Europeo 1992 - Danimarca


Il Racconto


In netta contrapposizione con la splendida edizione del 1988, quattro anni dopo in Svezia andò in scena uno degli Europei di più basso profilo. Ripescata all'immediata vigilia del torneo finale per sostituire la Iugoslavia, colpita dalle sanzioni dell'ONU anche in campo sportivo, la Danimarca aveva richiamato in fretta e furia i suoi giocatori, in gran parte già in vacanza all'estero, e si era presentata alla fase conclusiva in condizioni di chiara inferiorità. Il suo campione di maggiore prestigio, Michael Laudrup, fresco del titolo europeo per club conquistato con il Barcellona, aveva rifiutato la convocazione, a causa di insanabili contrasti con il tecnico Richard Moeller Nielsen.
Arrivati in Svezia all'ultimo momento, con il solo intento di limitare i danni e di salvare la faccia, quindici giorni dopo i danesi si ritrovarono a festeggiare, allo stadio Rasunda di Göteborg, la prima prestigiosa conquista della loro storia calcistica. Divennero campioni d'Europa dopo aver sconfitto, in semifinale e in finale, le due grandi favorite, l'Olanda, detentrice del titolo continentale, e la Germania, campione del mondo in carica. Fu una beffa autentica inflitta alle formazioni più prestigiose del calcio internazionale. Tatticamente, la Danimarca giocava un 4-3-3 di base, che spesso si articolava in un 4-3-2-1 perché la sola punta fissa restava il centrale Flemming Povlsen, alle spalle del quale agivano in qualità di trequartisti Brian Laudrup e Henryk Larsen. Quest'ultimo, che era stato da poco ceduto da una modesta squadra italiana, il Pisa, a una società danese, il Lingby, che inizialmente non gli pagava neppure lo stipendio, risultò il cannoniere della nazionale campione d'Europa. La classe del portiere Peter Schmeichel, un baluardo insuperabile, e la grande esperienza di Jesper Olsen nobilitavano il gioco atletico e datato della Danimarca, che aggrediva a centrocampo e faceva scattare, sulle ispirazioni di Brian Laudrup, un contropiede micidiale, secondo una formula semplice, ma che risultava straordinariamente efficace.
All'inizio la Danimarca sembrava inesorabilmente chiusa nel suo girone, che comprendeva la Svezia padrona di casa, la Francia guidata da Michel Platini, reduce da una lunga serie positiva, e l'Inghilterra di David Platt e Gary Lineker. I danesi pareggiarono 0-0 con gli inglesi, grazie alla prestazione di Schmeichel, e poi persero con la Svezia. Però nell'ultimo match sconfissero la Francia, mentre l'Inghilterra cedeva alla Svezia. Riuscirono così a piazzarsi secondi, con un netto distacco dalla Svezia, chiara vincitrice del raggruppamento. Nell'altro girone, Olanda e Germania si qualificarono senza problemi, essendosi trovate di fronte avversari modesti, quali la Scozia e la CSI, la Comunità degli Stati indipendenti, in cui si raccoglievano gli eredi dell'URSS, ormai smembrata.
In semifinale l'Olanda affrontò i danesi, convinta di poter vincere senza difficoltà. Ronald Koeman, giocatore bravo ma forse un po' lento, era lasciato solo a presidiare gli spazi difensivi e il contropiede danese ne approfittò, segnando due volte, sempre con Henryk Larsen. Prima Dennis Bergkamp, poi Frank Rijkaard a 4 minuti dalla fine, rimisero in corsa l'Olanda. A decidere furono i calci di rigore. L'unico errore fu quello di Marco Van Basten, che con questo insuccesso chiuse un torneo fallimentare per lui, che quattro anni prima era stato il protagonista.
Per l'incredula Danimarca l'avversaria successiva fu la Germania, che grazie a una prodezza di Thomas Hässler aveva messo subito in svantaggio la Svezia, battendola infine per 3-2, nonostante i bei gol di Tomas Brolin e Kennet Andersson. Il 26 giugno, a Göteborg, i danesi, stanchi e decimati da infortuni e squalifiche, si predisposero alla difesa. Schmeichel era il loro punto di forza e volava a fermare tutti i tiri avversari. Dopo il gol in contropiede di John Jensen, la Danimarca si chiuse ancora di più. Su una Germania ormai demoralizzata, nel finale Kim Vilfort piazzò il colpo decisivo. L'Italia non partecipò alla fase finale. Quando già la qualificazione appariva compromessa, il presidente Antonio Matarrese aveva licenziato Azeglio Vicini (mai perdonato per il mancato successo ai Mondiali del 1990) sostituendolo con Arrigo Sacchi. Gli azzurri chiusero al secondo posto un girone che promosse l'URSS, alle sue ultime apparizioni ufficiali. Nel torneo finale, come si è detto, l'ex nazionale sovietica avrebbe cambiato nome e si sarebbe presto fatta da parte, pagando a caro prezzo il disorientamento morale e le difficoltà economiche.

I protagonisti


La stella: Peter Schmeichel
(1963)
La favola della Danimarca è un trionfo collettivo, l’incredibile avventura di una rosa fatta da giocatori che fino a qualche settimana prima erano in vacanza. Sembra la trama di un film e invece è la realtà di quella folle estate di vent’anni fa. A difendere i pali della nazionale danese c’è il veterano Schmeichel, portiere di grande classe approdato l’anno prima al Manchester United. La sua parata su Van Basten nella serie di rigori in semifinale apre le porte allasfida contro la Germania, dove da il meglio di se e chiude la propria porta ai tedeschi. Sette anni dopo alzerà la Coppa dei Campioni con i red devils ai danni di un’altra squadra tedesca: il Bayern Monaco.

Il CT: Richard Moller Nielsen
(1937)
Dopo una lunga parentesi con l’Under 21, mosse i primi passi come assistente nella nazionale maggiore che prese in carica nel 1990. Sei anni d’oro in cui vince l’Europeo e la Confederations Cup nel 1995. Successivamente si trasferì prima in Finlandia e poi in Israele, senza ottenere grandi successi.




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