Europeo 1968 - Italia


Il Racconto


Due anni dopo avere scritto la sua pagina più nera con l'eliminazione a opera della Corea ai Mondiali del 1966, l'Italia si ritrovò al vertice del calcio europeo. Il titolo continentale conquistato a Roma fu anche la prima affermazione del dopoguerra a livello di nazionale: gli ultimi successi del calcio azzurro risalivano infatti ai tempi eroici di Vittorio Pozzo, vincitore di due Mondiali e di un oro olimpico fra il 1934 e il 1938. Era un'Italia molto diversa da quella che Edmondo Fabbri aveva cercato di modellare su canoni tattici d'avanguardia. Il suo ex vice, Ferruccio Valcareggi, ripristinò il modulo all'italiana, che l'Inter di Helenio Herrera aveva imposto al mondo nelle competizioni di club: rigide marcature individuali, libero fisso, contropiede come principale, se non unica, opzione offensiva. Ma a differenza della squadra di Fabbri, la nazionale di Valcareggi poteva contare su un grande cannoniere in grado di decidere il destino di una partita: Gigi Riva, il goleador mancino del Cagliari, che fu il protagonista del terzo Campionato Europeo, come Lev Jascin e Luisito Suárez lo erano stati dei primi due.
Il crescente successo della manifestazione costrinse l'UEFA a mutare la formula, inserendo otto gironi di qualificazione (sette a quattro squadre, uno a tre), le cui vincitrici sarebbero approdate ai quarti di finale. Nel girone a tre, con la Iugoslavia e l'Albania, debuttò negli Europei la Germania Ovest, che aveva disertato le due prime edizioni e che era reduce dal secondo posto ai Mondiali di Wembley. Fu la prima ad affrontare la Iugoslavia più forte di tutti i tempi e ne fu clamorosamente eliminata, nonostante avesse iniziato a mettersi in luce un irresistibile genio del gol, Gerd Müller (quattro reti alla seconda presenza in nazionale). Anche il Portogallo di Eusebio uscì, a opera della Bulgaria; cosicché delle squadre salite sul podio mondiale nel 1966, solamente l'Inghilterra di Bobby Charlton superò il girone preliminare, avendo eliminato Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Quanto all'Italia, Gigi Riva scandì con i suoi gol, sei in altrettante partite, un girone trionfale. E quando Riva fu bloccato da un serio infortunio, ci pensò il suo valido sostituto, Pierino Prati, a condurre gli azzurri oltre il quarto di finale con la vittoria sull'ostica Bulgaria. A quel punto, intuendo la possibilità di una vittoria, il presidente federale Artemio Franchi riuscì a fare assegnare all'Italia l'organizzazione della fase finale a quattro, cui erano approdate anche, con l'Inghilterra, l'URSS specialista del Campionato Europeo e la rivelazione Iugoslavia.
Fu proprio la Iugoslavia a mostrare il gioco più interessante. La sua difesa era molto serrata, con tre terzini marcatori e il libero staccato, davanti all'eccellente portiere Dragan Pantelic. Ma il centrocampo esprimeva grande creatività, con palleggiatori di stampo brasiliano, e in avanti l'ala sinistra Dragan Dzaijc era un vero fenomeno, fonte inesauribile di gol e di assist. Se ne accorse l'Inghilterra che, partendo con il favore del pronostico, l'affrontò a Firenze. Nonostante la Iugoslavia fosse rimasta presto in inferiorità numerica per l'uscita di Ivica Osim, perno di centrocampo (non erano ancora consentite le sostituzioni), la soffocante marcatura riservata dal commissario tecnico iugoslavo, Rajko Mitic, a Bobby Charlton, costrinse i campioni del mondo a un cieco forcing privo di sbocchi. A 3 minuti dalla fine, Dzaijc folgorò il portiere Gordon Banks e conquistò la finalissima dell'Olimpico. L'Italia affrontò l'URSS a Napoli. Ancora fermo Gigi Riva, Valcareggi confermò Prati, contando sulla sua intesa con Rivera. Sandro Mazzola era la seconda punta, Angelo Domenghini il tornante di destra. L'URSS non aveva campioni, ma organizzazione e cinismo. Un colpo proibito mise presto Rivera ai margini del match. La prevalenza delle difese e la mancanza di idee prolungarono lo 0-0 per 120 minuti, nel corso dei quali il solo momento emozionante fu un palo di Domenghini. Decise il sorteggio. Negli spogliatoi, l'arbitro Kurt Tschenscher tirò fuori uno scellino austriaco, davanti ai capitani, Giacinto Facchetti e Albert Chesternev. Facchetti scelse testa e la fortuna stabilì il superamento del turno da parte dell'Italia.
La finale dell'Olimpico cadeva esattamente trent'anni dopo l'ultimo successo dell'Italia (Mondiali 1938). La fiducia era tanta, forse troppa. Valcareggi scelse come punte Prati e Pietro Anastasi, lasciando fuori Mazzola. Rimase fuori anche Rivera, sul cui ginocchio i sovietici avevano picchiato duro. La Iugoslavia segnò con Dzajic e poi commise l'errore di smettere di attaccare, ma il solo Domenghini, fra gli azzurri, pareva battersi con furore. A 10 minuti dalla fine, un suo violento calcio di punizione mandò la palla a incastrarsi fra palo e portiere. L'1-1 costrinse alla ripetizione della finale, due giorni dopo. La Iugoslavia era forte, ma senza valide alternative ai forti giocatori titolari. Ripresentò dieci uomini su undici, stanchi e delusi. Valcareggi invece cambiò molto: inserì nuovamente Gigi Riva, tornato in forma, e con lui Giancarlo De Sisti e Sandro Mazzola, con un automatico incremento di qualità. Dopo 12 minuti, Riva andò in gol, sul filo del fuorigioco. La Iugoslavia capì di aver perso la grande occasione e si spense. Il raddoppio di Anastasi, con una spettacolare acrobazia, fu il colpo di grazia. La notte romana si accese di mille luci e Riva, 'rombo di tuono', conobbe il suo trionfo.

I protagonisti


La stella: Dragan DZAJIĆ
(1946)
Considerato tra i più grandi giocatori slavi di ogni tempo, nonchè tra i migliori in Europa negli anni ’60 e ’70, è stato un’ala sinistra di grande velocità e qualità tecniche. Bandiera della Stella Rossa Belgrado, è emigrato all’estero – un biennio al Bastia dal 1975 al 1977 – quando aveva già trascorso gli anni migliori della carriera. Eletto MVP dell’Europeo 1968, di cui fu anche capocannoniere con due reti, giunse terzo nella graduatoria del Pallone d’Oro di quell’anno. E’ poi diventato presidente del suo vecchio club, la Stella Rossa, venendo arrestato nel 2011 per corruzione. Dzaijć è stato poi prosciolto da tutte le accuse.

Il CT: Ferruccio VALCAREGGI
(1919-2005)
Discreto centrocampista negli anni 30′ e 40′, con all’attivo 261 partite e 44 reti in Serie A indossando le maglie di Triestina, Fiorentina, Milano, Bologna, Vicenza e Lucchese. Subentrò ad Edmondo Fabbri alla guida della Nazionale italiana all’indomani del tracollo iridato del 1966, cogliendo l’alloro europeo 1968 e perdendo il Mondiale 1970 in finale contro il Brasile: artefice della famosa staffetta Mazzola-Rivera, venne accolto malamente al rientro in Italia. Come fece poi Bearzot con gli eroi del Mundial ’82, non riuscì ad accantonare i “messicani” ormai logori andando incontro ad un pessimo Mondiale ’74, insultato pure in mondovisione da Chinaglia. Con 58 panchine azzurre, è il terzo nella speciale classifica di tutti i tempi.




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