Europeo 1964 - Spagna


Il Racconto


Se la prima edizione si era chiusa sotto il segno di Lev Jascin, la seconda celebrò il fresco mito di Luisito Suárez. Nel giro di neppure un mese il fuoriclasse galiziano centrò una fantastica doppietta personale: il 27 maggio vinse la Coppa dei Campioni con l'Inter, battendo nettamente il Real Madrid; il 21 giugno si fece perdonare dai suoi connazionali, trascinando al titolo continentale la Spagna.
L'intervallo di quattro anni aveva profondamente mutato il calcio e la storia. L'Europa andava abbattendo le sue frontiere, anche ideologiche. L'UEFA pretese che questa volta non ci fossero veti o preclusioni politiche a turbare la manifestazione. Le 17 squadre del 1960 divennero 29, con le sole rinunce di rilievo di Germania Ovest e Scozia. Fu anche il primo Europeo dell'Italia. Affidata a Edmondo Fabbri, la nazionale azzurra appariva in pieno rilancio, depositaria di un gioco d'avanguardia, con una coppia di centrali difensivi intercambiabili, Roberto Rosato e Sandro Salvadore, che sganciandosi a turno potevano annullare la tradizionale inferiorità numerica a centrocampo, causata dall'impiego del libero fisso. La costruzione del gioco si avvaleva di autentici talenti come Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Giacomo Bulgarelli. Mancava però il grande attaccante, che sarebbe apparso qualche tempo dopo con Gigi Riva, a finalizzare la manovra. L'Italia debuttò con un sonante 7-0 alla Turchia, ma si fermò al turno successivo contro l'URSS, campione in carica. Ezio Pascutti fu espulso (e Angelo Sormani fu oggetto di una brutale marcatura) a Mosca, dove l'incontro terminò 2-0 per i sovietici; mentre nella partita di ritorno, a Roma, Jascin parò tutto, anche un rigore a Sandro Mazzola, arrendendosi solo, quando la qualificazione era ormai assicurata, a un elegante rasoterra di Rivera che portò gli azzurri sull'1-1. L'URSS appariva squadra più matura ed equilibrata di quella che quattro anni prima aveva conquistato il titolo. Dopo l'Italia, eliminò anche la quotata Svezia.
Un'altra attesissima esordiente al Campionato Europeo, l'Inghilterra, dovette arrendersi alla Francia. Ancorati al loro vecchio 'sistema WM', gli inglesi, dopo il pareggio interno, furono travolti per 5-2 al ritorno. Le loro linee difensive non risultarono adeguatamente protette contro la brillante offensiva francese. Ma neppure la Francia fece poi molta strada, battuta in casa e fuori, nei quarti, dall'Ungheria di Lajos Tichy, Ferenc Bene e Florian Albert.
Al secondo turno, si registrò un risultato inatteso: l'Olanda fu eliminata dal Lussemburgo, che sfiorò addirittura l'obiettivo di entrare nella fase finale a quattro e soltanto dopo uno spareggio fu messo fuori dalla Danimarca.
La quaterna delle finaliste fu completata dalla Spagna, che ottenne di ospitare le finali, anche per rimediare al criticato forfait di quattro anni prima. Il generalissimo Franco si mobilitò personalmente per garantire alla squadra sovietica la migliore ospitalità. Quelle finali registrarono un grande successo di pubblico e decretarono il definitivo decollo del Campionato d'Europa. La Spagna era stata affidata al commissario tecnico Josh Villalonga, militare di carriera e fanatico della disciplina, che, per evitare il dualismo fra Alfredo Di Stefano e Luís Suárez, aveva depennato il primo dalla lista dei convocati, affidando il ruolo di leader della squadra alla stella dell'Inter. Lo juventino Luís Del Sol, arrivato in ritardo a un allenamento, era stato escluso dalla rosa. Era una Spagna poco spettacolare, ma tatticamente blindata, modellata proprio sul calco dell'Inter di Helenio Herrera: pochi gli uomini di classe pura, forse solo Suárez e Amancio Amaro, difesa molto protetta, con il mediano Ignacio Zoco in posizione arretrata e due stopper ostinati, Fernando Olivella e Feliciano Rivilla. Nella semifinale contro l'Ungheria, Albert e Tichy subirono falli pesantissimi. Tuttavia solo ai tempi supplementari Amancio trovò il gol della vittoria.
La finalissima oppose a Madrid Spagna e URSS, una sfida annunciata. L'URSS era più forte, ma la Spagna era spinta dal tifo dei 100.000 spettatori dello stadio Chamartin. Un assist di Suárez mandò presto in gol Jesus Maria Pereda, ma dopo appena 2 minuti l'URSS pareggiò, con Galimzjan Schussanov. Poi, fu una lunga, sorda lotta. I sovietici puntavano ai supplementari, per imporre la loro superiore tenuta atletica, ma a 5 minuti dal termine il difensore Rivilla si sganciò in avanti e servì Pereda, sul cui cross Marcelino Martínez andò in gol, con uno spettacolare tuffo di testa, decretando il trionfo della nazionale spagnola.

I protagonisti


La stella: Luisito SUAREZ
(1935)
Playmaker di intelligenza calcistica superiore, famoso per i suoi lanci millimetrici e la tecnica sopraffina, iniziò nel Deportivo La Coruña per poi affermarsi nel Barcellona. Primo calciatore spagnolo in grado di vincere il Pallone d’Oro (1960), diventò l’architetto della grande Inter di Moratti ed Herrera che negli anni ’60 conquistò l’Italia ed il mondo. Con la Nazionale spagnola disputò due Mondiali (1962 e 1966) ed il vittorioso Europeo del ’64. Lasciata l’attività, ha allenato con modesti risultati in Italia prima di rimpatriare al Deportivo ed entrare nei quadri federali. Selezionatore dell’Under 21 e poi della nazionale maggiore spagnola, sedette in panchina al Mondiale italiano. Osservatore per l’Inter, è diventato apprezzato commentatore televisivo.

Il CT: José VILLALONGA
(1919-1973)
Tecnico che ha fatto la storia del calcio spagnolo, vincendo la prima edizione della Coppa dei Campioni con il Real Madrid nel 1956 all’età di 36 anni e 184 giorni, tuttora il più giovane allenatore capace di conquistare il trofeo. Con le “merengues” ha collezionato cinque titoli in due stagioni. Dopo un triennio all’Atlético Madrid, la chiamata dalla nazionale spagnola nel 1962. Il trionfo casalingo nell’Europeo ’64 è stato il suo ultimo successo. Due anni dopo, l’opaco Mondiale inglese ha rappresentato il suo canto del cigno dopo 22 gare alla guida delle “Furie Rosse”.




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