Europeo 1976 - Cecoslovacchia


Il Racconto


Grandi attese circondavano gli Europei del 1976. Due anni prima i Campionati del Mondo disputati in Germania Occidentale si erano conclusi con il trionfo della squadra di casa, che aveva così dato immediato seguito al titolo continentale vinto nel 1972 in Belgio, ma avevano soprattutto portato alla ribalta un calcio nuovo, il gioco totale dell'Olanda, che, seppur sconfitto in finale dal realismo tattico dei tedeschi, aveva rappresentato una svolta epocale, sollecitando ovunque un gran numero di imitatori, sovente maldestri. Era quindi l'occasione ideale per una rivincita fra i due movimenti calcistici dominanti degli anni Settanta. La terza, tradizionale potenza europea, l'Italia, era alle prese con una forzata rivoluzione, dopo il fallimento agli ultimi Mondiali. Il presidente federale Artemio Franchi aveva dovuto liquidare Valcareggi, affidando la nazionale a Fulvio Bernardini, figura prestigiosa, chiamato a 68 anni al delicato compito di 'traghettatore'. Gli Europei non furono certo d'aiuto alla fase sperimentale, perché l'Italia finì in un girone di qualificazione molto duro, proprio con Olanda e Polonia, seconda e terza ai Mondiali. Passò il turno, in conformità al pronostico, l'Olanda, ma solo per differenza reti sui polacchi, che vivevano il loro momento d'oro, forti di campioni quali Casimir Deyna, Andrzej Szarmach, Gregorz Lato, Robert Gadocha. L'Italia fu onorevolmente terza, a un punto di distacco. Nulla pareva poter fermare l'Olanda, che nei quarti prevalse nettamente sul Belgio, segnando in totale 7 reti nelle due gare. Johan Cruijff e i suoi compagni davano l'impressione di giocare già il calcio del futuro, contro avversari ancora prigionieri del passato. Solo la Germania Ovest, che aveva perso il bomber Gerd Müller ma non il suo tradizionale pragmatismo, si proponeva come una seria alternativa. Pochi fecero caso alla Cecoslovacchia, che pure aveva eliminato prima l'Inghilterra e poi l'URSS nei quarti di finale. I cechi contavano su un grande portiere, Ivo Viktor, su un lucido organizzatore di gioco, Antoni Panenka, e su un attaccante di classe mondiale, Zdenek Nehoda. A completare il quartetto delle finaliste fu la Iugoslavia, che ottenne di ospitare la fase conclusiva del torneo.
Fu a conti fatti un Campionato Europeo assai particolare. Tutte le partite, giocate su terreni pesantissimi, ai limiti della praticabilità, si prolungarono ai tempi supplementari. L'Olanda, prima ancora che dalla Cecoslovacchia, fu eliminata da laceranti dissidi interni, al punto che il tecnico Knobel rassegnò le dimissioni, subito accettate, nel corso della fase finale. Cruijff era il pomo della discordia. Già in forza al Barcellona, con il fido Johan Neeskens al seguito, si era lasciato convincere a partecipare al torneo, dopo aver contrattato in 15.000 fiorini il suo gettone di presenza. La squadra, profondamente divisa, non aveva voglia di soffrire. Si arrese ai cechi, alla distanza, e Cruijff fece precipitosamente ritorno in Spagna, abbandonando definitivamente la nazionale. Il duello-rivincita con la Germania Ovest, che a sua volta aveva a fatica battuto la Iugoslavia, era svanito sul nascere.
Ma anche i tedeschi furono sconfitti, in una finalissima decisa, per la prima volta, dai calci di rigore, dopo gli immancabili supplementari che si erano chiusi sul 2-2. Curiosamente era stata proprio la delegazione tedesca a proporre di ricorrere ai calci dal dischetto, in caso di parità, anziché ripetere la partita, nonostante Franz Beckenbauer si fosse opposto, garantendo che la squadra era pronta a sostenere altre fatiche, pur di arrivare a una tripletta che sarebbe stata leggendaria (due titoli europei e uno mondiale in sequenza). La Germania Ovest fu costretta a inseguire i cechi per tutta la gara, raggiungendo il pari con Bernd Hölzenbein, dopo il gol di Dieter Müller. Dopo i supplementari, i tiri dagli 11 metri esaltarono la classe del portiere Ivo Viktor. Panenka mise a segno il rigore decisivo e la Cecoslovacchia, dopo due secondi posti ai Mondiali del 1934 e del 1962, conquistò il suo primo trofeo internazionale.

I protagonisti


La stella: Antonin Panenka
(1948)
E’ lui l’eroe di una Cecoslovacchia che ribalta ogni pronostico eliminando l’URSS prima e quella macchina quasi perfetta che era l’Olanda di allora e poi decidendo all’ultimo calcio di rigore la finale contro i tedeschi campioni di tutto. Per la prima volta a questi livelli si vede battere un rigore decisivo con il cucchiaio, o scavino, che disegna una parabola morbida e beffarda che sorprende Sepp Maier, uno dei più forti portieri dell’epoca. Due le squadre che segnano la sua carriera di giocatore, oltre la Cecoslovacchia con cui disputa 59 gare condite da 17 gol: I Boheminas Praga con cui gioca dal ’67 all’81 collezionando 144 presenze e 102 gol e Il Rapid Vienna con cui in 4 stagioni gioca 127 partite condite da 63 reti. Nella sua carriera oltre l’Europeo vince 2 campionati e 3 coppe austriache, mentre a livello personale viene eletto miglior calciatore della Cecoslovacchia nel 1980. Attualmente è presidente del Bohemians Praga, la squadra che lo ha visto nascere e crescere come calciatore.

Il CT: Václav Jezek
(1923-1995)
Dopo una buona carriera da attaccante che lo ha visto diventare due volte campione di Germania con la maglia del Dresdnen SC, inizia ad allenare nel 1950 sulla panchina dell’ Hertha Berlino dove siederà per una sola stagione. Dal 1952 al 1956 sarà commissario tecnico del Saarland, una regione tedesca, prendendo parte alle qualificazioni al Mondiale 1954. Entra a far parte dello staff della nazionale della Germania Ovest con vari ruoli, finché nel 1964 non gli viene assegnata la panchina che lascerà solo nel 1978. Nel suo periodo da C.T. oltre agli Europei del 1972 vince la Coppa del Mondo nel 1974, e raggiunge altre due finali nel 1966 e nel 1976.




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