.

La finale
Prima di scendere in campo i capitani delle due squadre accendono una disputa sulla scelta del pallone di gioco. Gli argentini vogliono imporre il loro, di quasi un etto più leggero di quello uruguayano, gli avversari tendono giocare con quello più pesante. Alla fine l' arbitro Langenus decide salomonicamente di utilizzare un pallone per tempo ed il sorteggio stabilisce che tocchi a quello argentino prendere i primi calci. Si comincia alle 14,30 con mezz'ora di ritardo sul previsto. I biancocelesti avevano buoni motivi per volere giocare col loro pallone visto che vanno al riposo in vantaggio per 2-1 dopo essere stati sorpresi in contropiede al 12 dal "celeste” Dorado. Il formidabile attacco argentino aveva replicato con un bolide di Peuecelle (20') e con una prodezza del "filtrador" Stabile (37'). Gli uruguayani, guidati dal primo calciatore universale della storia, Josè Nasazzi (prima centravanti, poi difensore), e da uno splendido Josè Leandro Andrade, (la "merveille noire" come era stato definito alle Olimpiad Parigi 24), mettono in difficoltà la vulnerabile difesa degli avversari che subiscono il pareggio al 57' quando Pedro Cea batte Botasso con un diagonale. Dieci minuti dopo è Iriarte a sorprendere il portiere argentino un missile da 30 metri. Reazione biancoceleste, salvataggio di Andrade sulla linea di porta su tiro di Varallo ma a un minuto dal termine "monco” Castro (è privo della mano destra), sostituto di Anselmo inspiegabilmente rifiutandosi di affrontare gli argentini, sigla il 4-2 finale con un gol di testa. È il trionfo dell'Uruguay che celebra il successo come una festa nazionale mentre i calciatori vincitori della Rimet sono premiati con un appartamento a testa. Si dice che gli argentini abbiano giocato indossando sotto quella ufficiale una maglia con la scritta "argentina campeon" ed è immaginabile lo smacco subito. I loro "aficionados” li accusano di codardia nella finale e il consolato d'Uruguay a Buenos Aires è preso di mira da contestazioni di tifosi argentini delusi.

I Protagonisti


Il CT: Alberto Suppici (Uruguay)
Montevideo 20 novembre 1898 - 21 giugno 1981
Preparatore atletico, è diventato allenatore a metà degli anni 20, chiamato a dirigere le giovanili del Penarol. Per la prima edizione dei mondiali è stato chiamato a selezionare la nazionale che ha portato al titolo guidandola in appena 4 partite, appunto quelle del mondiale, vincendole tutte. Nel 1948 è stato capo delegazione alle Olimpiadi di Londra.

Il capocannoniere: Guillermo Stabile (Argentina) - 8 Reti
Buenos Aires 17 gennaio 1906 - Buenos Aires 27 dicembre 1966)
Padre italiano, quarto di dieci figli, viene soprannominato "el filtrador" per la sua grande abilità di inserirsi nelle difese avversarie. La sua specialità è la “forbice “, una finta diabolica che sbilanciava chiunque, non è il solo fuoriclasse dell'attacco argentino ma è il centravanti che guida la squadra successo con una media di due gol a partita. Assente nel primo incontro con la Francia nel corso della quale si infortuna il titolare Roberto Cherro, Stabile ne prende il posto e diventa la rivelazione del mondiale. Pochi mesi dopo la finale mondiale, la squadra italiana del Genoa lo ingaggia dall'Huracan di Buenos Aires. Avvio strepitoso in Italia poi un infortunio grave alla gamba destra in un incontro di campionato ad Alessandria lo ferma per parecchio tempo. Resta al Genoa fino al 1934-35 dopo essere stato l'anno prima in prestito al Napoli. Lascia l'Italia per un disaccordo con l'allenatore ungherese Orth che lo intende relegare tra le riserve del Genoa e va alla Red Star di Parigi. Vi resta fino alla vigilia della seconda guerra mondiale quando torna in Argentina dove continua a fare il tecnico, dapprima alla sua ex squadra dell'Huracan, poi al San Lorenzo, all'Estudiantes, al Ferro Carril e al Racing. Gli viene quindi affidata nel 1942 la guida tecnica della nazionale che tiene fino alla coppa del mondo in Svezia del 1958. In questo periodo lancia il trio degli “angeli dalla faccia sporca", Maschio-Angelillo-Sivori. Ha collezionato 31 presenze in nazionale.

La stella: Josè Nasazzi (Uruguay)
Montevideo 24 maggio 1901 -17 giugno 1968)
Il classico allenatore in campo, facilitato dal ruolo di centromediano metodista e all'occorrenza difensore. Spiccato senso dell'anticipo e fantastica visione di gioco. Un leader, ispiratore e psicologo della squadra. Soprannominato “El Mariscal" (il maresciallo), “EI Terrible", "El Capitan". Vinse le Olimpiadi del '28, i mondiali del '30 e quattro edizioni della Coppa America ('23, '24, 26 e '35). Nel '33 passò al Nacional di Montevideo vincendo i campionati del '33 e del '34. In nazionale ha giocato 31 partite una volta conclusa la carriera di calciatore ha intrapreso quella di tecnico divenendo dt del Bella Vista e ct della nazionale ('45) per poi diventare radiocronista. Alla sua morte gli è stato dedicato lo stadio del Bella Vista e una via di Montevideo.

Curiosità


Arbitri fischiati
Gli arbitri diventano subito tra i protagonisti del mondiale. Almeno quattro degli 11 chiamati a dirigere le partite di Montevideo, prendono decisioni o atteggiamenti che fanno discutere. Il brasiliano Almeida Rego anticipa di quattro minuti la fine di Argentina-Francia proprio quando il francese Maschinot si accinge a pareggiare. E un segnalinee a fare rilevare a Rego che mancano ancora alcuni minuti e l'arbitro fa riprendere il gioco ma il risultato resta fissato sull'1-0 siglato da Luisito Monti all'84'.

La forza della convinzione
Il cileno Warken in Romania-Perù impiega dieci minuti per convincere il calciatore peruviano De Las Casas a lasciare il campo (primo espulso della storia dei mondiali).

L'arbitro rigoroso
Il boliviano Saucedo fischia cinque rigori in Argentina-Messico.

Quella valigetta dei sogni
Il belga Langenus, pantaloni alla zuava e cravatta, in Argentina-USA (semifinale del 26 luglio) fischia un fallo contro gli Stati Uniti. A quel tempo tutti si danno da fare durante le partite e il presidente della federcalcio statunitense che, per la circostanza funge anche da infermiere e massaggiatore, entra in campo furibondo per contestare la decisione arbitrale quando inciampa cadendo sulla valigetta del pronto soccorso. Si rovesciano alcune bottigliette tra cui una fiala di cloroformio le cui esalazioni lo stordiscono sul terreno di gioco. Barcollante, si accascia sul campo perdendo i sensi tra le risate del pubblico e l'imbarazzo dei giocatori. Trasportato fuori dal campo, riprenderà conoscenza negli spogliatoi.

Al calcio non si gioca con le mani
"Al calcio non si gioca con le mani". Così il ct uruguayano Suppicci risponde a chi gli chiede perché abbia preferito mettere in formazione Hector Castro nella finale contro l'Argentina al posto del centravanti titolare Peregrino Anselmo, improvvisamente e misteriosamente resosi indisponibile per la partita decisiva. La domanda si giustifica con il fatto che la riserva Hector Castro è monco della mano destra, persa anni addietro lavorando in falegnameria. La menomazione, che gli ha valso il soprannome di "El manco", non gli ha comunque impedito di fare una brillante carriera da calciatore. Gioca nel Nacional di Montevideo, nel 1926 ha vinto il campionato sudamericano ed ha partecipato alle Olimpiadi di Amsterdam 1928 vinte dalla "Celeste". Ed "El monco" si fa onore contro gli argentini siglando il quarto gol del successo uruguagio con un micidiale colpo di testa. A lui non è servita la “mano de Dios”.

Turisti per caso
Il 18 luglio al termine di Uruguay-Perù (1-0), sebbene il campo del Centenario sia separato dalle tribune da un fossato e da numerose reti di protezione, il pubblico di casa, esaltato dalla vittoria uruguayana, invade il terreno di gioco. Trascinati dalla folla, l'arbitro Langenus e il guardalinee Cristophe non riescono a trovare la via per gli spogliatoi e, due ore più "di, si ritrovano per le vie di Montevideo indossando ancora la divisa da arbitri. Dodici giorni dopo, memore di quella disavventura, prima della finale Uruguay-Argentina (poi finita 4-2), Langenus stipula una polizza assicurativa sulla vita.




Tutti i risultati



Le statistiche del torneo



Foto Story

Il logo della competizioneLa nazionale uruguagia vincitrice della prima edizione della Coppa Rimet.La Selecao (fotografata prima della partita contro la Jugoslavia) deluse le aspettative.Preguinho, attaccante e capitano dei brasiliani, si distinse con tre reti realizzate in due partite.La nazionale statunitense sorprese, dominando il proprio girone ed arrivando a cogliere il terzo posto finale (assegnato ufficialmente dalla FIFA solo nel 1986).Pedro Cea, secondo miglior cannoniere del torneo.Francobollo commemorativo della finale.Il pallone che l'Argentina avrebbe messo a disposizione per il primo tempo.Il pallone che  l'Uruguay avrebbe messo a disposizione per il secondo tempo.John Langenus, arbitro della finale.Rimet arriva a Montevideo.I capitani di Uruguay e Argentina (José Nasazzi e Manuel Ferreira) prima della finale.I giocatori uruguayani festeggiano la vittoria del Mondiale 1930.La Francia ai Mondiali del 1930.L'uruguaiano Héctor Castro realizza il goal del definitivo 4-2.Il capocannoniere Guillermo Stabile.L'Argentina prima della sfida contro il Messico.Il goal del momentaneo pareggio uruguaiano nella semifinale vinta per 6-1 contro la Jugoslavia.Stábile realizza il goal del momentaneo vantaggio argentino, sotto lo sguardo di Andrade e Ballesteros.Lo Stadio Centenario di Montevideo.I capitani Nasazzi e Ferreira con l’arbitro belga Langenus.


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