Europeo 1996 - Germania


Il Racconto


Come abbiamo visto, già nelle ultime partite di qualificazione degli Europei del 1992 l'Italia era passata dalle mani del tradizionalista Azeglio Vicini a quelle dell'innovatore Arrigo Sacchi, che con il Milan aveva esportato in tutto il mondo i suoi nuovi schemi tattici. Zona integrale, pressing, fuorigioco sistematico: in pratica l'intero repertorio del calcio totale olandese, con maggiore cura alla fase difensiva, fu trapiantato nella nazionale azzurra, che non lo assorbì subito in modo indolore. Il meritato e sofferto secondo posto ai Mondiali americani del 1994 poneva tuttavia l'Italia tra le favorite per i successivi Campionati Europei, che si presentarono con una nuova formula. L'UEFA aveva infatti deciso di allargare ancora la rosa delle finaliste, portandola a 16 squadre. In tal modo l'Inghilterra, che aveva ottenuto l'organizzazione, poteva ospitare tutta l'aristocrazia calcistica del continente, per un torneo che, in quanto a durata, audience televisiva, presenze negli stadi e qualità tecnica delle forze in campo, poco aveva ormai da invidiare a un Campionato del Mondo.
Malgrado la formula rivoluzionata, l'esito fu tradizionale: la Germania confermò anche sui campi inglesi la particolare adattabilità a questo torneo, la sua vera specialità (ha raggiunto per cinque volte la finalissima, aggiudicandosi il titolo in tre occasioni). Nel 1996 il trionfo tedesco a Wembley si segnalò per due motivi: la Germania conquistò in via definitiva la Coppa Henri Delaunay, mentre dal punto di vista del regolamento si trattò del primo titolo europeo attribuito con la regola del 'golden gol', secondo la quale nei tempi supplementari la partita si interrompe automaticamente alla prima rete, con il successo della squadra che l'ha realizzata.
L'Italia, superata una fase delicata nel corso delle qualificazioni, quando la Croazia aveva messo in forse il suo ingresso fra le 16 finaliste, era poi migliorata e mostrava di poter applicare proficuamente il calcio aggressivo e spettacolare, ma non facile e dispendioso, teorizzato dal suo tecnico. In un girone impegnativo, con Germania, Repubblica Ceca e Russia, l'Italia esordì alla grande, battendo la Russia con due splendidi gol del centravanti Pierluigi Casiraghi, ispirato da Gianfranco Zola, l'erede di Roberto Baggio in azzurro. Grande sorpresa destava quindi la decisione di Sacchi di lasciare a riposo, per il successivo impegno contro i cechi, cinque titolari, fra i quali proprio Casiraghi e Zola. Secondo molti osservatori la più elementare delle strategie avrebbe consigliato di mettere prima al sicuro la qualificazione, e poi, eventualmente, ricorrere al turnover per mantenere i giocatori più importanti in condizioni di freschezza atletica. Contro la Repubblica Ceca, Fabrizio Ravanelli, il sostituto di Casiraghi, si confermava in cattive condizioni di forma. Il giovane Enrico Chiesa pareggiava il vantaggio acquisito per i suoi da Pavel Nedved, ma nella ripresa gli azzurri, ridotti in 10, andarono nuovamente in svantaggio e non servì a nulla l'ingresso di Casiraghi e Zola nei minuti finali. L'Italia doveva così giocarsi l'ultima chance contro i tedeschi. Solo una vittoria l'avrebbe rimessa in corsa. Zola fallì un calcio di rigore e lo 0-0 finale, pur giunto al termine di una buona gara, suonò come una condanna senza appello.
Mentre in Italia esplodeva la contestazione, Repubblica Ceca e Germania confermavano l'alta qualità del girone arrivando sino alla finalissima, nel quadro di un torneo che, dopo l'uscita degli azzurri e quella successiva dell'Olanda, si sviluppava all'insegna della restaurazione tattica: prevalenza del gioco difensivo, libero fisso come ai vecchi tempi, marcature individuali e soffocanti, centrocampo folto e attacco sviluppato quasi soltanto in contropiede. Con tedeschi e cechi erano entrati nei quarti di finale Inghilterra, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo e Croazia. Gli inglesi prevalsero sulla Spagna solo ai calci di rigore, dopo 120 minuti senza gol, e lo stesso fece la Francia nei confronti dell'Olanda. Un gol di Karel Poborski permise invece ai cechi di battere un Portogallo molto brillante grazie a Luis Figo e Manuel Rui Costa, ma poco efficace sotto porta. La Germania eliminò la Croazia, andata a segno con il solito Davor Suker, grazie a un rigore di Jurgen Klinsmann e a una felice incursione offensiva del libero Matthias Sammer. Nelle quattro partite erano stati segnati in tutto quattro gol, a dimostrazione della collettiva involuzione tattica. In semifinale, anche la partita fra cechi e francesi finì 0-0, e furono i tiri dal dischetto a promuovere Nedved e compagni. Anche la classica sfida fra Inghilterra e Germania fu risolta ai rigori, ma almeno le due squadre avevano segnato un gol a testa, con Alan Shearer e Stefan Kuntz. Il quinto rigore fu fatale agli inglesi, che sbagliarono con Gareth Southgate, mentre i tedeschi realizzarono tutti i tiri dal dischetto.
La finale, arbitrata dall'italiano Pierluigi Pairetto, fu un revival del passato. In vantaggio con Patrik Berger su rigore, la Cecoslovacchia fu raggiunta al 73' da Oliver Bierhoff, mandato in campo dal commissario tecnico Berti Vogts appena 4 minuti prima, in sostituzione di Mehmet Scholl. Proprio Bierhoff risultò l'uomo decisivo: al sesto minuto dei tempi supplementari, il centravanti segnò il golden gol che procurava il terzo titolo continentale e la Coppa Delaunay al calcio tedesco, quasi mai (e forse neppure in questa occasione) il più brillante, ma sempre fedele a se stesso, e quindi continuo e affidabile nei tornei, al di là delle mode.

I protagonisti


La stella: Jurgen Klinsmann
(1964)
Un titolo mondiale (1990) e uno europeo (1996) in undici anni di nazionale, un palmares di tutto rispetto per uno storico emblema della nazionale teutonica. A Euro 96 fu il bomber della nazionale ma non riuscì a segnare nella finalissima di Wembley. Nel 2006 arrivò la sua delusione più grande quando da CT della Germania fu eliminato in semifinale dall’Italia in un mondiale casalingo che disputava con i favori dei pronostici.

Il CT: Berti Vogts
(1946)
Con il successo del 1996 Vogts vinse il suo unico titolo alla guida della nazionale maggiore. Un trionfo per rifarsi da una sconfitta bruciante, patita quattro anni prima in Svezia contro quella sorprendente Danimarca. Da calciatore giocò come difensore nel Borussia Monchengladbach che dominò la Bundesliga nella prima metà degli anni settanta. Fece parte della nazionale che vinse europei e mondiali nel 1972 e nel 1974. Negli anni ottanta inizia la sua seconda vita da commissario tecnico che dopo una lunga trafila in Germania, lo portò nel 2001 a emigrare allenando Kuwait, Scozia, Nigeria e l’attuale Azeirbaigian.




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